L’introduzione di Paolo Portoghesi ripercorre le caratteristiche e le qualità degli architetti le cui opere berlinesi sono presentate in modo accurato e ordinato negli Itinerari di Architettura Moderna proposti da Piergiacomo Bucciarelli. Uno dei padri nobili dell’architettura italiana del secondo Novecento, l’ artefice della Strada Novissima nella Biennale Architettura dei Venezia del 1980, scrive: “Bucciarelli ha realizzato in questo libro una raccolta esemplare per accuratezza filologica e finezza critica (…) del classicismo che pervade la cultura architettonica degli anni Dieci (…) dell’espressionismo più legato alla tradizione gotica (…) del purismo razionalista.”
Piergiacomo Bucciarelli nei suoi scritti, frutto della ricerca universitaria, applicata sul campo con andirivieni automobilistico da Berlino, ha condotto una personale battaglia “scientifica” per il riscatto di quella parte del Moderno che era stata esclusa dai critici più tendenziosi, come Sigfried Giedion, che già nel suo “Spazio, Tempo Architettura” puntava su poche figure, privilegiando schematicamente il gruppo razionalista (Le Corbusier, Walter Gropius, Mies Van der Rohe) e quello organico (Alvar Aalto, Frank Lloyd Wright), facendo scomparire Gunnar Asplund, Fritz Höger, Erich Mendelsohn, Hermann Muthesius e citando appena personaggi del calibro di Adolf Loos, Hugo Haring, Hans Poelzig, Hans Scharoun.
Come nei libri precedenti, dedicati alle opere di questi architetti, in “Berlino 1908-1933”, Bucciarelli analizza le architetture della capitale tedesca di questo periodo con un approccio “laico”, accostando opere dei maestri più riconosciuti a quelle di architetti ingiustamente considerati minori, architetture che già “aprono” (Piergiacomo forse scriverebbe “chiudono”) verso il Razionalismo a architetture più legate alla tradizione o decisamente espressioniste.
La sua critica costante alla chiusura operata dall’architettura razionalista rispetto alle altre tendenze non si presenta come faziosa e questo è dimostrato dall’amore per ogni affermazione e per ogni architettura di Ludwig Mies Van der Rohe, che con il suo “less is more” opera una progressiva semplificazione degli elementi dell’architettura, anche nelle prime case berlinesi, passando da Casa Perls (1911-12) con i tetti (ancora) spioventi alle abitazioni sull’Afrikanisher Straße (1926-27), in muratura portante, copertura piana e “la totale assenza di decorazioni e le rigorose proporzioni” (Bucciarelli), usando la vegetazione come “elemento architettonico” (Neumeyer).
Tra le ventisette architetture analizzate nel volume, con un ottimo corredo di fotografie d’epoca e recenti dell’autore, compaiono due edifici religiosi, la tardo-espressionista Kreuzkirche di Ernst e Günther Paulus (1928-29) e la chiesa evangelica sulla Hohenzollernplatz di Fritz Höger (1930-33), autore su cui Bucciarelli ha indirizzato una parte importante della sua ricerca, con una esauriente pubblicazione di qualche anno fa, contraddistinta anche dalla versione in tedesco.

Carlo Pozzi