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Il Silenzio e il Desiderio

Il senso di una mancanza e allo stesso tempo l’assenza di un limite: il luogo che apre alla speranza, e alla preghiera

Le pietre sono maestose quanto misteriose, i grossi blocchi si ergono sormontati da altri posti a mo’ di trave. Portati lì da centinaia di chilometri di distanza: diverse teorie sono state stilate ma non c’è certezza alcuna su Stonehenge, il luogo della “pietra sospesa”. Forse vi si svolgevano riti, forse serviva per cercare di afferrare il senso del rapporto tra cielo e terra. Mai sapremo se ci fosse silenzio, quando si concluse la sua lunghissima edificazione ma oggi vi aleggia una quiete immota, densa di muti interrogativi. Riguardano il tempo che si perde in un passato troppo lontano, gli scopi che restano inafferrabili, il rapporto tra costruzione e natura: riguardano  l’essere umano che da sempre s’è posto il problema di “rimirar le stelle”, nel loro sovrano silenzio immaginando il senso di un destino sconosciuto e grandioso.

Nel mistero dell’edificazione primitiva si ravvisa la forte presenza del “desiderio” – de-sidera, com’è iscritto nell’etimologia del termine, il senso dell’agognare le stelle in cui si ravvisa quella perfezione che ci manca. Perché il desiderio è la voce del silenzio: la ricerca dell’infinitamente altro verso cui naturalmente tendiamo.

Gli eremi, di cui tanti esempi si trovano in Abruzzo, in fondo ricordano che pur dopo la Rivelazione nel mondo cristiano si è perpetuata le ricerca di quella profondità, tanto maggiore di quanto la parola possa esprimere. E nelle grotte sulla Majella a centinaia, forse migliaia si sono dati alla solitudine come scelta di vita, trovandovi l’intimità con la natura, la vicinanza al cielo e ai suoi astri. Ma soprattutto qualcosa che ai primitivi mancava: il rispecchiare nella coscienza propria il messaggio evangelico. Per questo le grotte diventarono santuari e sulle rocce si trovano ancora incisi i segni della croce, espressione di una meditazione che cercava nella certezza di essere corrisposta. In un universo non più muto, dove il silenzio aveva preso la forma di un’ascesi dalla direzione chiara.

Così il silenzio del cristiano abita in luoghi nei quali la mancanza dell’evento acustico – voce o suono, o verso che sia – assurge a simbolo per qualcosa che sta sopra di noi come anche nella nostra coscienza, e che il trascorrere dei giorni può occultare ma non cancellare.

L’esperienza può essere recuperata da chiunque entri nella navata di una chiesa romanica in cui la luminosità è ovattata e le pareti sono spoglie: povertà di luce e di decori equivalgono ad assenza di voci e di rumori. C’è un silenzio corposo, ben presente ai sensi, anche perché non totale. Nell’universo fisico mai nulla è assoluto: come l’astronauta nella sua capsula non esperisce l’assenza di gravità, bensì il ridursi di questa ai termini minimi della microgravità, così nell’ambiente di essenziale semplicità della chiesa romanica (più che in quella gotica ricca di gesti apotropaici e di vetrate che trasfigurano i colori del mondo; più che in quella barocca trionfante di ori e di colori) si trova che l’eco di un passo seppur lieve o il palpito di un sospiro pur etereo si dilatano in mille vibrazioni che segnalano quanto quello spazio sia vivo, ma quanto sia allo stesso tempo vuoto, e quindi accogliente. E silente: nella misura in cui nulla in esso parla di imposizione o di sopraffazione.

Vi si rifugiavano i reprobi, nel medio evo, alla ricerca di ambienti dove trovare una pace che l’essere umano mai avrebbe concesso loro: erano spazi al di fuori del mondo, luoghi “altri”, appartenenti a una dimensione estranea e universalmente riconosciuta superiore alla beghe di questo mondo. Dinanzi alle chiese, il clangore delle armi cessava e subentrava un rispetto che prescinde da ogni giudizio umano.

Perché silenzio e rispetto formano un tutt’uno, là dove la ragione cessa di pretendersi sovrana e si riconosce limitata. Dove l’usanza, l’abitudine, persino la vocazione si ritrova parziale e per conseguenza si pone in ascolto.

Del resto il silenzio stesso, ovunque sia, diviene luogo: occupa uno spazio suo proprio e un tempo singolare. «È elemento ascetico – come spiega Cosimo Damiano Fonseca e i monaci lo fanno proprio: ma vi sono diversi tipi di silenzio, quello delle abbazie benedettine non è come quello che si trova nelle certose. C’è il silenzio dell’eremita anacoretico, quello dell’eremita esicastico, quello del monaco cenobitico. Segna anche momenti cruciali di passaggio: la notte prima dell’investitura il cavaliere stava in silenzio nella veglia d’arme. Ed è un importante componente di tutta la vita medievale, perché è intrinseco alla sacralizzazione, in un’epoca in cui tutto era sacrale».

Ma nella società laicizzata del mondo contemporaneo, pervaso da suoni e luci, da immagini e tumulto, il silenzio si trova come fenomeno isolato: diventa un’oasi. Al di fuori dei luoghi ecclesiastici e monacali dove si coltiva ancora la tradizione antica, sorgono qua e là nuovi momenti dedicati, nei quali si ricerca qualcosa che appare perduto.  Si trovano, per conseguenza, momenti lontani da classificazioni di sorta, o da caratterizzazioni nette; anzi che tali caratterizzazioni rifuggono, proprio nel nome del silenzio.

Come la Casa del Silenzio nell’oasi della pace di Nevè Shalom, villaggio dove convivono ebrei e palestinesi a metà strada tra Tel Aviv e Gerusalemme. Più bassa sulla collina rispetto all’abitato, la Casa è un bozzolo bianco sul prato. Architettura che non si pone come simbolo di alcunché: potrebbe essere una grossa tenda da campeggio, tanto ospitale quanto provvisoria – del resto tutto è provvisorio su questa terra. Aperta e protettiva. Attorno c’è il verde dell’erba, degli alberi, degli arbusti. Non è necessariamente silenziosa: ma al silenzio è dedicata, in quanto luogo dove non si va per parlare, ma per ascoltare. Perché dove c’è silenzio, c’è rispetto e senza quello, questo difficilmente si dà. “Magari non sono d’accordo con te, ma non lo dico e qualsiasi cosa si pensi, se tacciamo possiamo intenderci…”.

Anche il Centro Shimon Peres per la pace, costruito pochi anni fa a Jaffa su progetto di Massimiliano Fuksas, ha un’identica finalità: accogliere ebrei e palestinesi in un’atmosfera di riconciliazione dove le pareti che spezzettano la luminosità in tante piccole tessere generano la sensazione di uno spazio sospeso. Senza affermazioni. Senza nulla da fermarsi a guardare e nulla da interpretare. Saranno i volti delle persone a parlare: potrebbero essere nemici, ma nel silenzio si incontrano confidando di scoprirsi amici.

Perché pace e silenzio sembrano un binomio inscindibile, quanto “a contrario” lo sono il clamore e il conflitto. «Tadao Ando ha chiamato “spazio della meditazione” il piccolo sacrario da lui innalzato nella sede parigina dell’Unesco nel ’95, cinquantenario della formazione delle Nazioni Unite – ricorda Corrado Gavinelli, autore del volume “Luoghi della Pace” (Jaca Bok) – Un semplice volume chiuso e buio. Luogo di preghiera, come lo è anche la cappella Rothko di Houston in Texas. Sono luoghi dove si manifesta un’assenza che porta a interrogarsi. Per questo si sta in silenzio. E in questo si incontra la pace».

C’è anche un legame diretto con la sofferenza, secondo Luigi Bartolomei, docente di architettura a Bologna: «Lo si vede nelle cappelle degli ospedali, dove si riducono i segni confessionali e si ricerca, appunto, il silenzio che possa significare sollievo, per chiunque. I luoghi del silenzio sono memoriali dell’assenza: antiretorici e in tal senso antimonumentali. Come possono esserlo Ground zero a New York o Auschwitz in Polonia: commemorano tragedie di dimensioni tali che solo il silenzio risulta appropriato, perché incommensurabile».

La città contemporanea non invita alla quiete anzi, rifugge la contemplazione. Vi sono, a volte nascosti, luoghi dove il silenzio si presenta come un gioiello prezioso. A Roma, dove il traffico incombe confuso tra veicoli e flussi di turisti, vi sono ancora inaspettati angoli protetti. Per esempio S. Prassede, defilata rispetto alla convulsa via Merulana, gioiello del V secolo i cui mosaici interni (del IX secolo) compongono con l’architettura un insieme  di pacato splendore. Non nota a sufficienza per essere invasa da rumorose comitive, offre sempre un ambiente sereno, dove la vocazione cristiana della città non sconfina mai nella spettacolarità.

O a Milano S. Satiro, che con difficoltà si incontra  in un ambito nascosto di via Torino: opera rinascimentale del Bramante consente di evadere dal convulso rincorrersi di vetrine modaiole che affollano il centro. Nei misurati spazi della navata e del transetto, pur nella ricca dotazione artistica si trova una dimensione quasi domestica. Lo stesso nella Biblioteca Ambrosiana: si può circolare negli spazi espositivi che portano alla pinacoteca ma la sala di lettura, coi suoi vetusti banchi lignei resta isolata al centro dell’edificio. Indifferente a quanto vi avviene attorno, il silenzio accompagna i pochi che sono intenti sulle pagine dei volumi…

Nelle architetture, come nel fluire della vita, il silenzio è luogo dell’alterità. “Il resto è silenzio”: scrive Shakespeare chiudendo il lungo travaglio di Amleto, morto tragicamente, quasi per errore, dopo una astiosa rincorsa di vendetta che ne sfibra la nobiltà dell’animo. Quel silenzio apre il tumulto emotivo del protagonista ad altre possibilità inespresse: all’ipotesi di una salvezza che l’economia del dramma rendeva impossibile.

Anche nella città globale c’è un’ansia simile a quella che persegue Amleto: la continua rincorsa all’affermazione, al successo, o anche solo al rifuggire dalla crisi ovunque in agguato. Il silenzio è luogo residuale, nascosto. Ma è quel che resta, quando tutto il resto è consumato: nelle chiese, nei monasteri, nelle cappelle. Nel segreto dei cuori.

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