Pregare con le immagini

Oggi non siamo molto abituati a pregare con le immagini sacre. Tanto meno se queste si trovano in un museo, decontestualizzate dal luogo per il quale sono nate ed esposte come capolavori d’arte. Contempliamo forme, colori, tecnica, composizione, ma difficilmente pensiamo alle ragioni per cui quelle opere sono nate. Troppo spesso dimentichiamo che sono state realizzate per le celebrazioni liturgiche, per la preghiera, per il cammino spirituale dei fedeli. Anche quando entriamo nelle chiese, spesso ci si accontenta frettolosamente di individuare il soggetto dell’opera, di dare un nome ai diversi personaggi, di conoscere l’autore, la data di esecuzione. Insomma, ci limitiamo a una semplice descrizione dell’immagine e a qualche rapida informazione. Anche quando ne abbiamo sviscerato la storia e l’iconografia non ci rendiamo in realtà conto che forse basterebbe leggere un testo che ci comunichi con chiarezza gli stessi contenuti…, per avere “capito” quell’opera d’arte. Contemplare un’immagine non potrà mai essere strumentale all’interpretazione del testo biblico, né potrà mai trasformarsi in una semplice catechesi. In questo senso, l’immagine non può esaurirsi nel suo tradursi in Biblia pauperum.

L’immagine, portatrice di un senso per me

Dimentichiamo infatti troppo spesso come l’immagine sia portatrice di un senso rivolto a cambiare e a trasformare la nostra vita. Di fronte a un’immagine sacra siamo invitati a compiere una ricerca personale in cui, guidati dallo Spirito, ci lasciamo interrogare e interpellare dal mistero rappresentato. Ignazio di Loyola, il fondatore della Compagnia di Gesù, profondo conoscitore della potenza delle immagini, suggeriva che la nostra preghiera non deve limitarsi a un esercizio di riflessione su contenuti o concetti. Ignazio invitava il fedele che prega su un racconto evangelico a ricostruirne la scena, in modo da radicare e incarnare quell’evento nella realtà concreta della persona. Non solo, consigliava al fedele di entrare nella scena stessa, instaurando un dialogo con gli altri personaggi, interrogandosi sulle sue reazioni, sui suoi sentimenti. Il fedele poteva così partecipare attivamente e affettivamente alla storia raccontata, facendosi contemporaneo al mistero. La distanza temporale tra presente e passato era in questo modo soppressa. Secondo Ignazio, la visione di un’immagine è partecipazione al mistero, che deve parlare a me, ora, in questo momento della vita. Vedere è sperimentare un momento di grazia, che ci apre all’annuncio, al desiderio di riconoscere il senso più profondo della propria vita.

Le vocazioni… cristiane

Con questi intenti, in compagnia di autori come Andrej Rublëv, Duccio di Buoninsegna, Antonello da Messina, Matthias Grünewald, Tiziano Vecellio, Caravaggio, Marc Chagall, Claudio Parmiggiani…, sono proposte sedici “contemplazioni” di opere d’arte. Le diverse immagini sono state scelte sul tema della vocazione biblica, attingendo all’Antico e al Nuovo Testamento e soffermandoci su alcuni momenti esemplari. Accanto alle chiamate rivolte a singole figure come Mosè, Giona, Maria, Maddalena, Pietro e Andrea, Matteo, Paolo di Tarso, sono state scelte alcune vocazioni di carattere più ampio, in modo da delineare un vero e proprio percorso “vocazionale”. Così, alcune opere invitano a pregare contemplando la vita trinitaria, l’incarnazione, a meditare sull’offerta della nostra vita davanti a Cristo Crocifisso, a considerare il nostro essere figli di Dio chiamati alla fecondità, a sollevare il nostro sguardo verso Cristo risorto che possiamo riconoscere nella frazione del pane con i discepoli di Emmaus, accogliendo lo Spirito di Dio, perché sappiamo diventare “re” nel servizio agli altri, nella missione. Aderire alla propria vocazione è un passare dalla morte alla vita, dalle tenebre alla luce, un percorrere sentieri di riconciliazione e di pace.

Un’interpretazione orante

Le contemplazioni sono dunque un invito a percorrere un vero e proprio cammino spirituale, andando alle radici del nostro essere cristiani, perché sappiamo discernere la nostra vocazione personale, riconoscendo la presenza di Dio nella nostra storia. Al testo biblico, è dunque affiancata un’interpretazione orante dell’immagine, in quanto l’arte è prima di tutto un’esperienza dello Spirito, un luogo teologico, che si traduce in forme, colori… che viene condivisa a tutti. Si tratta soprattutto di spunti, di suggerimenti, di suggestioni per intraprendere un percorso personale di preghiera nella lettura dell’opera d’arte. Infine, alcune riflessioni e domande invitano a interrogarsi personalmente sul proprio cammino di vita e a cercare di mettere a fuoco i punti nodali della nostra esistenza. Quale grazia chiedo innanzitutto al Signore? Qual è il mio desiderio? Come posso ritrovare me stesso e colmare la mia sete di assoluto? In che modo quell’immagine mi interpella e provoca la mia vita? Se io fossi stato al posto di quella figura biblica, che cosa avrei fatto?

In breve, si tratta di un piccolo libro che vuole aiutare ad approfondire la propria fede, perché sappiamo operare scelte concrete e sensate nell’incontro con il Dio della vita. Un libro che intende invitare a fare un’esperienza di Dio. Ad maiorem Dei gloriam

 



Editore:Ancora

Collana:Tra arte e teologia

Data di Pubblicazione:settembre 2018

EAN:9788851420437

ISBN:8851420432

Pagine:156

Formato:brossura