Chiesa “San Giovanni XXIII”

presso l’ospedale Papa Giovanni XXIII di Bergamo

 

La nuova chiesa costituisce un segno forte, un segno materiale, che resterà visibile anche per le generazioni a venire, un segno deciso dalla diocesi in occasione della canonizzazione di Angelo Giuseppe Roncalli. Altri segni importanti sono stati realizzati, sul fronte soprattutto della carità, dell’aiuto agli ultimi, alle persone e alle famiglie in difficoltà in questo delicato momento storico.

La chiesa è un luogo religioso, un luogo di preghiera. E’ stato deciso di realizzarla accanto all’ospedale proprio dedicato al santo papa bergamasco. Uno spazio di preghiera e di raccoglimento strettamente collegato all’ospedale, luogo di sofferenza, di malattia, luogo dove si cura e dove ci si prende cura delle persone. Dove ogni giorno transitano migliaia di persone: malati, lavoratori, volontari, parenti, amici. Luogo di profonda umanità. La chiesa rappresenta un punto di riferimento, un punto di raccoglimento, di pensiero profondo, di preghiera. Un comitato ha seguito dal 2007 la realizzazione di questo luogo.

La progettazione dell’opera è stata affidata agli architetti che hanno disegnato l’ospedale: il francese Aymeric Zublena e lo studio Traversi di Bergamo. Per l’edificio è stato scelto un punto all’ingresso della grande struttura. La chiesa è accessibile sia dall’esterno, sia dall’interno dell’ospedale mediante un corridoio sotterraneo. Il suo volume va a chiudere quella che appare come la piazza di ingresso della struttura sanitaria cittadina. Gli architetti hanno scelto di progettare un edificio leggero, lineare, bianco, dalla forma rettangolare, un parallelepipedo circondato da un deambulatorio custodito da un velario di colonnine sottili, realizzate con un procedimento del tutto particolare, in cemento.

Allo stesso modo la chiesa appare essenziale, lineare anche all’interno, pur conservando della tradizione l’idea di una decorazione parietale e di un presbiterio con tre absidi, appena accennate.

L’aula e il corpo dei servizi parrocchiali sono più bassi rispetto alla piazza antistante, mentre l’ampio sagrato su cui la chiesa si affaccia ha un carattere più tranquillo e riparato. Una grande scalinata la connette alla piazza principale, che a sua volta si congiunge con quella che sarà la futura stazione di collegamento metropolitano con il centro della città di Bergamo.

È stata ricercata un’armonia fra immagini artistiche e architettura. La decorazione alle pareti è stata affidata a Stefano Arienti, le immagini delle absidi sono di Andrea Mastrovito mentre la Via Crucis all’ingresso è opera di Ferrario Freres. Realizzata con il contributo della Conferenza Episcopale Italiana, della Diocesi di Bergamo, della Fondazione della Banca Popolare di Bergamo, la chiesa è un luogo di preghiera, è un luogo dell’ospedale, è un luogo della città. Un dono alla città.

 

Interno

 

L’edificio consiste di una grande aula ariosa, a pianta rettangolare, sulle cui pareti di calcestruzzo, attraverso una speciale tecnica di lavorazione del cemento, è stata incisa l’immagine di un giardino mediterraneo. Traforate da aperture verso l’esterno, le pareti diventano veicolo di luce. Il parallelepipedo dell’aula viene protetto da un suggestivo velario, composto di un serrato susseguirsi di snelli elementi verticali in calcestruzzo bianco, una superficie vibratile che avvolge quasi tutto il perimetro dell’edificio. Così questa chiesa si presenta come uno scrigno di luce, rarefatto, etereo, paradisiaco, intriso di silente tensione, perfetta sosta spirituale per tutti coloro che presumibilmente vi transiteranno caricati di pesantezze interiori, di domande spesso prive di risposte, di speranze sospese, qualche volta anche di gratitudine e di sollievo. Agli architetti Aymeric Zublena, Pippo Traversi e Ferdinando Traversi, agli artisti, Stefano Arienti, Andrea Mastrovito, Ferrario Freres, e a tutti quelli che hanno contribuito alla sua costruzione, va dunque riconosciuto il merito di aprire con il loro lavoro sentieri di speranza per quanti entreranno in questa chiesa. Attraverso di loro l’arte continua a essere a servizio dell’uomo.

 

Stefano Arienti, con una particolare tecnica di impressione sul cemento, trasforma le pareti della chiesa in un giardino diafano e autoctono, un perimetro traforato di aperture incaricate di trasportare la luce. Nelle ore del giorno la luce naturale penetra all’interno. Nelle ore di buio l’illuminazione interna trasforma la chiesa in una lanterna visibile all’esterno. Tutto è come una incessante respirazione mistica. L’effetto è reso possibile da una tecnica di lavorazione del cemento nata nel contesto industriale e trasformata nella sua applicazione a un processo artistico. Essa rende possibile stampare letteralmente una elaborazione fotografica di un angolo di flora bergamasca direttamente sulle pareti della chiesa. Il risultato è una potente evocazione del giardino paradisiaco reinventato con creatività e efficacia.

 

I Ferrario Freres raccolgono le scene tradizionali della via crucis in una sola unica grande narrazione sintetica che ambienta la passione nel teatro di una Bergamo rimontata come una città da pittura fiamminga. L’ispirazione per questa grande scena sintetica viene da una famosa opera del grande pittore fiammingo Memling, ma rinnovata dai Ferrario Freres alla luce della sensibilità contemporanea e grazie alla loro particolare tecnica di composizione fotografica. Ancora una volta le scene della passione si attualizzano, entrando nel frenetico teatro della vita contemporanea. Anche le figure della narrazione sacra sono interpretate da persone conosciute nella città. Questa è anche una passione di Cristo che dialoga con la vicenda di San Francesco, in omaggio ai padri cappuccini a cui è affidata la cura pastorale della chiesa e dell’ospedale.

 

Andrea Mastrovito allestisce nello spazio di un’abside tripartita una potente scena di passione, un calvario splendente, attraverso una scenografia di grandi vetrate che, distanziate fra di loro, offrono un efficace senso di tridimensionalità. Su di esse Mastrovito esercita la sua abilità di disegnatore, traducendo in lingua contemporanea la riconoscibile poesia di una rappresentazione classica. Il pavone, segno della risurrezione, veglia paziente ai piedi del Cristo crocifisso. Per realizzarle è stato necessario inventare letteralmente una particolare tecnica di taglio del vetro, condotta dalla perizia del vetraio Lino Reduzzi, ma anche costruire la solida trama di una impalcatura di sostegno. Questo grande calvario illuminato dalla memoria bizantina dell’oro si compone anche, di una scena di pietà, nella quale Giovanni XXIII viene accostato al dolore di donne nel pianto, facendo di questo quadro d’insieme una delle più veritiere e autentiche restituzioni iconografiche dello spirito del papa bergamasco.

 

Si ringrazia lo Studio Reduzzi per la gentile concessione di alcune immagini

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