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Abitare la soglia. La liminalità dello spazio sacro nel progetto della nuova chiesa di S. Giovanni Battista a L’Aquila

Abitare la soglia.

La liminalità dello spazio sacro nel progetto della nuova chiesa di S. Giovanni Battista a L’Aquila

La tesi di Francesco Menegato ha volutamente scelto di collocarsi nel solco dei concorsi per un nuovo complesso parrocchiale, sia scegliendo di sviluppare un tema di concorso effettivamente bandito, sia adottando la medesima composizione del gruppo di progettazione avvalendosi di un liturgista e di un artista. Prima di affrontare lo sviluppo del progetto, oltre al consueto approccio all’area con la sua storia e il relativo comporsi e sovrapporsi di edifici, è stato fatto uno studio teorico e storico sul tema dello spazio sacro. A partire dai concetti di liminalità e rito si è studiata la materializzazione spaziale di questi nei concetti di soglia, percorso e meta. Si è approfondita, inoltre, la natura delle soglie che, in successione, caratterizzano lo spazio sacro e si sono individuati i differenti “attori” coinvolti, umani e divini con i rispettivi luoghi da “abitare”. Quindi si è studiato lo specifico spazio liturgico cristiano cattolico individuando dapprima le grandi metafore spaziali sottese allo svolgersi dell’azione liturgica e successivamente la natura simbolica delle singole parti che compongono l’insieme complesso della chiesa. Il progetto si è potuto allora sviluppare compositamente nel suo insieme, inserendosi nel tessuto urbano, e nello specifico della chiesa, tenute insieme tradizione e nuove istanze – così come apparivano nel DPP – mettendo in opera le metafore fondamentali; i luoghi liturgici con le rispettive relazioni che instaurano con gli uomini e il divino,  tra di essi e lo spazio in cui sono contenuti, tra essi stessi; le opere d’arte affinché non risultassero elementi aggiunti forzosamente, ma affinché risultassero armoniosamente integrati.

Francesca Leto

Architetto liturgista

Correlatrice

Progettare lo spazio sacro significa dare forma a qualcosa di indicibile. Entrare in una chiesa genera una sensazione di straniamento: ciò che vediamo, lo spazio che fruiamo, ci è familiare eppure qualcosa, una rottura, una variazione di senso, ce lo fa apparire e vivere in modo diverso rispetto a come faremmo al di fuori di quei muri. Lo spazio sacro «mantiene la differenza con Dio pure nella familiarità della stessa casa»[1].

Lavorare con il margine. Lavorare su -e con- il margine è stata la chiave di lettura scelta per affrontare le istanze sollevate dal progetto e dal suo rapporto con il contesto e la storia del luogo, e al tempo stesso ciò che ha permesso di dare un’interpretazione personale e precisa dello spazio sacro. Si è quindi scelto uno degli ultimi bandi di concorso per progetti di chiese e centri parrocchiali che si sono svolti in Italia e lo si è sviluppato come effettivamente avviene nella realtà: oltre alla figura del relatore, prof. arch. Martino Doimo, infatti, ci si è confrontati come richiede la prassi con una liturgista, l’architetto Francesca Leto, ed un artista, don Vittorio Buset, il quale ha realizzato due bozzetti per le principali opere d’arte sacra da inserire nella chiesa: l’immagine mariana e la statua del santo patrono, S. Giovanni Battista.

Da limes a limen. Il progetto si incardina lungo le direttrici degli edifici più antichi, che rappresentano la storia e l’identità del sito (un antico Spedale medievale e l’adiacente chiesetta di S. Antonio Abate), e punta a definire con essi un  unico sistema organico, che si inserisca nel tessuto urbano frammentato della periferia che lo circonda generando un nuovo ordine ed un nuovo centro. Ciò avviene attraverso la creazione di nuovi spazi urbani di connessione e la ripresa del tipo dell’edificio conventuale che caratterizza la preesistenza. Il progetto viene pensato perciò come un recinto, che accoglie e delimita “una porzione di territorio che […] ritrova l’idea di altro rispetto all’intorno, al contempo facendone parte”[2]. Il volume unitario che viene così a definirsi – come saturazione del recinto – è scavato da vuoti, da corti interne che si attestano su quote differenti: alcune di esse sono scoperte (la corte e il chiostro della canonica), altre sono coperte (l’aula liturgica e il salone parrocchiale). Il muro, il recinto, assume anch’esso un proprio spessore, mutando così da limite e confine (limes) in soglia (limen) e accogliendo tutti gli spazi di servizio, che si definiscono come corrugamenti dello stesso. Gli spazi serviti e che ospitano le diverse funzioni, di conseguenza, si aprono sulle corti interne e vengono a delinearsi per sottrazione tra i vuoti aperti nel volume e gli spazi di servizio.

Uno spazio che scardina e moltiplica le percezioni. Il complesso del centro parrocchiale con la propria sezione va a colmare la differenza di quota che caratterizza il sito, attestandosi su due quote differenti: da una parte, verso la città, si attesta all’altezza di un piano, mantenendo le proporzioni del vicino complesso e definendo con esso un fronte unico; dall’altra, verso il paesaggio e il declivio verde che si apre ai suoi piedi, vengono esplicitate le due quote sulle quali si distribuisce il complesso ed il muro si apre, frantumandosi in diverse aperture che fanno entrare luce. La non immediata lettura e comprensione del dispiegarsi del complesso al di là del muro che lo cinge,  infatti, permette di creare all’interno del centro parrocchiale uno spazio differente, che scardina e moltiplica le percezioni che il fruitore prova avvicinandosi ad esso dall’esterno. Questo binomio tra un esterno semplice, scarno ed essenziale ed un interno ricco, complesso, articolato si ripropone in tutte le parti del progetto, a partire dallo spazio della chiesa.

La soglia: separazione e riaggregazione nello spazio della facciata. Il progetto dello spazio sacro è costruito sul concetto di liminalità (l’essere sulla soglia, il trovarsi in uno stato di passaggio): lungo la direzione orizzontale lo spazio della chiesa è definito dall’attraversamento di una serie di soglie che individuano spazi caratterizzati da una sempre maggiore alterità. La chiesa viene pensata come un basamento scavato (nel quale si collocano le navate laterali, le cappelle, gli spazi accessori) che racchiude lo spazio dell’aula vera e propria, delimitata dalla facciata e dall’abside e riparata da un tetto su colonne che scandisce il percorso di avvicinamento del fedele al Divino. La facciata è la prima soglia che il fedele attraversa: la sua forma quadrata (che nell’ambito aquilano ne permette la diretta associazione con l’edificio sacro) ed il rivestimento in pietra (che riprende per dimensioni e materiale l’opus aquilano della vicina chiesa di Sant’Antonio Abate) ne fanno un elemento di identità e riconoscibilità. Nello spessore della facciata si genera uno spazio articolato che esperire la sensazione di separazione e riaggregazione. Si tratta infatti di una grande macchina barocca che ha un suo corrispondente nel sistema del baldacchino e della parete absidale che lo fronteggiano dall’altra parte dell’aula e che accoglie anche gli spazi per due grandi riti liminali: il battistero ed i confessionali. Il battistero è pensato come un ambiente raccolto, in cui la penombra viene tagliata dalla luce proveniente da un lucernario posto in alto, che permette al sole (ed alla luna, nella notte della Veglia Pasquale) di riflettersi nelle acque della vasca sottostante. La composizione spaziale unitaria dei diversi elementi (fonte, vasca, cero pasquale, una panca) ed i materiali impiegati lo rendono uno spazio interno, chiuso ed assoluto, uniforme. Il confessionale assume una propria valenza spaziale ed è collocato anch’esso nella grande soglia d’ingresso, luogo che storicamente veniva occupato dai penitenti. Viene progettato come un piccolo spazio  rivestito di legno, introverso e adattabile a seconda delle esigenze, come gli studioli medievali e rinascimentali sul cui esempio funzionale e formale viene modellato.

Il percorso: l’aula e la sua articolazione. Il cammino del fedele continua nell’aula, sulla quale si apre la cappella dell’immagine mariana con la statua della Pietà, nella quale il corpo del Cristo morto, butterato e ferito, si fa immagine del corpo di tutti gli ultimi mentre il gesto della Vergine sublima la tradizione di assistenza della parrocchia. L’allestimento dell’opera si gioca nel rapporto tra pochi elementi (il pannello di fondo in mosaico, il basamento in pietra, la statua) e punta a enfatizzare il vuoto che vibra attorno all’opera grazie alle tensioni tra i diversi oggetti. Vicino è la Via Crucis, visibile dall’aula attraverso due grandi aperture, la quale viene pensata come uno spazio catacombale, in rapporto al racconto di morte e speranza che vi viene narrato. L’ambiente è, infatti, il più basso di tutta la chiesa, con le quattordici nicchie che ne scavano il muro di fondo. Dall’altro lato rispetto all’aula, sempre con un’altezza minore rispetto alla navata principale si apre la navata secondaria nella quale si trova la statua di San Giovanni Battista, a cui la chiesa è dedicata. La collocazione della statua nello spazio mira ad una fruizione -e permette una devozione- diretta e priva di retorica. La panca che corre lungo il muro si fa piedistallo, mentre la statua si staglia tra il vuoto d’ombra generato dalla nicchia alle sue spalle e la luce che piove dall’alto, segno del volere divino verso cui Giovanni  tende il braccio.

Il centro: il presbiterio come soglia abitata. In prossimità del presbiterio il ritmo delle campate delle colonne che reggono la grande copertura dorata si fa sincopato, andando a sottolineare così un’altra grande soglia sulla quale abitano due poli liturgici: l’ambone e la sede del celebrante. Costruito come luogo e non come “oggetto”, l’ambone si pone in relazione con la Schola Cantorum. La loro articolazione spaziale rilegge e attualizza quella degli amboni “a giardino” delle basiliche romane del medioevo centrale: un recinto ligneo demarca la separazione e al contempo l’appartenenza della Schola Cantorum con l’assemblea. Nel punto in cui la campata delle colonne si dimezza la copertura piega e si apre lasciando entrare la luce  che piove dall’alto illuminando il centro dello spazio liturgico. In questo modo viene isolata la campata che sovrasta l’altare e viene sottolineato il ruolo delle quattro colonne che lo circondano, andando a definire un baldacchino dorato. Si tratta di una macchina barocca che fa convergere lo spazio verso l’altare e contemporaneamente «sposta il suo centro di gravità nell’eterno»[3],  rilanciando verso l’Oltre la successione di luoghi liminali che caratterizza il progetto. Alle spalle dell’altare si innalza la parete absidale composta da formelle di onice, la quale si frappone tra il presbiterio e il giardino retrostante, trasfigurando l’immagine di quest’ultimo attraverso la piena luce da sud che la investe, creando uno spazio rarefatto ed allusivo. Nell’Oltre e nella luce si conclude quindi il cammino nel quale «lo spazio accompagna l’uomo alla soglia verso la meta plasmando, là dove esso risulta efficace, il suo modo di accedere, stare nel sacro e nel rito»[4].

[1] R. TAGLIAFERRI, Saggi di architettura e iconografia dello spazio sacro, Edizioni Messaggero, Padova 2011.

[2] A. BELLINI, “Il margine, nuova centralità” in Thema Magazine 8/18.

[3] R. SCHWARZ, Costruire la chiesa. Il senso liturgico nell’architettura sacra, a cura di R. Masiero e F. De Faveri, Morcelliana, Brescia 1999 (ed. orig. 1938).

[4] F. LETO, La liminalità dello spazio sacro, in La liminalità del rito, a cura di G. Bonaccorso, Edizioni Messaggero, Padova 2014.

Francesco Menegato

 

Relatore: prof. arch. Martino Doimo

Correlatrice: arch. Francesca Leto

Collaborazione artistica: don Vittorio Buset

Università IUAV di Venezia

DCP – Dipartimento di Culture del Progetto

TesidiLaureaMagistraleinArchitetturaperilNuovoel’Antico

A.A. 2018-2019

 

 

 

 

 

 

 

 

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