Conferenza e mostra: Domenico Schiavi, 300 anni di memoria tra arte e architettura

La bottega della famiglia Schiavi fu attiva soprattutto in quelli che allora erano detti gli arcidiaconati della Carnia e del Cadore.

L’effervescenza nel costruire testimonia non solo della vivacità e del benessere di queste aree governate dall’economia di Venezia, ma documenta anche il fervore ecclesiale con cui gli edifici cultuali più antichi del Trecento o del Cinquecento furono ricostruiti e ampliati in forme monumentali. Oltre ai rimandi e confronti con le creazioni del Massari e del Palladio non possiamo però tralasciare il peso che nelle decisioni progettuali e decorative devono aver avuto le indicazioni e le direttive ecclesiali emanate la prima nel 1577 da Carlo Borromeo, arcivescovo di Milano (Instructionum fabricae et suppellectilis ecclesiasticae libri duo) che dava traduzione al nuovo impulso edificatorio che il cattolicesimo ebbe dal Concilio di Trento. Questo strumento ebbe eco e fortuna non solo nell’estesa diocesi di Milano ma conobbe una diffusione nelle diocesi dell’Italia anche secoli dopo e passò l’oceano per giungere in quella latinoamericana. 

Approcciarsi allo studio dell’architettura del Settecento friulano significa, quindi, prendere in considerazione vari fattori che permettano di comprendere come, sull’intero territorio dell’attuale regione, diviso a quell’epoca fra i domini della Serenissima e i territori dell’Impero, non si possa definire in maniera univoca la presenza di architetti o capimastri ma si debba prendere in considerazione intere botteghe famigliari, a meno dei nomi più noti provenienti dall’ambiente lagunare. Considerare il periodo settecentesco come “provinciale” rende assai poco merito alla professionalità delle maestranze che in questo territorio si sono radicate riuscendo a controllare i cantieri architettonici, quelli della decorazione e dell’affresco. Soprattutto nella seconda metà del XVIII secolo si assiste a un progressivo allontanamento dalle forme del tardo barocco per lasciare spazio a un linguaggio che prelude al neoclassicismo. Fra le numerose architetture cultuali realizzate vi sono sia quelle più note, in cui i rimandi soprattutto a Giorgio Massari sono molto forti, sia quelle minori nelle quali si registra una libertà d’espressione in certi casi maggiore sia nella gestione del progetto, sia del cantiere. Il duomo di Tolmezzo (1752) può essere considerato la prima opera progettata interamente da Domenico Schiavi. In essa si leggono sia gli elementi tipici derivanti dal Concilio di Trento e la seguente riforma borromeana sia l’immediato parallelo con la chiesa udinese di Sant’Antonio Abate di Giorgio Massari. Inserita nei medesimi contesti formali è anche la chiesa di Santa Maria della Purificazione a Tricesimo (1770), progettata da Domenico ed eretta completamente seguendo il suo progetto. Il tipo di chiesa degli Schiavi, quanto al contesto ecclesiale architettonico friulano e carnico, mostra quindi di seguire sia la tradizione edilizia che di solito proponeva fino al terremoto del 1511 chiese parrocchiali e anche plebanali del tipo a unica aula con il coro maggiore poligonale, sia gli aspetti liturgici espressi dal Concilio di Trento.

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Le foto sono per gentile concessione dell’Ufficio Beni Culturali dell’Arcidiocesi di Udine