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Gian Maria Tosatti: un artista contemporaneo in dialogo con il Sacro

Attualmente la ricerca di Gian Maria Tosatti è legata a due nuovi progetti, “Fondamenta”, basato sull’identificazione degli archetipi dell’era contemporanea, e le “Le considerazioni sugli intenti della mia prima comunione restano lettera morta”, ciclo dedicato agli enigmi che risiedono nella memoria personale. Tra il 2013 e il 2015 la sua ricerca è centrata su un’opera in sette parti che abiterà l’intera città di Napoli dal titolo “Sette Stagioni dello Spirito”. Il progetto triennale è promosso e organizzato dalla Fondazione Morra, con il sostengo della galleria Lia Rumma, in collaborazione con il museo MADRE e tutte le istituzioni della città.

 

Gian Maria, puoi spiegare da quale riflessione nasce l’idea di “Sette Stagioni dello Spirito”?

 

Non è molto importante quale sia la riflessione da cui questo progetto ha avuto l’innesco. È qualcosa di molto semplice, se si vuole una necessità basilare per l’essere umano: conoscere i limiti del bene e del male nell’uomo. Più importanti sono le considerazioni che, tappa dopo tappa, questo progetto ha prodotto. E devo dire che, anche se sono arrivato solo alla terza “stazione”, quel che ho imparato fin qui va molto al di là delle mie aspettative. Perché, devo premetterlo, questo progetto è prima di tutto un percorso di conoscenza. Lo è ogni opera. L’artista non realizza per affermare, ma per conoscere. E rende pubblico il proprio lavoro per condividere la conoscenza acquisita. Questo è quello che sto facendo a Napoli, che ho fatto con le prime due opere del ciclo e che farò a breve con la terza, per continuare poi fino alla settima.

Per dire cosa ho imparato però, ci vorrebbe molto tempo. Ogni opera delle sette che sto realizzando in altrettanti edifici monumentali abbandonati nell’unica città occidentale che potrebbe sostenere un’ampiezza di spettro come quella che mi serve, è molto complessa. In essa agiscono diverse forze. 1_La peste aveva al suo interno una riflessione sull’inconsapevolezza come male assoluto, perché senza redenzione. È il male che ha ucciso l’anima della mia generazione. C’era però al suo interno anche un elemento che ho ricevuto in eredità dal libro omonimo di Albert Camus, la figura del medico. L’ho sviluppata mentre stavo componendo una serie di saggi sulla figura dell’artista e sul suo ruolo nella società. E così scoprivo come quello degli artisti sia un ordine antichissimo, il primo che si sia preso cura dell’anima dell’uomo senza mai smettere di farlo (anche se talvolta, in precisi momenti della storia, come alcuni ordini monastici, ha smarrito se stesso). Gli artisti, nei tempi oscuri, sono l’ultima linea di difesa. Loro è l’ultima chance di riscattare l’anima di una civiltà che sta perdendo la sua umanità quando tutti gli altri hanno già perso. Ma è vero anche quello che diceva Joseph Beuys, che ogni uomo è un artista, ogni uomo può produrre un miracolo di bellezza che salva. E lo fa ogni volta che agisce per il bene.

In 2_Estate ho scoperto che il male non esiste, che non è mai esistito, ma ha sempre coinciso con il “non fare il bene”. Nella Divina Commedia, ad esempio, nessuno fa il male per il male. Ad esso si cede per lo più per debolezza, per errore. Ma nessuno sceglie il male per il male. Nella seconda tappa del mio percorso ho quindi visitato la prima parte dell’inferno, dove al male si arriva per inerzia, per l’incapacità di prendere una posizione forte nell’esercizio del bene. La terza tappa, invece affronterà la seconda parte dell’inferno, il suo fondo, indagando l’archetipo di Lucifero. In questa zona si compie il male come conseguenza di un errore. Talvolta si può fare il male nella più ferma convinzione di fare il bene. La quarta tappa, che avrà per titolo Ritorno a casa, avrà, invece, come oggetto la difficoltà di sostenere la salvezza. Idealmente ci troveremo sulla spiaggia del Purgatorio, il luogo più desolante della Commedia dantesca. Siamo finalmente salvi dopo una stagione infernale come può essere una tossicodipendenza, un periodo di reclusione in carcere, l’aver smarrito se stessi. Quando ne usciamo scopriamo che nessuno era lì ad aspettarci. Siamo soli, infinitamente. E, come diceva Pasolini, ci vogliono gambe molto forti per la solitudine. La quinta tappa che probabilmente si chiamerà I fondamenti della luce parlerà, invece, della infinitesimale, ma potentissima porzione di quel che Dante definisce “l’Amor che move il sole e l’altre stelle”, che risiede nel fondo di ogni anima umana. Quel che verrà dopo non lo so ancora. Da ogni opera imparo ciò che è necessario per procedere nella comprensione della successiva.

 

Un altro progetto, un’altra opera: My dreams they’ll never surrender. In che cosa consiste ?

Questo lavoro appartiene a un altro ciclo rispetto a Sette Stagioni dello Spirito. L’installazione realizzata nel fondo più buio di Castel Sant’Elmo a Napoli, una fortezza carceraria terribile, è dedicata a tutti quegli uomini che dal carcere sono riusciti a vincere la loro battaglia con la Storia. Penso ad Antonio Gramsci, a Nelson Mandela o a molti altri. È un lavoro politico, ma come hanno notato in molti è un’elegia alla forza dell’animo umano. Lia Rumma l’ha definita, un’opera religiosa. Far germogliare un campo di grano di un chilometro quadrato in un luogo che è diviso dalla luce del sole da venti metri di muro senza finestre è un miracolo che solo l’uomo può fare. Ed esso è il simbolo della forza insopprimibile dello spirito umano che può superare ogni intemperie, ogni vessazione. Ma l’opera è anche una sfida politica precisa al mio paese. Doveva essere un intervento permanente e così l’ho pensato. Ma lo stato di salute dell’opera dipenderà da come lo Stato Italiano saprà prendersene cura. Se verrà trattata come lo è stato il pensiero di Gramsci o gran parte della nostra eredità culturale essa rimarrà vuota e il suo sole di latta rifletterà la luce su una grande e tremenda voragine. Sarà il corpo straziato di una denuncia vivente, una cartina al tornasole dello stato di salute della nazione.

 

Come hai reagito alla notizia del giudizio che “Domus” ha dato della tua opera My dreams they’ll never surrender? Quale significato ha questo giudizio per un giovane artista italiano come Tosatti ?

Se la più importante rivista di architettura a livello internazionale inserisce la tua mostra fra le dieci più belle del mondo nell’anno appena trascorso significa che da quel momento in poi si ha una grande responsabilità sulle proprie spalle. Vuol dire che si ha la capacità di colpire a fondo chi ci guarda. Si deve allora mettere ancora più rigore nelle proprie scelte e nella definizione dei propri percorsi di ricerca.

 

“Lucifero”, un’opera dal profilo marcatamente teologico. Come l’hai pensata e come è realizzata ? In quali e quante parti ?

Lucifero è forse la mia opera più difficile. Non tanto a livello costruttivo. Anche se sono 6.000 metri quadrati di spazio. Ma è dal punto di vista teologico che essa mi sta provando fortemente. Quello che sto cercando di fare è capire qualcosa che non si può realmente comprendere, sto ricostruendo una storia che non è mai stata scritta. L’opera, mentre ne parlo, è ancora completamente aperta, come fosse una operazione chirurgica molto complessa. Il suo tema è quello di capire qual è il ruolo del male nei piani di Dio. Si parte dalla figura di Lucifero, l’archetipo di chi compie un errore che però non è incompresibile. Perfino nella sua rivolta, Lucifero non vuole compiere il male, ma combatte per qualcosa che crede giusto, ossia per l’uguaglianza tra natura creata e quella creante. È una rivendicazione che tra gli uomini sarebbe giusta. Ma nelle alte sfere è, invece, il prodotto di un errore teologico. Ho detto prima che la seconda tappa di questo percorso mi ha insegnato che il male non esiste, che è solo la conseguenza di non fare il bene. Ecco allora che nemmeno Lucifero opera per il male in quella occasione, ma compie un errore che merita poi la giusta condanna. Lucifero finisce nella più profonda lontananza dalla grazia e dalla luce di cui egli era il principale “portatore”, ma non viene ucciso, cancellato. Perché? Non avrebbe potuto l’Onnipotente farlo sparire? Certo che sì. Se non lo ha fatto credo che ciò abbia a che fare proprio con l’entità stessa della condanna inflitta. E, infatti, nelle Scritture possiamo rintracciare un comportamento preciso che il diavolo reitera. Egli è colui che deve mettere l’uomo alla prova. D’altra parte è in questo che consiste il senso stesso della libertà che Dio dona agli uomini. Se non ci fosse il male, l’uomo non avrebbe la possibilità di scegliere il bene e farne l’esercizio. Diabolos, dal greco, infatti, significa “colui che divide”. Ma non dobbiamo intenderlo come gettar zizzania, piuttosto come dividere gli uomini in due diverse categorie, i sommersi e i salvati. La parola diabolos fa il paio con il concetto di “crisi”. Parliamo di divisione tra chi si salva e chi si perde. Dio chiama l’uomo alla verifica. Lo fa con Giobbe e lo fa anche che con Gesù. Dalle tentazioni nel deserto fino all’accettazione del proprio destino nel Getsemani. Questa è la libertà. La libertà di comprendere il bene e compierlo per scelta, non per imposizione. Per Gesù stesso la rinnegazione di Satana costituisce un passaggio essenziale nella predicazione. A seguito di ciò, non a caso, in Matteo 15, 35-36 affermerà: «Sono venuto infatti a separare il figlio dal padre, la figlia dalla madre,la nuora dalla suocera: e i nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa». È lo stesso concetto visto però dalla prospettiva opposta. Anche Gesù mette sempre l’uomo di fronte a uno stato di crisi. Egli però gli mostra la via positiva, che è spesso assai più radicale, dura e difficile di quella negativa. Dal canto suo, il diavolo appare sempre nelle scritture e nella vita degli uomini nel momento “critico” in cui si è chiamati a scegliere il bene o a cedere, per inerzia, al compiacimento del nulla che è il vero volto del male. Credo sia questa la condanna che è toccata a Lucifero per la sua ribellione, avere il ruolo tremendo che è toccato anche a Giuda. Sono figure che fanno il “lavoro sporco” perché i piani di Dio si compiano e l’uomo sia messo nelle condizioni di guadagnare la sua salvezza. È così che Lucifero ripara al proprio errore e forse si conquista la propria privata redenzione. È un punto di vista assolutamente personale su questa storia. E devo ribadire che la mia ricerca affronta le figure del Cristianesimo non secondo un orizzonte confessionale, ma in uno esclusivamente simbolico, come una sorta di scacchiere archetipo, che possa aiutare a comprendere la natura dell’animo umano. La fede in tutto questo non c’entra. Non è materia che competa all’arte, lo ripeto. Così in questa mia indagine su Lucifero finiscono per intrecciarsi molti temi profondamente umani, come la profonda e infinita nostalgia che il diavolo prova nei confronti di Dio dalla sua lontananza incolmabile. Sto costruendo un’opera che è strutturalmente una specie di grande basilica doppia, superiore e inferiore, dedicata alla figura di Lucifero. È il luogo in cui è stato spedito in fondo all’inferno, un luogo monumentale e vuoto, in cui perfino i muri lacrimano. È un luogo di solitudine e disperazione, in cui, all’inizio dei tempi, è stato relegato un angelo quando era poco più che un bambino, sconfitto dal suo stesso fratello Michele. Sarà un’opera commovente. Ma non sarà un’opera senza speranza, perché Santa Teresa ci dice che nelle mansioni dello spirito nessuna stanza è data per definitiva. Si può risalire dal fondo fino alle altezze supreme. Ed, infatti, proprio il fondo dell’inferno è il luogo in cui Dante colloca il canale attraverso cui si può tornare «a riveder le stelle». È un buco piccolo da cui Lucifero forse non può passare, ma da cui, nelle notti serene, quando le nubi si diradano può ancora vedere in lontananza le luci degli astri e chiamarle per nome una a una.

Con questo però voglio essere chiaro. La mia versione del diavolo non è una visione che lo rende innocuo. Il diavolo è pericoloso per ciò che rappresenta. È Dio stesso che lo vuole pericoloso. Ma qualche giorno fa, parlando coi miei assistenti commentavo tutto questo dicendo che ciò che realmente mi commuove è che una figura tanto potente, il re delle tenebre, possa essere sempre sconfitta da ogni singolo uomo nel momento stesso in cui egli faccia esercizio del bene, di quel bene che è fondamento stesso della propria anima, perché ogni anima è un pilastro della luce.

 

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Gian Maria Tosatti è stato prima giornalista e poi artista visivo. Dopo gli studi ed una attività di ricerca nel campo performativo, presso il Centro per la Sperimentazione e la Ricerca Teatrale di Pontedera, Tosatti si trasferisce a Roma per intraprendere un percorso artistico nel territorio di  connessione tra architettura e arti visive realizzando principalmente grandi installazioni site specific. Sono frutto di questa ricerca tutte le opere successive, a partire dai due progetti: “Devozioni” e “Landscapes”, realizzati in collaborazione con la Fondazione Volume!. Il primo è un ciclo di dieci grandi installazioni per spazi architettonici particolari, il secondo è un percorso di arte pubblica legato ai luoghi di conflitto urbano.

Gian Maria Tosatti ha esposto anche presso l’Hessel Museum del CCS BARD (New York – 2014), il Lower Manhattan Cultural Council (New York – 2011), American Academy in Rome (Roma – 2013), Museo Villa Croce (Genova – 2012) Andrew Freedman Home (New York – 2012), Tenuta dello Scompiglio (Lucca – 2012), Palazzo delle Esposizioni (Roma – 2008), Chelsea Art Museum (New York – 2009), BJCEM (2014), Centrale Montemartini – Musei Capitolini (Roma – 2007), Casa Testori (Milano – 2014), MAAM (Roma, 2011), Castel Sant’Elmo (Napoli).

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