UNO SCRIGNO D’ARTE A CALTAGIRONE: LA CHIESA DI SAN BONAVENTURA

“Città gratissima”, “Regina dei monti Erei”, ovvero Caltagirone, città che, disposta ad anfiteatro naturale su tre colli, custodisce una storia molto interessante che si rivela pure nelle sue opere architettoniche ed artistiche di ogni epoca.

Un tempo ricca di beni patrimoniali, fonti di cospicue rendite in denaro, Caltagirone poté servirsene per fare munifiche donazioni ai suoi regnanti e da cui derivò il titolo di Città Gratissima, cioè di città fedelissima al potere regio,  conferitole da Ferdinando d’Aragona nel 1496.

Per il fatto, invece, che essa è sorta e sviluppata al centro tra la piana di Gela e la piana di Catania, tra le pendici  nord-orientali dei monti Erei e quelle sud-occidentali dei monti Iblei, è stata definita Regina dei Monti Erei.

Nonostante quest’ultimo appellativo le sia stato conferito per via della sua posizione orografica, ci piace pensare piuttosto che questo titolo le si confà maggiormente per via di tutti quei tesori artistici che, nell’arco della sua lunga storia, sono stati realizzati da valenti maestri dell’arte pittorica, scultorea e ceramica.

Inoltre Caltagirone, da sempre animata da un profondo fervore religioso, è ricca di molte chiese, alcune delle quali, realizzate per ospitare gli ordini religiosi che nascevano o si insediavano in questo territorio per la loro opera di evangelizzazione, sono state luogo in cui si è affermato in maniera preponderante il genio artistico del tempo.

In considerazione del fatto che il Senato Cittadino dell’epoca, con le rendite del suo ingente patrimonio, si occupava anche di sostenere le spese per la costruzione di chiese, conventi e monasteri, intorno al XVII secolo, provvide alla costruzione del convento e della chiesa di San Bonaventura che divenne sede  dei Frati Minori Riformati. Anche il costante ed intenso interessamento dell’illustre concittadino Mons. Bonaventura Secusio (che fu Vescovo di Patti, arcivescovo di Messina e vescovo di Catania) fu fonfamentale per la realizzazione di tale opera.

In questo spazio editoriale, oggi, ci piace  suscitare attenzione e curiosità proprio sulla chiesa di San Bonaventura che  nei prossimi giorni, dal 17 al 31 luglio 2019, nell’ambito di un progetto inserito all’interno delle attività culturali promosse dal Museo Diocesano, sarà occasionalmente e straordinariamente aperta per dare la possibilità di  riscoprire una consistente porzione di tesori artistici che, purtroppo, per via del rinnovo delle varie cariche ecclesiastiche, della soppressione dei diversi ordini religiosi e dell’alternarsi delle gestioni amministrative municipali avvenute nel tempo, ma anche per gli ingenti danni subìti a causa di ben due terremoti di forte intensità (1693 e 1908), essa  è stata oggetto di altalenanti chiusure e oblii e, per questo, risulta quasi sconosciuta soprattutto ai più delle nuove generazioni.

Grazie anche all’interessamento ed alle attività del FAI che ne ha riconosciuto la magnificenza storico-artistica, la chiesa di San Bonaventura è rientrata al 21° posto nella graduatoria nazionale dei ‘Luoghi del cuore’; pertanto si auspica che, anche con il loro sostegno, sia possibile restituirle il suo antico splendore, renderla nuovamente fruibile al culto religioso ed inoltre farla divenire un’ambita meta per il copioso flusso turistico che gravita su Caltagirone, particolarmente in determinati periodi dell’anno.

La Chiesa è situata su uno dei punti più elevati della città dal quale lo sguardo domina e si perde verso quella vallata dove è avvenuta l’espansione urbana. Ciò non di meno, in qualsiasi ora del giorno e della sera, è quasi inevitabile provare intense suggestioni nell’ammirare quello che l’opera di Dio e l’opera dell’uomo hanno insieme compiuto.

Tralasciando l’aspetto paesaggistico, senza per questo volerlo sottovalutare, entriamo nel vivo e in qualche interessante dettaglio della nostra Chiesa di San Bonaventura, per quanto, ciò di cui si leggerà, sarà sempre molto riduttivo rispetto a quanto tanto altro si potrebbe dire su questo complesso religioso.

La sua facciata, ai cui piedi è stata creata un’ampia gradinata trapezoidale, è molto disadorna ed essenziale e rispecchia perfettamente la semplicità della regola dell’ordine francescano che ha ospitato. Su di essa spiccano lateralmente solo poche note colorate rappresentate da due pannelli ceramici policromi (Fig.1 e 2)  di fattura successiva (1856) per mano di Giuseppe Di Bartolo, raffiguranti uno La Madonna della Salute e l’altro S. Francesco d’Assisi. Una cornice pentagonale, con al vertice la croce, formata da piccole mattonelle sempre in ceramica di colore azzurro e verde, ad effetto punta di diamante, mette in risalto le citate raffigurazioni. (Fig.3 e 4)

Altra nota di colore è data dalla collocazione di due imponenti vasi ornamentali, in ceramica policroma, collocati in alto sui plinti delle maestose volute. (Fig.5)

A contrastare la semplicità esterna della facciata è proprio il suo interno.

Chiunque vi entra per la prima volta viene colto sempre da profondo e prolungato stupore.

L’immediata sensazione che si prova è quella di essere ospitati e circondati dalla Bellezza e se, come afferma Stendhal, “la bellezza è una promessa di felicità”, si può affermare che stando all’interno di questa chiesa ci si può sentire felici!

Lo sguardo incomincia a librare in alto, di lato, a destra, a sinistra, in fondo, nell’angolo, sopra e sotto il gradino, per poi di nuovo estendersi verso su, giù, di lato; insomma, quasi ci si disorienta! E ciò è pressoché inevitabile dal momento che in essa c’è la rivelazione di tutte le arti: dalla pittura alla ceramica, dall’arte dell’intarsio a quella della ‘scagliola’, finanche la lavorazione dello stucco. In aggiunta, i PP. Riformati per abbellire sempre di più la chiesa si sono serviti non solo della loro opera artigianale ma, quando possibile, hanno fatto ricorso a donazioni di opere preziose da parte di famiglie benefattrici per arricchire le cappelle laterali (ne sono presenti 10).  Tali elargizioni permisero ai donanti di esercitare il patronato con il diritto alla sepoltura nelle cripte sottostanti alle abbellite cappelle. Per tale motivo il visitatore, accedendo in chiesa, potrebbe anche avvertire la sensazione di ritrovarsi all’interno di una pinacoteca o un museo di ricchi ed antichi cimeli.

Ma noi, attraverso questo scritto editoriale vogliamo cercare di fare arrestare l’interesse del lettore sul presbiterio. (Fig. 6)

Esso si presenta con un tripudio di colori dalle delicate tinte, talvolta anche trasparenti.  Un insieme di forme, di immagini e di decori floreali che, grazie ad un originale quanto mai scenico gioco prospettico scelto dall’artista (ignoto, ma da più studiosi riconducibile all’acese Pietro Paolo Vasta), sembrano spiccare in alto in maniera incontenibile conferendo a tutto il presbiterio effetti di decori in rilievo (si notino, ad esempio, le colonne in finto marmo ornate con foglie di acanto). Si ha anche l’impressione di osservare una cupola che, solo nell’incedere lento verso i piedi del presbiterio, ci si rende davvero conto che tali visioni sono il frutto dell’abilità pittorica e dell’ingegno dell’artista che pare avere avuto, durante la realizzazione dell’intera sua opera, uno sguardo “come se fosse un obiettivo grandangolare”.

Osservando la parete frontale del presbiterio fermiamo l’attenzione su una straordinaria custodia in legno intagliato, dorato ed intarsiato per il SS. Sacramento, lavorato dal francescano riformato fra’ Cherubino d’Aidone (Fig.7); alle spalle di tale opera lignea, fino al 2 ottobre del 1990 era possibile ammirare una bellissima opera pittorica di Vincenzo Ruggieri, raffigurante San Bonaventura sorretto da un angelo che riceve miracolosamente la comunione da un altro angelo (Fig.8). Tale opera trafugata nella data su citata, ritrovata a distanza di ben 28 anni, oggi, dopo un apprezzabile intervento di restauro, è custodita presso la quadreria del Museo Diocesano di Caltagirone. “Tale ritrovamento” afferma, don Fabio Raimondi, direttore del museo, “rappresenta non solo la ricollocazione di un tassello mancante del patrimonio della nostra Diocesi, ma anche un rimarginare le ferite culturali del nostro territorio, a volte davvero trascurate.”

In sostituzione della “tela ritrovata” è rimasta la statua del Santo che trovavasi già sul retro della tela stessa.

Infine, un’altra opera di rilievo che si può ammirare nel presbiterio è rappresentata dal ‘paliotto’ dell’altare, un’opera eccelsa, verosimilmente unica in Sicilia, dell’arte della “scagliola”.   (Fig.9)

Definita anche la Santa Croce di Caltagirone in quanto vi trovano sepoltura i più noti artisti caltagironesi del XVIII e XIX secolo (Isidoro Boscari, Giuseppe Vaccaro, Mario Vaccaro, Giuseppe Failla ed altri ), la chiesa di San Bonaventura rappresenta, senza dubbio alcuno, uno dei luoghi di culto tra i più sontuosi d’arte che la nostra Città di Caltagirone possieda.

Stefania Platania Amore e Mario Amore
(Soci Kreios – Volontari Museo Diocesano Caltagirone)

 

 

le foto sono degli autori Stefania Platania Amore e Mario Amore