Il Museo e Tesoro del Duomo di Monza di Cini Boeri                                    

Carlo Pozzi

 

Venti anni dal progetto, poco più di dieci dall’inaugurazione, ma non li dimostra.

Parlare di età a proposito di una importante realizzazione di Cini Boeri può sembrare fuori luogo o perlomeno poco delicato, vista l’età anagrafica dell’architetto in questione.

Maria Cristina Mariani Dameno, coniugata Boeri, nata a Milano nel 1924, è stata allieva e collaboratrice di Giò Ponti.

E come il suo maestro ha spaziato nel design e nell’architettura, con una punta molto alta nell’allestimento museale.

Il progetto per il Museo e il Tesoro del Duomo di Monza prende le mosse dall’ampliamento degli spazi preesistenti realizzato nel 1996 grazie a un’operazione di scavo: questa nasce già con l’obiettivo di alloggiarvi il rosone originale del duomo, risalente al XV secolo.

Scavo reso complesso dalla vicinanza con la chiesa e dai rischi connessi alla esiguità delle sue fondazioni.

Una volta assestata la complessa parte strutturale dei lavori, l’ingegnere Franco Gaiani, che li ha seguiti e diretti (e a cui è oggi intestata questa parte del museo) decide di affidare il progetto dell’allestimento dell’ampliamento del museo alla più che collaudata esperienza artistico-professionale dell’architetto milanese.



Il nuovo spazio dovrà accogliere una mostra permanente con una notevole serie di opere d’arte che vanno dal Trecento al Novecento, ma anche mostre temporanee, e sarà coperto da un solaio con giardino.

Cini Boeri imprime all’operazione alcuni segni significativi, dal soppalco sospeso alla scala metallica elicoidale, in buona parte avvolta da un paramento cardinalizio rosso brillante.

Questo segno e questo colore, che attirano immediatamente l’attenzione del visitatore come una sorta di landmark ipogeo, danno continuità agli spazi su entrambi i livelli, separati dal solaio tranne nella parte curvilinea a doppia altezza che presenta la ricostruzione del grande rosone, attraverso la ruota delle vetrate superstiti.

Può sembrare una arbitraria, forse poetica, novità, ma si tratta invece di una citazione colta e di un affettuoso omaggio verso due progetti genovesi di Franco Albini per il Museo del Tesoro della Cattedrale di San Lorenzo e per la ristrutturazione del complesso di Sant’Agostino, sia nella geometria circolare che nel colore rosso.

Il rosso entra in decisa dissonanza con il grigio antracite del pavimento e del soffitto, mentre gioca un ruolo di contrappunto con le tenui colorazioni dal grigio all’azzurro che presentano i fondali delle opere in esposizione.

Sul rapporto tra opera d’arte e fondale, il pensiero non può che andare a quell’assoluto capolavoro che è la Galleria Regionale della Sicilia, strutturata nel Palazzo Abatellis a Palermo, lezione insuperata di museografia di Carlo Scarpa, pienamente assimilata dalla Boeri.

 

“…Nel museo monzese questo si traduce nella scelta – se vogliamo provocatoria e giocosa – di affidare la connotazione degli spazi alla scala rossa che si propone come raffinato oggetto di design. Boeri gioca con le forme, ma soprattutto con il colore: lasciando il pavimento ed il soffitto in grigio antracite, ha utilizzato magistralmente, oltre al rosso “cardinalizio”, le diverse tonalità di azzurro adatte ai toni delle opere esposte. Con uno scarto calibrato, evitando la ricerca dell’effetto per l’effetto, la progettista ha messo in discussione l’immagine e gli schemi tradizionali del museo destinato a custodire e mostrare opere antiche. Ne consegue un ambiente sottilmente anticonvenzionale, in cui pochi segni interagiscono con gli oggetti esposti, senza interferire con la loro corretta fruizione, e in cui lo sviluppo ipogeo non è interpretato come limite ma come elemento di interesse.”

Testo di C. Baglione, Una esposizione ipogea, in Casabella 769, Settembre 2008





Le foto di Piero Pozzi sono per gentile concessione dello studio Cini Boeri

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