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Emil Steffann:”Possiamo ancora costruire chiese?”

Recensione a cura di Fabio Guarrera

 

Con il suo bel libro in edizione bilingue – “Konnen wir noch Kirchen bauen?”/“Possiamo ancora costruire chiese?”, editrice Schnell+Steiner, Regensburg 2014 – Tino Grisi, architetto dottore di ricerca all’Università di Bologna, ha contribuito a colmare una lacuna, propria dell’editoria architettonica italiana, il cui rimedio era diventato negli ultimi anni una questione improcrastinabile. Ovvie le ragioni che facevano attendere con impazienza questo importante lavoro: Emil Steffann, architetto tedesco aderente al movimento per il rinnovamento cattolico della Germania post bellica, è un autore troppo importante nel panorama europeo per continuare ad essere, in Italia e altrove, pressoché sconosciuto.

Ma quali i motivi di questo ritardo?

La risposta va ricercata, con ogni probabilità, nell’estrema sobrietà del lavoro di Steffann, poco avvezzo alla spettacolarizzazione e per nulla adeguato alle categorie interpretative della recente critica architettonica. Un lavoro genuino e sincero, che riesce a referenziarsi con precisione e naturalità ai contesti urbani e alle pratiche liturgiche e che usa la tecnica come mezzo e non come fine.

La chiave per capire Steffann è insita nella sua ‘elementare’ domanda: «Possiamo ancora costruire chiese?». Che vale a dire: la civiltà dell’occidente secolarizzato, espressione del pensiero nichilista e individualista, è ancora capace di costruire chiese che siano spazi per la liturgia collettiva, emblema di «chiarezza di pensiero» e «pienezza di verità»? (cfr. Romano Guardini, Lo Spirito della Liturgia, Ed. Morcelliana, Brescia 1930).

Analizzando il lavoro dell’architetto tedesco, finalmente leggibile in tutta la sua unitarietà grazie al lavoro di Tino Grisi, ci si rende conto che il valore della sua opera trova sintesi nella capacità di creare spazi comprensibili e quindi, al di là del giudizio individuale, facilmente condivisibili; spazi convenienti alla loro destinazione liturgica, che ne rappresentano in maniera chiara e sincera il ‘senso’. Del resto, l’edificio chiesa, come ricorda nella prefazione al libro il teologo Albert Gerhard, ha lo scopo di sostenere la costruzione delle «pietre viventi», cioè della comunità dei fedeli che, attraverso lo strumento della preghiera, significa lo spazio sacro. Riscoprire Steffann vuol dire quindi ritrovare il valore di un’architettura piena di senso e ragionevolezza: un’architettura «umile», per certi versi francescana.

Ma nel progetto dello spazio sacro contemporaneo è ancora possibile opporre alla gratuita gestualità e al solipsismo creativo una rigorosa ricerca della forma appropriata, che sia allo stesso tempo ‘tipica’ e ‘oggettiva’?

Leggendo il libro di Tino Grisi mi è tornato alla mente un testo di Elio Vittorini del 1946 apparso su Diario in pubblico. In questo scritto Vittorini, impressionato dalla bellezza e dalla forza della cattedrale di Chartes, ne scruta il significato profondo della ‘forma’ arrivandone a comprendere il segreto della sua magnificenza, essere cioè espressione compiuta di un volere collettivo. Mi permetto, per non parafrasare ciò che è magistralmente scritto, di riportarne un estratto significativo: «Chartres di Francia […] era una città cattedrale. […] Un mondo che viveva di essa e con essa, le case raccolte ai suoi piedi, e campi, pascoli, villaggi da cui ci si voltava e si guardava ad essa. Gli uomini non hanno mai più conosciuto la vita comune che avevano allora in una città cattedrale. Poteva, il bifolco abitare il tugurio, e il cavaliere un castello, ma l’uno e l’altro “partecipavano” in egual misura e con animo uguale alla vita della cattedrale, alla sua lenta costruzione attraverso i secoli, alla sua ascesa, alla sua grandezza raggiunta, ai suoi riti di ogni giorno […]. Tutti indistintamente gli uomini avevano nella cattedrale una vita comune […]». Quello che traspare dalle parole dello scrittore siracusano è la diretta relazione che c’è tra l’edificazione della cattedrale e la vita reale della comunità. Una felice partecipazione che rende l’opera architettonica espressione della realtà che la circonda e – quindi – rappresentazione di una volontà comprensibile e trasmissibile alle generazioni successive, che avranno il merito e l’onere di portarla a compimento.

Questo tipo di condivisione ricorda le gesta, seppur con le dovute differenze, del movimento cattolico tedesco e del suo rinnovamento liturgico e architettonico attuato a partire dal secondo dopoguerra. Le opere di Emil Steffann, insieme a quelle di Rudolf Schwarz e di pochi altri, sono infatti la felice espressione del lavoro dell’architetto inteso come portavoce e interprete della volontà di una comunità liturgica, desiderosa di fondarsi e identificarsi attorno alla propria chiesa. Un approccio concretamente distante dall’incomprensibile autoreferenzialità della maggior parte degli edifici sacri costruiti negli ultimi cinquanta anni frutto, spesso, di decisioni arbitrarie e poco ‘partecipate’ (non si fa riferimento  ovviamente alla sola condivisione delle scelte formali!).

E’ merito della ricerca di Tino Grisi, quindi, se possiamo ritornare a riflettere su questi argomenti. Il suo libro non è un semplice catalogo che colma una carenza bibliografica; la descrizione critica delle opere, del loro carattere e delle logiche compositive, consente di fare emergere le questioni progettuali che stanno alla base del lavoro del maestro tedesco, sicuro modello metodologico per chiunque intenda avvicinarsi con serietà e disciplina al progetto dello spazio liturgico contemporaneo. Non esiterei pertanto a definire il lavoro di Tino Grisi fondamentale per due motivi: il primo perché, come è chiaro, riscatta dall’oblio un autore importantissimo, il secondo perché apre la strada a possibili approfondimenti monografici che ogni singola chiesa di Steffann meriterebbe.

 

“Können wir noch Kirchen bauen? Possiamo ancora costruire chiese? – Emil Steffan e il suo atelier”.

Autore Tino Grisi (Edizioni Shnell + Steiner, 2014, 288 pagine, 49,95 euro).

 

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