Il cammino dell’arte e il cammino della fede

L’immagine come frutto del vangelo incarnato nella storia. Questo il filo conduttore di “Dio storia dell’uomo. Dalla Parola all’Immagine” di Andrea Dall’Asta (edizioni Messaggero Padova, 208 pagine con illustrazioni a colori, 23,00 euro).

Nell’epoca della distinzione, della separazione, dell’analisi, Dall’Asta con questo suo volume riconduce a unità il dire della teologia, quello della filosofia, quello dell’arte in una visione storica che è non tensione tra passato e futuro, ma presente in ogni momento e ovunque, in virtù dello sguardo rivolto, come avviene nella “prospettiva rovesciata” delle icone, dal Creatore alla creatura.

“Ogni epoca cercherà di rappresentare il Dio della storia secondo i propri presupposti antropologici, culturali e teologici… non esiste un’immagine di Cristo, ma infinite versioni, anche molto differenti tra loro… si tratta di comprendere come ogni immagine aiuti a entrare meglio nel mistero di quell’uomo” scrive l’Autore, in questo riassumendo il piano dell’opera. Che non è catechesi attraverso le immagini, come altri hanno fatto in questi anni, né storia dell’arte a soggetto religioso. Bensì indagine di come la parola, e la Parola incarnata, passi attraverso la storia anche per mezzo del modo in cui diverse personalità, tante culture, varie sensibilità l’anno recepita. Tenendo al fondo il messaggio essenziale del vangelo: l’annuncio dell’amore per l’altro, la devozione verso le pecorelle smarrite, la salvezza per le samaritane perdute… quel vangelo degli ultimi che a volte l’ufficialità delle rappresentazioni dimentica nel privilegiare il trionfo del committente o la banalità del “politically correct” che, interpretato in sede religiosa, può diventare paccottiglia pur votata alla devozione.

Ecco dunque lo svelamento del volto di Cristo: dallo squarciarsi del velo del tempio al momento della morte in croce, agli archetipi del Mandylion, della Veronica, della Sindone per approdare all’interpretazione di Albrecht Dürer che nell’autoritratto riecheggia le immagini del Pantocrator e si richiama all’universalità del volto di Cristo nella persona umana. In fondo seguendo quella stessa modalità esperita da Dante nel 33mo canto del Paradiso (vv. 127-132: “Quella circulazion che sì concetta / pareva in te come lume reflesso… mi parve pinta della nostra effige: / per che ‘l mio viso in lei tutto era messo”).

Ma la parte più intensa e partecipata del volume è quella dedicata all’arte contemporanea: perché qui si compie il miracolo di una nuova autenticità. Il rifiuto post illuminista della religione diviene, nella visione di Dall’Asta, non occasione per lamentare l’ostilità verso la Chiesa che a volte compare con finalità dissacratoria in alcuni conati di artisti di questi decenni, bensì il modo in cui lo spirito umano inevitabilmente si pone alla ricerca dell’assoluta “alterità”, brancolando verso quell’infinitudine cui aspira pur cosciente di non poterla raggiungere nella forma e nella materia. “Grazie allo Spirito – scrive Dall’Asta – l’arte si offre a una ricerca inesauribile di senso, sempre provvisoria. In questa ricerca, questo sconosciuto trova il suo luogo di riposo e di pace. Non è forse questo il segno del dono dello Spirito, che è sempre in un «darsi» e in un «offrirsi» continui?”.

L’arte in generale dunque, non l’arte esplicitamente connotata in senso religioso. Ma l’arte in quanto sublime ricerca che tende alla verità, e in questo per sua natura supera la divisione tra sacro e profano.

P. Bartolomeo Sorge nella prefazione del volume traccia una connessione tra l’opera di Dall’Asta e “Lumen Fidei”, l’enciclica “a quattro mani” cominciata da Benedetto XVI e redatta da papa Francesco: “Le questioni di fondo sulla fede e sul suo rapporto con la storia che la lettura del libro lascia aperte, trovano un insegnamento convincente nell’insegnamento dell’enciclica… Si tratta delle medesime premesse a partire dalle quali papa Francesco va disegnando un’immagine nuova di Dio, di Cristo e della Chiesa: libera, povera e serva”.

Non perfetta, ma in cammino: così la Chiesa, come l’arte. E quando all’arte, come alla Chiesa, riesce di percorrere questo cammino senza il peso di gravosi e onerosi paludamenti terreni, per quanto non esauriscano definitivamente il loro scopo, certamente stanno andando nella giusta direzione.


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