Armonie Composte 2018. Ricerche e analisi sul paesaggio benedettino. Un’intervista al professor Michelangelo Savino.

di Federico Bulfone Gransinigh

 

1 – Giunto alla terza edizione il ciclo di seminari “Armonie Composte” è un progetto a lungo termine che coinvolge vari soggetti. Ci può brevemente spiegare come sia nata l’idea di queste giornate di studio e quale sia il tema che le lega di anno in anno?

Il ciclo di seminari “Armonie Composte” nasce da una convenzione stipulata nel 2015 dall’Abbazia di Praglia e l’Università degli Studi di Padova. La finalità è quella di favorire la conoscenza del sistema benedettino di progettazione e cura del territorio, basato sulla peculiare impostazione della vita comunitaria indicata dalla Regola di san Benedetto e in generale da tutto il pensiero monastico da essa ispirato. L’intero progetto è sostenuto e patrocinato dalla Università degli Studi di Padova e dai due dipartimenti di Beni Culturali (DBC) e di Ingegneria Civile, Edile ed Ambientale (DICEA), ma ogni anno nell’organizzazione del convegno residenziale si cerca di coinvolgere (non solo come patrocinatori) un numero quanto più ampio di soggetti, sia dell’Ateneo di Padova, sia di altre università ed istituzioni italiane. L’obiettivo è di dare quanto maggior respiro alla riflessione proposta ma soprattutto voce a più testimoni ed opinioni sul tema affrontato dal seminario.

2 –Attualizzare il tema del “paesaggio monastico”, nel 2018, cosa significa? Il paesaggio, inteso come territorio modificato dall’azione dell’uomo, come può essere analizzato attraverso la lente proposta dalle vostre giornate di studio?

Lo scopo dei seminari organizzati presso l’abbazia di Praglia è quello di verificare quanto e come il pensiero e la tradizione benedettina possano rappresentare un modello utile anche oggi, per affrontare le sfide imposte dalle attuali intense trasformazioni del territorio – nelle sue articolazioni tra aree urbane, peri-urbane e rurali – e dal degrado che spesso ne consegue. Questi seminari intendono dunque proporre un momento di approfondimento e di confronto tra studiosi delle diverse discipline che si occupano di paesaggio e operatori del settore (specializzandi, dottorandi, laureandi, studiosi stranieri, professionisti, funzionari di Soprintendenza, ecc.) alla ricerca di strategie e di modelli di gestione armonica del territorio.
Vorremmo riuscire a creare una diversa forma di consapevolezza dell’azione di tutela e di valorizzazione del paesaggio: una consapevolezza che si libera delle retoriche e che, partendo dall’esplorazione delle ragioni più profonde che hanno guidato il progressivo modellamento del territorio, riesca a definire strategie di intervento più durevoli, più sensibili ai bisogni della società contemporanea e per questo più condivise. Sono questi gli elementi che possono assicurare una maggiore durabilità ed efficacia delle politiche di azione nel e per il paesaggio.

3 –L’edizione 2018 del III seminario Terre di Benedetto – Paesaggi Feriti si intitola “E VulnereUbertas” e si svolgerà dal 24 al 26 maggio presso l’Abbazia di Praglia in Veneto. Il tema trattato quest’anno, purtroppo, è di estrema attualità. Cosa si aspetta possa nascere da queste tre giornate?

Il sottotitolo del seminario “E vulnereubertas” richiama il motto intagliato nel Refettorio monumentale di Praglia e si riferisce alla vite potata che produrrà copiosi frutti. Il convegno vorrebbe essere l’occasione per riflettere su questi terribili eventi che colpiscono territorio e comunità, e, spingendosi oltre alla ormai diffusa riflessione sulle tecniche che mettono in sicurezza centri abitati e patrimonio storico, artistico e culturale, tentare di delineare modalità innovative per la costruzione di una consapevolezza collettiva che sia in grado di assicurare la capacità di questi territori e delle loro comunità a fare fronte a questi eventi e alla disgregazione che ne segue. Per questo il convegno è stato pensato come un’articolata riflessione su tutti gli aspetti sociali, economici e culturali, oltre che urbanistici e paesaggistici legati in qualche modo agli ambienti colpiti da queste catastrofi. Si cerca di portare alla luce la natura complessa degli effetti di un terremoto sul territorio, e la natura altrettanto complessa del processo di “ricostruzione”, che va ben oltre la sfera materiale, colpisce la sfera spirituale oltre che quella sociale. L’intento è proprio quello di riuscire a mostrare questi diversi aspetti e spingere alla costruzione di un approccio che non sia settoriale e specialistico, come ancora accade.  La stessa riflessione sulla salvaguardia dei beni culturali cerca di sottolineare come da tutelare non sia solo il valore artistico di un’opera, quanto il valore sociale che spesso questo patrimonio assume per le comunità locali: quanto è necessario proteggere non è il mero edificio, così come il restauro di un dipinto o di una “semplice” statua lignea, quanto piuttosto ciò che esso rappresenta per gli abitanti di un territorio, un sentimento condiviso che va ben oltre il valore artistico del bene.
È importante, quindi sottolineare come la Tavola Rotonda conclusiva vogliaalla finestimolare l’attenzione sulle politiche necessarie, non tantoper affrontare l’emergenza, ma soprattutto per costruire la corretta percezione e prevenzione del rischio e quella consapevolezza collettiva imprescindibile per la crescita di una comunità coesa, salda, “resistente” e resiliente in territori così fragili.

4 – Come si può ricostruire il paesaggio, inteso come tessuto urbano ma anche sociale ed emozionale, dopo un evento sismico? Oggi e “ieri” come sono state affrontate queste tematiche?

Il “come” sarà proprio al centro della riflessione del convegno, perché quello che soprattutto hanno messo in evidenza gli ultimi terribili eventi che hanno sconvolto il Centro Italia è proprio questo: nel corso degli ultimi decenni il nostro paese è stato in grado di creare una macchina sempre più efficiente per affrontare l’emergenza ed anche un sentimento nazionale di solidarietà che commuove per la sua capacità di mobilitare risorse in soccorso delle popolazioni colpite. Anche il processo di ricostruzione, pur nei tanti limiti che ancora si registrano (soluzioni non sempre pienamente condivise, pastoie burocratiche, corretta distribuzione dei compiti e delle competenze, complessità dei processi decisionali, ecc.). mostra però una sua efficacia e una certa capacità di restituire alle realtà territoriali colpite la possibilità di un ritorno alla “normalità” del quotidiano. Questo però ancora non basta, perché la forza distruttrice del sisma è capace di colpire nel più profondo; spesso quanto si vede (cercando di “riparare” solo quanto è più manifesto ed evidente) è solo la superficie di un processo di dissoluzione che si sviluppa progressivamente lontano dai riflettori dei media. Il ricorrere al “paesaggio” come locuzione di riferimento – nello spirito della Convenzione Europea –, allora ci permette innanzitutto di riflettere su tutte le componenti, da quella fisico-morfologica a quella sociale ed economica, culturale, patrimoniale e identitaria delle comunità territoriali, di cui il paesaggio è manifestazione, ma soprattutto esito e sintesi di ineguagliabile bellezza. Ieri questa visione non è stata intesa e tantomeno condivisa, al punto che le politiche di ricostruzione hanno privilegiato solo alcuni aspetti, come emerge osservando le modalità di spesa e la natura di molte azioni: sembrava che “ricostruire le case” automaticamente determinasse la ricostituzione della comunità. Oggi, l’attenzione – come alcuni interventi al seminario testimonieranno – si tenta subito di mantenere salda e coesa la comunità per trovare in essa alcune energie necessarie alla ricostruzione dei centri e del patrimonio. Il ruolo che molti sindaci hanno svolto nell’ultimo sisma che ha colpito le Terre di Benedetto e il Centro lo dimostrano; essi non sono tanto i rappresentanti eletti delle comunità ed interlocutori istituzionali, ma innanzitutto il simbolo di una comunità che sopravvive e reagisce attivamente al terremoto.
La stessa prevenzione, come viene pensata oggi rispetto al passato, non passa solo attraverso le tecniche con cui si provvede all’’adeguamento e al miglioramento degli edifici, o per le norme e prescrizioni per lariduzione del rischio sismico (di cui parleremo durante il convegno perché restano strategiche per la sicurezza dei territori e delle comunità), quanto – come ho avuto già modo di affermare – attraverso la costruzione di una diversa cultura della prevenzione condivisa. Una cultura della prevenzione che è alla radice di un’azione responsabile – singola e collettiva – nella cura dei territori, che prevale in ogni pratica sociale, e non solo negli interventi di trasformazione del territorio: in breve, la cultura di una comunità concretamente “resiliente”.

5 – Qual è l’approccio alla ricostruzione e rinascita delle comunità benedettine dopo eventi sismici come quelli che hanno colpito l’Italia Centrale?

Ogni volta che un evento catastrofico di origine naturale (terremoti, inondazioni…) o antropica (guerre, incendi, saccheggi,…) ha distrutto o danneggiato un monastero benedettino, la ricostruzione è sempre stata l’occasione per rinsaldare, prima di tutto, la comunità monastica. In questo modo, la ricostruzione è stata intesa come una “rinascita”, prima di tutto della comunità, ed è per questo che quasi sempre il monastero è stato rinnovato e non costruito identico a prima. Per questo, le sessioni del seminario intendono proiettare questo approccio anche fuori dalle mura dei monasteri e mettere in risalto le emergenze e nello stesso tempo le esperienze di rinascita che si sono date nei diversi contesti, con processi, modalità, pratiche, tempi molto distinti fra loro e in diversi ambiti di intervento.
Ed è per questo che il convegno presso l’Abbazia di Praglia cerca di recuperare, valorizzare e diffondere questo approccio ad una comunità estesa, rinsaldando un legame con il territorio e con le comunità che il monastero ha sempre avuto in passato, e che oggi facciamo fatica a cogliere nelle turbolenze della contemporaneità!

6 – L’attenzione al paesaggio e alla natura alla luce della Regola di San Benedetto è mutata nel corso dei secoli o è rimasta immutata?

La Regola di San Benedetto non parla esplicitamente del rapporto con la natura e con il territorio. Però, l’attività agricola e, di conseguenza, le trasformazioni del paesaggio sono sempre state al centro dell’attività delle comunità benedettine. Il rapporto con la natura si è sempre giocato sulla dialettica tra questo plurisecolare intervento sul territorio e la volontà di isolamento rispetto al mondo urbano (desertum) che vede nella natura uno degli elementi della spiritualità benedettina.

 


Michelangelo Savino
Professore associato di Tecnica e Pianificazione Urbanistica presso il DICEA dell’Università di Padova è, assieme alla professoressa Elena Svalduz e al professor Gianmario Guidarelli, uno degli organizzatori del ciclo di seminari “Armonie Composte”. Laureato in Urbanistica presso lo IUAV di Venezia (1987), dottore di ricerca in Pianificazione territoriale (1995).  Dal 2007 è co-direttore della rivista Archivio di Studi Urbani e Regionali, dopo esserne stato sin dal 1996 responsabile della redazione. È referee per riviste scientifiche nazionali ed internazionali. Dal 1990 al 2004 ha svolto attività di ricerca prevalentemente presso il DAEST, IUAV di Venezia, sul tema della “città diffusa”.  Negli anni trascorsi presso l’Università di Messina (2004-2013) ha posto la sua attenzione ai processi di trasformazione dei sistemi insediativi delle regioni del Mezzogiorno e soprattutto verso le pratiche di pianificazione in atto nelle regioni meridionali. Quale naturale conseguenza dell’acquisita posizione presso il DICEA dell’Università di Padova, è tornato all’osservazione e all’analisi critica delle forme di organizzazione territoriale e dei processi di natura sociale ed economica che ne determinano le trasformazioni, prestando particolare interesse alle aree interessate da fenomeni di intensa urbanizzazione e alle trasformazioni in atto, dettate da processi di natura sociale, economica, politica e quali conseguenza degli atti di pianificazione, con uno sguardo privilegiato al Veneto.  ( foto tratta da http://siu.bedita.net/giunta-esecutiva)