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Geometriche capanne, incontro tra culture

La chiesa di Garoua in Camerun progettata da Giancarlo Marzorati

Vista dall’alto si presenta come il nocciolo di un alveare. Gli esagoni accostati tra loro rappresentano la forma che assumono gli elementi plastici circolari quando sono compressi gli uni accanto agli altri: sono le forme più altamente efficienti per occupare lo spazio.

Ma qui in Camerun c’è spazio in abbondanza: la struttura è studiata così per rispondere all’esigenza di semplicità, di buona organizzazione, di possibilità di estendersi in futuro. La ripetitività degli elementi ha reso la costruzione più facile e al contempo stabilito un “ritmo” architettonico ben impiantato nel contesto aperto della savana, mantenendo una relazione con l’immagine della capanna, abitazione tradizionale della zona di Bénoué, nella regione settentrionale del paese africano dove sorge la parrocchia.

Quella che potrebbe essere un’anomalia e un difetto è diventata una virtù: l’architetto, Giancarlo Marzorati, di Sesto San Giovanni, l’ha progettata a tavolino, nel suo studio e non è mai stato in situ. Sembra una cosa assurda, ma non è così. L’amico sacerdote gli ha spiegato le condizioni della sua missione in Africa, gli ha parlato del luogo, delle persone gli ha detto con precisione che cosa voleva, date le condizioni climatiche della zona e le usanze inveterate. Si è compiuta così quella comunione di intenti tra committente e professionista: il primo al servizio del secondo, a sua volta al servizio della “utenza”: ovvero dei fedeli ha avrebbero visto nella parrocchia sorgere il nuovo, vero centro non di un villaggio, ma di un vasto territorio.

Per questo l’architettura risulta quanto mai appropriata e misurata: la tecnica e l’estro inventivo qui sono al servizio di una condizione di necessità. E il progetto è frutto dell’incontro di gratuità: quella del missionario, quella dell’amico architetto, quella di un popolo dove molti dedicano il loro tempo per migliorare le condizioni di un luogo che serve tutta la comunità. Ed è così che, lontano dall’Italia, è nata, una quindicina di anni fa, questa chiesa africana: veramente africana, non “globalizzata”. Frutto di un incontro tra culture diverse, nel nome non della sopraffazione ma della condivisione. Una chiesa composta da tante capanne vicine tra loro, geometrizzate secondo i principi di efficienza e di economia spaziale che nasce dalla saggezza delle api e dall’arte progettuale contemporanea.

La presentiamo con un testo del progettista.

(Leonardo Servadio)

 

La chiesa di Garoua e la sua prospettiva di crescere

Il progetto della chiesa di Garoua nasce da un rapporto personale di amicizia e collaborazione già consolidato con Don Aldo Farina, che conobbi quando era parroco della Parrocchia della Resurrezione a Sesto San Giovanni.

Per lui già progettai negli anni ’80 la chiesa “povera” di via Pisa, disegnata sull’ossatura di un capannone industriale dismesso e regalato dalla Marelli. Don Aldo accettò di fare il missionario in Africa su richiesta del Card. Martini che lo invitava a in questa avventura. E subito mi coinvolse: doveva costruire una nuova chiesa per la sua Missione.

Da allora lettere, suggerimenti, fotografie (innumerevoli) e incontri appena gli era consentito rimpatriare per brevi periodi. La nuova chiesa doveva tener conto di realtà locali fondamentali: il clima, che mi fu minuziosamente descritto insistendo che avrei dovuto prevedere sistemi per l’ombreggio della struttura; la necessità di prestare attenzione ai venti; i sistemi per l’evacuazione dell’aria calda interna ai locali; la facilità di accesso.

I materiali utilizzabili dovevano essere semplici, evitando il più possibile strutture complesse e tanto meno in cemento armato (non confezionabile in loco), bisognava adoperare la lamiera in copertura

(questa si poteva reperire in loco, seppure superando non poche difficoltà).

Si richiedeva inoltre attenzione alla capienza e alla liturgia che da quelle parti si incentra molto sul battesimo, che richiede due anni di preparazione prima del Sacramento, e così via.

L’edificio doveva inserirsi dal punto di vista ambientale in modo “domestico” comunque non traumatico per una parrocchia di oltre 15.000 abitanti con dislocazioni anche remote rispetto alla chiesa, che è raggiungibile da tutti solo con buone condizioni metereologiche e con mezzi adeguati.

Serviva un complesso che fosse modesto, ma capace di sviluppi successivi che permettessero di incrementare la capienza mantenendo la centralità dell’altare.

Insomma una pianta capace di aggiunte “naturali”.

L’idea base della “capanna”, anche se un po’ nostalgica è sembrata un buon punto di partenza  per l’idea concettuale del progetto.

Il secondo requisito dell’ampliabilità mi ha fatto pensare all’alveare dove le api con intelligenza “naturale” riescono nell’arnia ad aggiungere celle che si aggregano senza traumatizzare il nocciolo di partenza e senza mortificare o modificare l’impostazione.

Quindi  una combinazione di esagoni, tre in partenza ma incrementabili con un sistema di coincidenza di lati uguali molto elementare.

Così si è fatto.

Il concept è diventato la matrice per il progetto e la sua realizzazione.

Il porticato esterno e le superfici grigliate, così come i torrini centrali a ogni displuvio hanno dato forma all’architettura vera e propria.

L’aggiunta poi del campanile con tutti i significati che esprime hanno completato l’opera ancora con un elemento spigoloso intervallato da grigliati come in progetto.

L’edificio venne inaugurato dallo stesso Card. Marini all’inizio degli anni 2000.

Così si è data vita con entusiasmo a un progetto architettonico importante fondando la sensibilità del luogo su immagini fotografiche, racconti  anche molto dettagliati, su sensazioni emotive.

Un’esperienza che non avevo ancora fatto ma che è stata di importante per qualità e fortemente emozionante: quasi una scommessa che bisognava assolutamente vincere per non tradire le motivazioni stesse di presupposto all’opera e alle sue funzioni.

Giancarlo Marzorati, architetto

 

GALLERIA FOTOGRAFICA

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