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CALTAGIRONE, IL TEMPIO DI SAN GIACOMO E L’ARTE DEI GAGINI

Il tempio di san Giacomo, elevato a basilica nel 1816, custodisce importanti tesori d’arte pittorica e scultorea nonostante esso, a seguito dei violenti e rovinosi eventi tellurici (1542-1693-1908) e a causa degli ultimi avvenimenti bellici, sia stato oggetto di diverse ricostruzioni e modifiche strutturali ed architettoniche.
Nei secoli, i parroci ed il Senato del tempo, come offerta di ringraziamento al Santo per la sua intercessione durante i periodi di calamità naturali o sanitarie, fecero eseguire anche diversi interventi, arricchendolo con nuovi decori, stucchi, sculture e dipinti, tali da renderlo uno dei più eleganti e sontuosi del Regno.
Oggi il tempio offre ai nostri sguardi un prospetto tardo barocco a due ordini. Presenta un grande portale con colonne alla cui base sta una gradinata poligonale, due nicchie laterali e tre finestre con cornici artistiche (fig. 1). Sino alla fine dell’800, nelle due nicchie laterali erano presenti la statua del Santo e la statua del Conte Ruggero il Normanno a cui si deve la presenza di tale sacro edificio.
L’interno è a tre navate ed è di rilevante interesse la presenza di dodici colonne monolitiche di marmo bruno che dividono la navata centrale dalle due laterali arricchite da cappelle con altari di marmi pregiati e diverse tele (fig. 2).
Tra le tele che impreziosiscono il tempio, di considerevole interesse sono due opere collocate nell’area absidale, poste l’una di fronte all’altra, al di sopra del bel coro ligneo; trattasi di due opere attribuite al pittore toscano Filippo Paladini: Il martirio di San Giacomo (fig. 3) e la Madonna Odigitria, anche se quest’ultima taluni la attribuiscono allo Zoppo di Ganci Giuseppe Salerno (fig. 4).
Il tempio fu eretto nel 1090 per volere del Conte Ruggero che, alla volta della conquista di Malta, trovandosi nei pressi di Caltagirone, la sera del 24 luglio si accampò in una piana dove sconfisse le truppe saracene che continuavano a depredare il territorio. La tradizione narra che tale vittoria sia stata determinata proprio grazie all’intervento soprannaturale del Santo a cui il Conte si era rivolto chiedendo il buon esito della battaglia e promettendo, quale monumento di vittoria, la costruzione di un tempio votivo. Il 25 luglio il Conte, entrando trionfante in città, volle porre la prima pietra del tempio promesso al Santo Apostolo, a cui affidò anche il patronato della città. Per sugellare tale avvenimento fu incisa un’epigrafe sopra il capitello di una colonna, iscrizione andata distrutta con il terremoto del 1693. Tale iscrizione fu riscritta (1804) in una epigrafe più estesa su una lastra di pietra bianca che oggi si trova, entrando, sulla destra della navata. Essa rappresenta l’unica opera antica che ricorda quell’indimenticabile battaglia e l’origine della chiesa di san Giacomo (fig. 5).
Il tempio di San Giacomo, nato come una costruzione votiva e opera di trionfo, intorno al XV sec. si trasformò in un santuario per la presenza di numerose e pregevoli reliquie sacre donate dal concittadino Mons. Giovanni Burgio, al tempo arcivescovo della diocesi di Manfredonia. Tra queste reliquie vi era anche una porzione del braccio del nostro Santo.
Proprio per quest’ultima fu realizzata, a spese della città, una teca in oro e platino, adornata di pietre preziose, a forma di mano benedicente (fig. 6). La teca veniva custodita, al tempo, insieme alle altre reliquie, in una cella il cui ingresso, nel 1578, fu decorato con lavori di fine intaglio su pietra bianca per mano del famoso scultore siciliano Antonio Gagini il quale, sulla cornice sopra il fregio riccamente ornato, appose la sua firma incidendo: Magister Antonius Gagini me fecit XII ind. 1583 (fig. 7).
Il portale, sormontato a sua volta da una pietra bianca con su iscritti i nomi dei senatori che fecero costruire la cella (fig. 8), nel 1854 fu ancora una volta arricchito con due magnifici battenti di bronzo sui quali furono incise due epigrafi in latino che tradotte riportano rispettivamente: “Questo dono d’una porta di bronzo è nulla per te, mentre per noi è grandissimo; non possiamo oro, diamo bronzo” e “Di qui si va alle sacre reliquie, per le quali è stata costruita questa porta di bronzo. Vuoi tu visitarle? Sali i gradini” (fig.9).
Per impreziosire ancora di più la reliquia, fu fatta realizzare una magnificente cassa d’argento dentro la quale porre a sua volta la teca d’oro e platino.
La cassa argentea, che oggi trova posto in una spaziosa nicchia dagli ampi portelli protetti da una grata elegantemente decorata da larghi trafori tale da consentirne la visibilità, seppur un po’ limitata (fig. 10), ha una lunga storia in quanto per la sua realizzazione sono stati necessari ben 102 anni.



I lavori iniziarono nel 1599 per mano del rinomato cesellatore palermitano Nibilio Gagini che, morto nel 1607, fu sostituito dal figlio Giuseppe; questi, a sua volta, morto anche lui molto giovane, riuscì appena a completare solo la parte superiore della cassa. Bisognerà attendere l’anno 1701 per vedere l’opera completa, eseguita a più riprese per mano di sette argentieri che lavorarono seguendo le linee artistiche iniziate dai Gagini ed il risultato finale è stato davvero stupefacente.
La cassa è ricca di ricami, fini ceselli, volute e modanature; in essa vengono riprodotti alcuni episodi del santo all’interno di sei riquadri che presentano una modesta incavatura dalla quale emergono i soggetti della scena; dieci apostoli inseriti a rilievo in piccole nicchie frapposte tra i sei riquadri ai cui lati stanno colonnine a forma di longilinee cariatidi che sembrano sorreggere la ricca cornice che contorna tutta l’arca. Sulla sommità, dall’aspetto multiforme, s’innalza la figura del santo tra due angeli ad ali spiegate collocati su due ornamenti barocchi. Dinanzi a un’opera di tale fattura le parole saranno sempre insufficienti per descriverla come meriterebbe, tuttavia si può affermare che essa sia stata il generoso frutto di un grande fermento di fede e devozione al santo e l’esaltazione dell’ingegno artistico (figg. 11 – 12 – 13).
Di A. Gagini è anche il pregevole arco della porta del coretto: “I piedistalli delle colonne son mensole ricoperte di larghe foglie; la colonna si sviluppa su una base circolare in forma di vaso dal cui fogliame esce il fusto scanalato a costole della colonna dal capitello corinzio, nel quale sulla tradizionale foglia d’acanto son due uccelli che, con le ali aperte sostengono agli angoli il dado. L’architrave, il fregio, i pilastri laterali sono adorni d’arabeschi dorati secondo il gusto del tempo. Sopra il cornicione sono vasi con fiori.” (Mons. Arcid. F. Interlandi) (figg. 14 – 15)
Al medesimo artista sono ancora attribuiti l’originario portale della cappella di san Giacomo, oggi collocato nella cappella del SS. Sacramento (fig. 16) e l’arco dell’altare della Beata Lucia da Caltagirone (fig. 17), entrambi riccamente decorati con linee e volute di gusto rinascimentale proprio dell’arte gaginesca.
All’interno della Basilica, sulla porta maggiore, si trova lo stemma della città realizzato nel 1644 dall’artista Gagini Giandomenico jr.
Un grande scudo di marmo bianco con alti rilievi, un’aquila coronata con un artiglio che stringe un osso di gigante e sul cui petto due grifoni sorreggono lo scudo crociato, attribuiscono all’opera una straordinaria bellezza conferitale dalla naturalezza dei soggetti, dall’equilibrio del tutto e dalla leggerezza dei dettagli con cui gli stessi sono stati realizzati. Insomma, un’opera sulla quale lo sguardo ha l’imbarazzo su dove soffermare l’attenzione (fig. 18).
Anche la scultura marmorea realizzata su un ovale leggermente concavo dal quale emerge la raffigurazione dell’Annunciazione (fig. 19) e che oggi trova posto al di sopra dell’arco del coretto, sembra potersi attribuire all’ultimo citato Gagini. E sempre quest’ultimo, insieme ad altri maestri intagliatori, si dedicò al rifacimento del nuovo portale grande del prospetto principale che si rese necessario a seguito del rinnovo architettonico dalla parte interna (1607).
Si ritiene che gli stessi intagliatori, quindi sempre con la presenza maestra di G. Gagini, abbiano scolpito “il portale del fianco meridionale del tempio. Si sa infatti che sulla finestra di detto portale era segnata la data 1611” (A. Ragona). Un’opera d’arte delicata e accurata che, sebbene fortemente danneggiata dai bombardamenti del 9 e 10 luglio 1943, si riuscì fortunatamente a ricollocarla nel sito originario durante le opere di ricostruzione (fig. 20 – 21).



Tant’altro ci sarebbe da tramandare dell’opera artistica dei Gagini che, attraverso le diverse discendenze, hanno realizzato tanti capolavori in Sicilia lasciando anche a Caltagirone una pregevole eredità artistica, architettonica e scultorea anche al di fuori di questo tempio; così come di detto tempio ci sarebbe ancora molto di cui dover raccontare. Tuttavia si spera di aver lasciato al lettore il desiderio di far visita non solo alla città di Caltagirone per andare alla scoperta di altri capolavori gagineschi, ma soprattutto per far visita a questo sacro luogo ove devozione ed arte hanno trovato, ancora una volta, una delle loro massime espressioni tessendosi bene con i vari periodi storici e religiosi della città.

 

Stefania Platania Amore
Socio volontario Kreios – Museo Diocesano Caltagirone

 

 

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