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DON ALBERTO LOLLI | NUTRIRE IL MONDO CON LA BELLEZZA

Al Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso, nel santuario di San Pietro Martire, dal 27 settembre 2015 al 06 gennaio 2016 è esposta una grande mostra con le opere di uno dei più significativi maestri dell’arte sacra contemporanea: Arcabas.

Il percorso espositivo è stato pensato e realizzato dallo stesso Arcabas e da don Alberto Lolli, direttore del Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso e Responsabile del coordinamento dei Centri culturali cattolici della Diocesi di Milano.

Don Alberto, come ha avuto origine l’idea di ospitare presso il Centro Pastorale Ambrosiano di Seveso, nella Diocesi di Milano, una mostra dedicata ad Arcabas?

Il fascino che la bellezza esercita nel cuore non si può spiegare. La mostra ha avuto inizio in quell’istante in cui i colori, le forme, le armonie di Arcabas mi hanno colpito nel profondo, facendomi sentire chiamato a condividere questa esperienza con altri. Questo mi ha donato la forza di sognare e iniziare a costruire un’impresa che altrimenti mi sarebbe apparsa inarrivabile. Così ho osato. Osato sognare e osato condividere l’intuizione con altre persone, che subito con entusiasmo si sono lanciate in questa bellissima impresa: nutrire il mondo con la bellezza. Da quel piccolo tavolo, abbiamo raccolto sponsor e più di centocinquanta volontari che ogni giorno, con competenza e generosità, permettono di visitare la mostra gratuitamente. Per non contare i più di cento alunni che – grazie all’alternanza scuola-lavoro – accolgono gruppi che prenotano le visite. Ad oggi sono passati più di 25.000 visitatori e oltre 160 gruppi. Un’esperienza entusiasmate che è andata ben oltre le mie aspettative!

Arcabas è un’artista costantemente in dialogo con il “sacro”. Quale è il messaggio che questa mostra vuole trasmettere?

Arcabas è un uomo di quasi novant’anni (il prossimo mese di gennaio!), con una enorme esperienza artistica alle spalle; ma, soprattutto, è un uomo in profonda ricerca spirituale. Dico “ricerca” perché chiunque si sia imbattuto nell’impresa di conoscere Dio, sa bene che mai si finisce. Non ama definire la propria arte “sacra”, tuttavia egli vive in una continua tensione di ricerca di Dio. Ogni opera, anche quella che rappresenta forme profane, porta la traccia di una sacralità che Arcabas cerca di rappresentare, spesso con linguaggio  simbolico. È il suo sguardo sulla vita che restituisce a chi guarda le sue opere: Dio è con noi, non possiamo avere paura! Che messaggio per questi tempi!

Si può dire che nella poetica di Arcabas bellezza e fede si incontrano, e insegnano? E che cosa insegnano?

La poetica di Arcabas è lo sguardo bambino sulla vita, la capacità di stupirsi di ogni cosa che accade; la possibilità di incontrare il Creatore nelle sue creature; la misericordia che si consegna all’uomo, ma così discreta da dover essere scovata. Arcabas svela – rivela! – la presenza di Dio nelle piccole cose, come anche nei grandi drammi della vita, laddove sembra essere tragicamente assente.

Don Alberto, come si caratterizza il percorso spirituale dell’artista Arcabas?

È eloquente la sua frase che abbiamo posto all’ingresso della mostra fotografica a lui dedicata: “A mio rischio e pericolo mi sono dichiarato pittore, ed è vero che dipingo dieci ore al giorno duecentocinquanta giorni all’anno. I cento giorni restanti sono dedicati ad errare, allo sconforto, alla ricerca ostinata di una coscienza di essere bruscamente perduta, senza la quale più nulla è possibile, soprattutto non è possibile l’elaborazione appassionata e spesso azzardata di questa specie di specchi chiamati opere d’arte.” Credo che tutto sia contenuto qui: il desiderio, lo struggimento, la ricerca… questo è il suo percorso spirituale.

Siamo di fronte ad un’artista che con le sue opere è in grado di accompagnare alla fede, alla comprensione di quella “bellezza” che può salvare il mondo. Ci può parlare, don Alberto, di alcune delle opere esposte in questa mostra?

Tra le oltre quaranta opere esposte, non può non colpire il grande polittico che il visitatore si trova davanti, installato davanti al Ciborio. Un’opera maestosa intitolata “Omaggio a Bernanos”, ispirata all’opera “I grandi cimiteri sotto la luna”. Gesù è morto, come i peggiori malfattori, come le persone indegne. È morto e, nell’opera di Arcabas è ancora appeso alla croce, abbandonato, con il torace deformato dallo sforzo per gli ultimi respiri. Chi lo ha ucciso? Chi lo uccide ancora oggi? La colpa è di tutti coloro che non sanno mettere al primo posto l’amore per i fratelli. Così, nel primo quadro, la forma indistinta e terribile che regge per un piedino un neonato e lo trafigge, mentre una madre disperata stringe inutilmente al seno il suo piccolo morto, è il male assoluto. Così le fosse comuni, scavate ovunque in Spagna al tempo della guerra civile, ma anche in ogni parte del mondo durante ogni guerra, sono il male assoluto. Così le persone che hanno il potere – di qualsiasi tipo esso sia – e permettono (o causano) sofferenza, dolore e morte, nascondendo il volto dietro le maschere della giustizia e ingabbiando il cuore per non sentire rimorso, sono il male assoluto. Così persino gli uomini di chiesa che nella storia non hanno saputo o voluto salvare chi era nel pericolo ma addirittura talvolta hanno appoggiato i potenti contro i più deboli, sono il male assoluto. Un grido potente di condanna, lanciato da uno scrittore che non ha avuto paura di scrivere la verità e ripetuto come un eco da un pittore che non ha avuto paura di dipingere la sua. Arcabas ha sofferto per le mancanze della Chiesa, quando essa non si schierava coi deboli, non si schierava decisamente contro le guerre, contro ogni guerra. Ma non ha mai perso la fede, consapevole che la Chiesa è fatta di uomini, che quindi possono sbagliare, ma Dio è verità e amore, sempre e comunque, anche nonostante gli uomini. E così la figuretta che se ne sta lì in piedi sotto la croce, un bimbo piccolissimo, anche più piccolo di quanto sia logico pensare, ci guarda dritti negli occhi e ci commuove fino alle lacrime col suo cartello. “Io ci sono. Non abbiate paura”.

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