Chiesa di St. Mark a Björkhagen, Stoccolma, Sigurd Lewerentz

Nella periferia di Stoccolma – che in alcune parti riesce a essere bella a livello del suo centro storico – si può compiere con i mezzi pubblici un rapido tour in tre tappe: dapprima visitando sulle rive di un lago l’eco-quartiere Hammarby Sjöstad, nel quale la combustione dei rifiuti copre il 47% del riscaldamento domestico, gli autobus pubblici vanno a etanolo e l’acqua è la principale fonte energetica, poi attraversando il parco dello Skogskygården (Cimitero del bosco), progettato da Gunnar Asplund con Sigurd Lewerentz: quest’ultimo firma al suo interno la Uppståndelsekapellet (Cappella della resurrezione), immersa nel verde e dallo stile neoclassico, cui si accede da un porticato con dodici colonne.
Terza tappa (last but not least) è la visita alla chiesa di St. Mark nel quartiere di Björkhagen, che lo stesso Lewerentz realizza vincendo un concorso a inviti, bandito nel 1956.
Risulta immediatamente evidente come il ruolo di protagonista assoluto sia qui assegnato al mattone, con un ruolo da comprimario svolto dal legno e poi con la coralità degli arredi e soprattutto dei corpi illuminanti.
L’ingresso è posizionato in uno spazio a corte allungata, segnato dalla presenza di una vasca d’acqua con fontana e da un portico in legno da cui si accede agli spazi connessi all’aula sacra. La corte è delimitata da un lato da un fabbricato allungato a un piano, con i servizi e gli uffici parrocchiali, culminante in una volta a botte ribassata, per gli uffici amministrativi, e nel campanile; dall’altro lato dello spazio libero è l’edificio che presenta la sequenza foyer, mensa, sala assembleare con piccolo palcoscenico, la chiesa.
A questi spazi, aperti al pubblico, si accede tramite il portico in legno caratterizzato da coperture curvilinee, pilastri realizzati con l’aggregazione di più travi lignee, travi rastremate “a scatti” verso lo sbalzo, con un rimando alle tecniche tradizionali giapponesi di lavorazione di questo materiale.
Ma la tecnica che permette all’autore la formalizzazione di un intervento profondamente unitario è quella delle pareti realizzate con mattoni grezzi e scuri, provenienti dalle fornaci della più meridionale Helsingborg, e messi in opera con spessi giunti di malta, anch’essa volutamente grossolana e per questo impastata con frammenti di ardesia.
Questa tessitura di mattoni e malta connota le pareti sia all’esterno che all’interno e riveste pilastri e travi in cemento armato, definendo nella chiesa l’immagine forte di soffitti di diversa altezza, costruiti per fasce, con l’accostamento di pannelli curvi di forma trapezoidale poggianti su profilati di acciaio. Si tratta di una reinterpretazione creativa e movimentata degli ottocenteschi solai di voltine e travi, apparentabile alla ricerca fatta in altra latitudine, in equilibrio tra tradizione e innovazione, dall’uruguayano Eladio Dieste “il signore dei mattoni”. I pavimenti sono anch’essi in piastrelloni di terracotta fatti a mano.
Sui mattoni nulla prevale e anche gli infissi sono ridotti al minimo o assenti del tutto nel caso di lastre di vetro praticamente incassate nella muratura, che non presenta mai altra finitura, come imbotti in pietra o in altro materiale.
Questa immagine neo-medievale, fortemente ricercata da Leverentz come alternativa al neoclassico e a un moderno razionalista, viene stemperata e resa “amichevole” dal sistema di luce artificiale, con lampade metalliche appese al soffitto che punteggiano lo spazio sacro come stelle e pianeti nel cielo notturno, contrappuntando l’ombra delle pareti “rustiche”.
L’austerità è sottolineata dalla presenza di poche opere d’arte, tra cui spiccano i due arazzi verticali appesi dietro l’altare, che fanno pensare soprattutto al buon artigianato scandinavo, a cui l’autore della chiesa ha evidentemente guardato, quando ha scelto di costruire un’opera come l’avrebbero realizzata costruttori premoderni, con quel “di più” che solo la grande architettura riesce a comunicare.

Carlo Pozzi

Photos @ Carlo Pozzi

 

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