Architetture sacre significative vengono realizzate a Pescara in tempi diversi da architetti romani divenuti celebri nel periodo fascista: Marcello Piacentini progetta la chiesa dello Spirito Santo, con il completamento gestito dall’architetto Francesco Speranzini, rispondendo in maniera più sensuale all’algida interpretazione pre-guerra che Cesare Bazzani fa del riferimento al romanico abruzzese con il progetto per la cattedrale di San Cetteo; una specie di tardivo regolamento di conti tra i due “vati” dell’architettura del ventennio.

Cesare Bazzani comincia il suo rapporto con Pescara costruendo negli anni ’20 il Cinema_Teatro Pomponi (prematuramente demolito nel 1958); poi, divenuto Accademico d’Italia, progetta una non realizzata Casa del Fascio e vede costruire il Ponte Littorio, le Poste, il Tempio della Conciliazione.
A cavallo del fiume, a costruire un tramite tra il nuovo centro civico e la sua parte dislocata a Porta Nuova, sotto pressione dei pescaresi, laddove sorgeva un primo ponte su palafitte, poi quello su barche, infine uno in travi reticolari di ferro, viene realizzato il ponte Littorio, con i suoi balconi che affacciano sul corso d’acqua e le statue in bronzo, immortalato in molte fotografie dell’epoca e distrutto in un momento, da un rapido bombardamento alleato.

Ancor più monumentale è l’ordine gigante dell’edificio delle Poste che rimanda ad altri progetti di Bazzani in giro per l’Italia e che tutt’oggi, malgrado privo dei cavalli di bronzo della sommità, vive un particolare equilibrio tra la facciata ‘neoclassica’ e l’interno razionalista, connotato dalla copertura curva in vetrocemento, capace di far pensare a ben più riusciti edifici postali del periodo, quelli romani di Libera, Ridolfi, Samonà.

La monumentale facciata del Tempio della Conciliazione (1939), ora cattedrale di San Cetteo, è racchiusa ai due lati dal campanile e dal battistero. Il campanile ha basamento quadrato con una prima cella campanaria a forma di prisma ottagonale ed una seconda, della stessa forma, più piccola. La parte centrale della facciata principale è tripartita, con tre portali e tre rosoni, con dichiarato riferimento alla tradizione romanico-abruzzese di facciata che nasconde il retrostante andamento dei tetti sulle navate. Nella parte destra l’edicola del fonte battesimale è un piccolo volume autonomo, che si innesta in quello maggiore.

Lo spazio interno presenta una navata centrale coperta con cassettonato in legno scuro e le navate laterali con volte a crociera. Bazzani con San Cetteo, cattedrale anni ’30 della città appena eretta a provincia, ha fornito una prova del suo livello ma con risultati algidi come la pietra bianchissima con cui è costruita: la reinterpretazione è fredda, non riesce ad uscire dall’approccio storicista, a trovare quel soffio vitale che sia capace di animarla e rendercela contemporanea, è e rimane una statua di sale, ancor di più dopo le invasive sabbiature di ripulitura della facciata.

Se la cattedrale rievoca le forme della preesistente Chiesa di Santa Gerusalemme, di cui restano frammenti nelle adiacenze, l’architettura di riferimento per antonomasia è la Basilica di Collemaggio a L’Aquila.

A progettare la Chiesa dello Spirito Santo (1962), il Vescovo di Pescara chiama a fine anni ’50 un altro architetto “monumento” del periodo fascista, Marcello Piacentini, probabilmente il progettista che, insieme a Bazzani, più ha realizzato e orientato il pensiero architettonico in chiave restauratrice, contrapponendosi alla strada dell’innovazione razionalista di Libera, Moretti, Terragni.

Nasce così l’ultima sfida a distanza spazio-temporale tra i due “vati architettonici” del Fascismo: il tema è ancora una volta l’interpretazione del rapporto tra architettura moderna e storica, nella fattispecie quella interpretata dalla tipologia della chiesa romanico abruzzese, connotata dalla facciata inquadrata in uno schermo rettangolare che cela gli andamenti a falde delle coperture sovrastanti l’impianto basilicale.
Piacentini trent’anni dopo reinterpreta Collemaggio sintetizzandone gli elementi: il fronte geometrizzato non cela più coperture a falde, ma un grande solaio piano in cemento armato a cassettoni quadrati dello spessore di più di un metro.

L’essenzialità delle forme geometriche, dei volumi prismatici rimandano ad una prima sintetizzazione con l’uso di materiali analoghi: il progetto per la Chiesa del Cristo Re a Roma del 1934 prevede stereometrie analoghe a quelle dello Spirito Santo e già l’uso di travertino, tufo, mattoni.
Su questi materiali “poveri” è giocata la notevole immagine urbana della nuova chiesa pescarese: il klinker riveste i volumi dell’edificio, il basamento in travertino, con grandi portali in rame scuro decorati dallo scultore Guido Veroi, caratterizza il prospetto-fondale su via L’Aquila, strada che Piacentini voleva diventasse un boulevard fiancheggiato da giardini ed alberi d’alto fusto e che prosegue fino a quella via Balilla su cui insiste, neanche a farlo apposta, la Casa del Balilla di Paniconi e Pediconi, architetti più vicini al razionalismo che al monumentalismo littorio.

La facciata principale è completata nella parte superiore da una parete in tufo di cava laziale su cui è applicata una serie di fiammelle in maiolica che, come i tasselli di pietra rossa del riferimento aquilano, contornano il rosone centrale, ancora in maiolica, sempre sul tema dello Spirito Santo.
Lo spazio interno è unitario: una grande sala senza transetto, pavimentata e rivestita da nobili marmi, affiancata da navatelle laterali dal solaio ribassato, per il transito e con i confessionali. A Veroi si devono anche il grande mosaico dietro l’altare, il tabernacolo che da esso sporge, la Via Crucis realizzata con ceramica fusa nell’argento.

Questa importante opera della città è stata portata a termine sotto la Direzione dei Lavori dell’architetto Francesco Speranzini, le cui varianti hanno di fatto confermato l’interpretazione originaria, con poche modifiche: la mancata realizzazione del campanile in mattoni con traliccio in ferro per le campane, previsto all’interno del chiostro; la frontalità dell’altare che anticipa i dettami partecipativi del Concilio Vaticano II (la chiesa viene inaugurata il 30 settembre 1962, giorno dell’apertura del Concilio); l’eliminazione del pulpito; la modifica della copertura a cupola prevista per il presbiterio e sostituita con un più banale solaio piano irrigidito da quattro travi diagonali che irradiano da una lanterna centrale.

Carlo Pozzi 

 

 

Le foto sono per gentile concessione dell’autore Carlo Pozzi