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Evangelizzazione e architettura: oltre gli edifici sacri? III Congreso Internacional de Arquitectura Religiosa Contempóranea

La sessione inaugurale del congresso; al centro: Esteban Fernández-Cobián
1- La sessione inaugurale del congresso; al centro: Esteban Fernández-Cobián

Il tema della missionarietà della Chiesa attraversa il dibattito conciliare e la vita ecclesiale degli ultimi decenni: impostato dal decreto Ad Gentes alla fine del Vaticano II (1965), viene rimesso fortemente in discussione da alcune interpretazioni post-conciliari che enfatizzano l’impegno sociale a fronte dell’annuncio esplicito del Vangelo; reimpostata dalla esortazione post-sinodale Envangelii Nuntiandi (1975), la questione della missionarietà attraversa tra alti e bassi le esperienze ecclesiali delle Chiese secolarizzate occidentali e delle Chiese giovani del sud del mondo; rinvigorito dall’enciclica Redemptoris Missio (1990), l’afflato missionario viene testimoniato dall’apostolato itinerante di Giovanni Paolo II.

Il tema della missionarietà – e, più in generale, dell’evangelizzazione – raramente viene interpretato nei suoi termini architettonici, nelle sue implicazioni spaziali. Se la letteratura privilegia temi quali il rapporto tra sacro e architettura, o tra architettura e liturgia, sono rare le voci che sottolineano la dimensione globalmente evangelizzatrice dell’architettura di chiese.

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2- La sessione Spazi di culto per situazioni di emergenza, presieduta da Zorán Vukoszávlyev; a destra: Nuria Prieto González

La portata del tema impone un approccio necessariamente universalistico: per tale ragione il binomio “architettura ed evangelizzazione” è stato proposto da Esteban Fernández-Cobián – ideatore e animatore dei Congressi Internazionali di Architettura Religiosa Contemporanea –, come nocciolo centrale del III Congresso, realizzato a Siviglia dopo 4 anni di pausa. Le basi del congresso erano state poste ancora durante il pontificato di Benedetto XVI, ma l’avvio del pontificato di Francesco ha reso la questione della missionarietà “di periferia” ancora più attuale, e l’esortazione apostolica post-sinodale Evangelii Gaudium, appena promulgata da papa Francesco il 24 novembre 2013, pare riprendere e ulteriormente arricchire il tema dell’annuncio evangelico nel mondo contemporaneo.

Il comitato scientifico del congresso ha articolato l’intuizione iniziale di Fernández-Cobián, proponendo all’attenzione degli studiosi di architettura religiosa una scaletta di temi, focalizzati sulla vita evangelizzatrice della Chiesa più di frontiera.

Dopo aver ragionato sui temi di “memoria e progetto” (I congresso, Ourense 2007) e di “concetto e identità” (II congresso, Ourense 2009), il III congresso invita ad andare “oltre” l’edificio, interrogandosi sugli spazi di culto in edifici e spazi secolari (aeroporti, università, fiere, centri commerciali), sugli allestimenti temporanei per la liturgia in occasione di eventi di massa (giornate mondiali della gioventù, visite pontificie ecc.) o di attività episodiche (raduni, centri turistici ecc.), sui contesti di emergenza (terremoti, guerre ecc.).

Il call for papers internazionale, lanciato nel marzo 2013, ha raccolto circa 60 proposte, tra cui sono stati selezionati i 30 relatori. A conferma dell’ampiezza della dimensione del problema, hanno presentato contributi non solo studiosi provenienti dallo “zoccolo duro” del cattolicesimo latino europeo (Spagna, Italia e Portogallo), ma anche ricercatori dell’Europa orientale e settentrionale (Serbia, Ungheria, Finlandia, Belgio) e americani (Stati Uniti, Messico, Cile).

Andrea Longhi

Nella prima giornata dei lavori, tenutisi presso il salone della fondazione bancaria Cajasol, i saluti di alcuni rappresentanti delle istituzioni legate al Congresso [1] hanno da subito aperto al tema dell’architettura effimera come possibilità per rispondere sia alla crisi economica, sia alle istanze di approfondimento teologico sulla presenza della Chiesa nel mondo; chiari i richiami al magistero di papa Francesco, con la sua spinta ad andare nelle “periferie” e la suggestiva visione della Chiesa come “ospedale da campo” (richiamata anche dall’introduzione dell’organizzatore, Esteban Fernández-Cobián).

La lezione inaugurale di Andrea Longhi, in un percorso che va dall’immaginario dell’edificio di culto nella Scrittura a una lettura dell’esortazione apostolica Evangelii nuntiandi di Paolo VI, giunge a sottolineare come l’evangelizzazione debba tornare ad essere la chiave ermeneutica per leggere l’architettura religiosa, di cui non manca di segnalare le possibili derive: ‘fabbrica di sacramenti’ (ambienti staccati dagli ambienti di vita e frequentati in modo episodico) o ‘centro di assistenza’ (chiese mediocri e confuse nel contesto, in l’impegno sociale porta a dimenticare la dimensione sacra e liturgica). Su questa scia alcuni relatori della prima sessione (Missione, rievangelizzazione e minoranze) hanno espresso il nesso tra l’edificio e la sua funzione evangelizzatrice, asserendo con forza che «se vogliamo ri-evangelizzare dobbiamo fare del luogo di culto un luogo di incontro con Dio» (Jesús Folgado Garcìa).

Nella carrellata di interventi, la spiaggia di Copacabana e la messa conclusiva della GMG di Rio diventano l’icona della Chiesa come «gente di tutti i popoli unita al Papa che offre il sacrificio di Cristo» (Fernando López Arias). Il racconto della sua suggestiva esperienza progettuale in Burundi ha permesso a Luigi Leoni di sottolineare la necessità, in contesti di missione, di recepire la realtà del territorio, mentre dall’est europeo – scorrendo le immagini di ‘zapis’, grandi alberi dal tronco cavo che le comunità rurali utilizzano come chiese – sono arrivati suggerimenti ad unificare creatività e obbedienza liturgica nel rispetto della tradizione (Pedro Salinas, Bozidar Manich e Vilmos Katona).

Dopo i racconti fra i più estrosi di tutto il Congresso, quali la cappella sottomarina progettata da Mark Mills durante gli anni della contestazione (Nuria Prieto González) e i bus missionari nella Germania del secondo Dopoguerra (Sven Sterken), è stato affrontato il tema del terremoto nelle descrizioni di Barbara Fiorini, progettista di una chiesa provvisoria per il post-sisma in Emilia, e di Gonzalo Mardones Viviani, promotore delle 45 cappelle provvisorie realizzate in risposta al sisma cileno del 2010 (sessione Spazi di culto per situazioni di emergenza) [2].

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3- La discussione dei pannelli del concorso per spazio di culto temporaneo: da sinistra: Ignacio Vicens, Zorán Vukoszávlyev, Giorgio della Longa ed Esteban Fernández-Cobián

Alcune comunicazioni circa il rapporto tra luogo di culto e spazio pubblico (relative ad esperienze di celebrazioni a cielo aperto in Barcellona e alla via Crucis della GG di Madrid 2011, o al laboratorio sperimentale della Ciudad Abierta di Valparaiso, in Cile) hanno poi lasciato posto alla presentazione dei pannelli con i progetti per un luogo di culto e di adorazione adattabile a diverse circostanze urbane. Era infatti previsto dagli organizzatori un confronto sul tema di uno spazio temporaneo di preghiera (sia in progetto, sia realizzato), oggetto di votazione da parte dei partecipanti al Congresso [3]. Vincitore è risultato Bernardo Miranda (Lisboa) [3 bis – th Bernardo Miranda], secondi classificati Eloi Aran e Giuseppe Giaccalone (Barcelona), terzo Miguel Angel Santibáñez (Madrid).

Flavia Radice

La seconda giornata di lavori (15 novembre) è stata aperta dalla lectio magistralis dell’abate Michael Zielinski, capo-ufficio della Congregazione del Culto Divino con competenza sull’architettura e sulla musica per la liturgia [4]. Ricordando come i periodi di crisi siano i momenti delle scelte più coraggiose, ha invitato a considerare come la “costruzione” (building) di uno spazio di culto non sia solo l’esito costruito, ma l’intero processo decisionale e realizzativo, che implica un’apertura alla ricerca e alla pluralità dei punti di vista. La sua lezione ha invitato a superare le contrapposizioni sterili per liberare nuove energie, e per conoscere a fondo i contesti concreti dell’evangelizzazione. Le chiese sono presenze sacramentali, non semplici contenitori: la logica del culto è l’ordo amoris, che implica la testimonianza, la carità e l’incontro; le chiese hanno una forma simbolica, che parla anche in assenza di riti, e che comunica anche a chi non partecipa ai riti stessi. Il rinnovamento del Concilio Vaticano II è interpretabile come innovazione nella continuità, una continuità scevra tuttavia da storicismi, clonazioni o mere riproduzioni di edifici precedenti. Un’ultima precisazione circa la differenza tra gli spazi di culto cristiani e i più generici spazi di riflessione o meditazione, new age o orientali: le chiese non sono spazi vuoti, ma spazi che sono stati riempiti dalla presenza di Cristo; non sono spazi per relax misticheggiante, ma spazi per vivere vigilanti, nella fatica dell’impegno quotidiano nella preghiera e nella testimonianza.

Il rapporto tra città e luoghi di culto di emergenza o temporanei è stato evocato, in modo empatico, dalla proiezione del film Dove Dio cerca casa, cortometraggio bolognese del 1954 che racconta le origini dell’esperienza del laboratorio bolognese del card. Lercaro, commentato da Esteban Fernández-Cobián.

La successiva sessione (La memoria del temporaneo) ha tematizzato un nodo problematico: se in alcuni casi l’evangelizzazione richiede soluzioni provvisorie, transitorie, “effimere” (nell’accezione meno “leggera” del termine), come è possibile per la Chiesa conservare memoria di tali soluzioni e della ricchezza della vita comunitaria? Può un luogo di culto essere realmente transitorio, o le comunità – nel concreto – se ne appropriano in modo identitario e permanente? Dopo aver analizzato le “politiche” della Santa Sede nei luoghi effimeri per eccellenza, ossia le esposizioni universali del Novecento (José Ramon Alonso Perira), il tema è stato sondato a fondo con riferimento alle situazioni di emergenza abitativa di alcune metropoli europee negli anni del post-concilio (Madrid: Jesus Garcia Herrero; Torino: Carla Zito; Lisbona: Joao Luis Marques), in cui la creatività delle comunità periferiche ha trasformato soluzioni di ripiego in spazi “vivibili, seppur estremi. Due casi-studio concreti e molto piccoli hanno raccontato le potenzialità degli spazi temporanei: una cappella di emergenza ricavata sotto un viadotto automobilistico, che la comunità non ha voluto abbandonare e che è stata oggetto di un recente intervento di “restauro del temporaneo” (Soledad Garcia Morales); un allestimento per messa all’aperto realizzato in balle di fieno a Fatima per un raduno mondiale gesuita (Joao Alves da Cunha).

Andrea Longhi

La sessione Luoghi di culto in edifici secolari ha posto l’attenzione su quei luoghi di lavoro, di transito, di studio che sono parte integrante della nostra vita e spesso sono (o lo dovrebbero essere!) luoghi in cui è possibile trovare una cappella anche solo per trovare tranquillità.

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4- La lectio magistralis dell’abate Michael Zielinski; a lato, Andrea Longhi

La relazione del catalano Eloi Aran Sala si sofferma proprio su quelli che ormai sono conosciuti come “non-luoghi”. Accanto alla presentazione della cappella dell’aeroporto e della nuova cappella per il collegio Casp, entrambe in Barcellona, l’esempio di una soluzione adottata dalla chiesa cattolica di Zurigo, all’interno del jenseits im viadukt (aldilà del viadotto), mostra come un luogo polifunzionale e alternativo, in cui si incontrano giovani a partire dai 18 ai 30 anni, possa integrarsi bene anche con una cappella. La storia della cappella all’interno della stazione Termini è invece raccontata dalla relazione di Antonio S. Río Vázquez: collocata al piano interrato (binario 22), la storia di questa cappella-carrozza inizia ai primi del Novecento per arrivare all’ultimo progetto (1997-99) dell’architetto Tamino di Grandi Stazioni. La pastorale giovanile e dei lavoratori (siano essi ferrovieri o semplici passanti) appare determinante per la creazione di questi luoghi, che accolgono nel loro interno gruppi più o meno folti durante le messe feriali ma rimangono un luogo  permanente di riflessione e di riposo. Da qui la relazione di Flavia Radice sulle cappelle universitarie storicamente presenti in ambienti universitari creati secondo il modello di campus (e per questo ancora poco presenti in Italia) o in strutture universitarie di carattere religioso.

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5- La lezione conclusiva, di Ignacio Vicens, sugli allestimenti della GMG Madrid 2011, da lui progettati

 Come il frastuono del mondo contemporaneo produca poi la necessità di ritrovare ancora se stessi è il senso di alcuni progetti realizzati recentemente. Ancora cappelle per quest’ultima sessione del convegno (Evangelizzazione, silenzio e monachesimo), per riflettere su come rispondono alcune amministrazioni locali all’interno di progetti ad ampia scala (due le comunicazioni – di Hee Sook Lee-Niinioja e Mercedes Pérez del Prado con F.J. Vallejo Osorno – sulla Cappella del silenzio di Kamppi nel centro commerciale della città di Helsinki), e su come alcune comunità monastiche abbraccino l’architettura contemporanea minimalista: l’abbazia benedettina di Sept-Fons (Novy Dvur) secondo i canoni etici ed estetici propugnati da san Bernardo di Clairvaux, realizzata da John Pawson e presentata da Ana Maria Tavares Martins.

La spumeggiante lezione conclusiva di Ignacio Vicens [5] chiude gli interventi con la descrizione dei progetti realizzati per la GMG 2011 a Madrid. La presentazione degli scenari di Piazza Cibeles e dell’aerodromo di Cuatro Vientos, densa di pathos, racconta tutto l’iter progettuale e la committenza di questa architettura effimera: dall’idea iniziale alla realizzazione, la scelta dei materiali e l’assemblaggio, e anche gli imprevisti (la bufera di pioggia in Madrid ad agosto!).

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6- Alcuni congressisti, di fronte alla “casa di ritiro spirituale” di Emilio Ambasz

L’apertura della tavola rotonda moderata da Giorgio Della Longa sulla domanda Una nuova architettura per una nuova evangelizzazione? invita tutti a discutere, e a ripensare una possibile sintesi dei più di trenta interventi ascoltati. La pluralità dei temi trattati durante le sessioni evidenzia la complessità del tema e le diverse strade da percorrere per rispondere alla necessità di una Chiesa intesa come luogo del sacramento tout court o come luogo dell’evangelizzazione. Ci si chiede quale sia l’optimum per un luogo di preghiera atto a rispondere alle esigenze odierne. Quindi: nuovi spazi nonostante i tanti luoghi che vengono dismessi? che fine faranno i luoghi della nostra memoria? luoghi multiuso che inglobano anche le esigenze del luogo di culto, spazi di meditazione a-liturgica, allestimenti liturgici temporanei – ma cristianamente connotati – in luoghi profani? e poi cosa vuol dire parlare di “effimero” per un luogo di preghiera? … domande aperte … a cui rispondere forse alla prossima call tra due anni!

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7- Dettaglio della “casa di ritiro spirituale” di Emilio Ambasz

 

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8_ La visita alle coperture della cattedrale di Siviglia

Saranno presto disponibili on-line gli atti del congresso, che andranno ad aggiungersi alla ricca collezione di contributi dei due precedenti (http://www.arquitecturareligiosa.es ).

Il Convegno prevedeva poi due visite addizionali, un modo per approfondire la conoscenze dell’architettura religiosa andalusa dell’antichità e della contemporaneità. Nella mattinata di sabato un gruppo di congressisti ha visitato la casa del ritiro spirituale (1974-2006) di Emilio Ambasz. [6, 7] Su una collina di ulivi, questa casa si sviluppa aldilà (e al di sotto) di due pareti poste ad angolo retto (qui il mirador viene raggiunto tramite due scalinate ripide aggrappate ai due muri). Tale espressione dell’architettura minimalista è al contempo un luogo in cui poter trovare elementi della tradizione araba: un portale posto sullo spigolo segnala l’ingresso; sopra di esso un mashrabiya incornicia il paesaggio andaluso.

La “più” tradizionale visita ai tetti della cattedrale di Santa Maria di Siviglia (1401-1507) [8] ha consentito poi di conoscere la fabbrica lungo tutto il periodo della sua costruzione (oltre ad una vista a 360° sull’intera città). Considerata la più grande cattedrale gotica del mondo, ed il terzo edificio religioso per dimensione, ha visto infatti il succedersi di diverse fasi di costruzione dalla cappella maggiore e reale, alla sacrestia maggiore. Dell’antica moschea, preesistente alla costruzione, si conserva ancora il minareto, conosciuto oggi come la Giralda e il Patio degli Aranci.

Carla Zito

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