Il presbiterio degli ulivi                                                                                     

Secondo un’antica tradizione cristiana l’imperatrice S. Elena nel 326 fece trasportare a Roma dal pretorio di Pilato in Gerusalemme la Scala più volte salita da Gesù il giorno della sua condanna a morte. Per questo fu chiamata Scala Pilati o Scala Sancta.

Al mondo esistono altre scale sante: da Gerusalemme a Siena, da Bastia a Mantova, per arrivare a quella settecentesca di Campli (Teramo).

I gradini della Scala Santa di Campli – da salire in ginocchio per devozione e penitenza – sono interamente rivestiti di legno d’ulivo, con l’espressione di una forte valenza simbolica nel rammemorare l’orto sul monte in cui Gesù si ritirò a meditare e pregare prima di venire catturato: il giardino si chiamava Getsemani, il cui nome (gath shemanim) significa precisamente “torchio d’olio” e presuppone dunque la presenza di un oliveto e della lavorazione delle olive.

Per questo significativo ruolo simbolico anche i nuovi arredi sacri del presbiterio dell’attigua chiesa di San Paolo sono realizzati in legno d’ulivo.

Il 5 luglio è stata presentata la ristrutturazione e consolidamento sismico della chiesa, realizzati dallo studio dell’Ing. Arch. Di Mattia che ha presentato le motivazioni e le tecniche che hanno innervato l’intervento, le scelte formali, dei materiali, quelle impiantistiche.

L’Arch. Massimo D’Arcangelo, che con il collega Ivo Mordente ha realizzato la parte determinante degli arredi sacri, ne ha spiegato la filosofia e i passaggi realizzativi: ha teso a sottolineare come, di fronte alla proposta di utilizzare un blocco di travertino che sarebbe stato ceduto gratuitamente da una ditta “devota”, i progettisti abbiano insistito per il mantenimento del legno d’ulivo, sia per il valore simbolico, fin qui descritto, sia e soprattutto per realizzare un contrappunto – una leggera e voluta dissonanza – con l’omogeneità della ristrutturazione caratterizzata da intonaci beige con paraste color panna e il pavimento – esso sì – in travertino romano.

L’uso del legno d’olivo in architettura fa pensare immediatamente a una possibile interpretazione folk, con citazioni da un mondo rurale in via di estinzione; gli architetti ne hanno invece fatto uno strumento di brillante reinterpretazione contemporanea, declinandone l’applicazione con la discontinuità di tasselli dalla diversa inclinazione, ottenendo un’immagine vibrante e mai statica che caratterizza i tre elementi messi in campo a partire dalle ultime normative della CEI:

  • L’altare, la cui caratteristica più architettonica è costituita dal piano in pietra naturale, che restituisce in alto la relazione tra legno e travertino anticipata dal basso.
  • L’ambone, la cui scatola lignea si apre a dischiudere lastre e basamento in pietra.
  • I tre scranni – per il presidente dell’assemblea liturgica e i concelebranti – che vengono sormontati da cuscini a colore; quello centrale presenta uno schienale a parete, realizzato con le stesse modalità tecnico formali fin qui descritte.

Il restauro della chiesa, che ha indubbiamente un carattere tecnico e neutro, trova così un focus architettonico proprio nei nuovi elementi di arredo del presbiterio.

Don Filippo Lanci, direttore del museo capitolare di Atri, è stato il proficuo consulente del gruppo di progettazione per le interpretazioni teologiche e simboliche, mettendo a punto con gli architetti le relazioni tra liturgia, arte e architettura.

Carlo Pozzi