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Jerusalem | Figure della promessa| mostra fotografica di Giovanni Chiaramonte

 

Intervista a cura di Michela Beatrice Ferri

A partire dal 17 marzo, fino al 17 maggio 2015, al Museo Diocesano di Milano è esposta la mostra “Jerusalem. Figure della promessa”, del grande fotografo italiano Giovanni Chiaramonte. Il catalogo è pubblicato dalla Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano, in collaborazione con Ultreya. Accompagnano le immagini versi poetici di Umberto Fiori. L’esposizione presenta 35 fotografie dell’artista realizzate nel 1988. Giovanni Chiaramonte guarda la città di Gerusalemme dall’obiettivo della sua macchina fotografica. Ne derivano straordinarie fotografie dall’insolito formato quadrato, generato dal negativo 6×6 al quale l’artista attribuisce un valore simbolico, suggerito dall’equilibrio tra terra e cielo, in cui tutti gli elementi trovano la giusta collocazione.

 

 

  1. Giovanni Chiaramonte, si può affermare che nelle immagini di “Jerusalem” lei intenda rappresentare l’invisibile?

Sì, in un certo senso. E le spiego in quale senso. La mia Gerusalemme è una Gerusalemme che vedo con gli occhi di un cammino mistico. L’immagine del Muro del Pianto è mia perché appartiene al mio punto di vista. Rimango ancorato alla distanza tra il “visibile” e l’“invisibile”. Mentre ero a Gerusalemme qualcosa mi chiamava, e quel qualcosa mi ha fatto essere in quel determinato punto della città di Dio in una maniera unica e particolare. Era il 1988. Venivo da Roma, e come cristiano cattolico avevo Sant’Agostino nella mente e nel cuore.

  1. Giovanni Chiaramonte, che cosa è il “sacro” nell’arte?

Il “sacro” è il dato costitutivo dell’arte. Il sacro non è “santo”, il “sacro” implica un sacrificio, il sacro è il terribile. L’esperienza del sacro è l’esperienza del sacrificio ed è costitutivo dell’arte perché lo sguardo dell’uomo che genera l’immagine e che fa sì che nell’immagine si costituisca l’evento fondativo dell’uomo, è esattamente il fare morire la parte naturale dell’uomo. L’uomo sacrifica la natura, il suo essere naturale nel momento in cui diventa uomo, in cui la parte animale di sè viene sacrificata da lui stesso. L’uomo si pone come “altro” dalla natura.

  1. In che senso?

L’atto che genera l’uomo è una metamorfosi, una trasfigurazione del dato della natura: è sacrificio. Quindi, l’arte “sacra” compare quando la polarizzazione intellettuale dell’Occidente abbandona la dimensione esistenziale e culturale cristiana. La chiesa ha finito per accettare questa divisione, quindi vi è oggi la drammatica e irriducibile separazione tra arte sacra e arte non sacra. Nella mia esperienza di fotografo, so che non vi è artista che non sappia e che non viva l’atto fondativo di ogni tecnica e di ogni arte: l’atto per eccellenza che sacrifica il dato costitutivo della natura e, peraltro, non vi è alcun atto umano che non sia atto di trasformare e di trasfigurare.

L’artista che rifiuta la propria opera togliendola dalla dimensione del sacro, non è consapevole di quello che fa e, forse, non è un vero artista. L’artista non può non sapere che l’atto dell’artista è l’atto per eccellenza che sacrifica il dato della natura. Non vi è atto umano che non sia atto di trasformare, di trasfigurare. L’atto della creazione artistica, l’atto umano per eccellenza, è un atto sacrificale.

4. Come è arrivato all’elaborazione di “Jerusalem”?

Jerusalem viene concepita a Berlino. Voglio anzitutto ricordare che la mia forma cattolica è monastica, è mistica. Qui, a Milano, frequento la chiesa dove Sant’Agostino incontrò Sant’Ambrogio: è un destino, non è un caso, perché a me interessa la visione del volto di Dio. Per questa ragione, nel periodo formativo della mia giovinezza, sono arrivato all’incontro con Walter Benjamin e con la sua radice ebraica. Arrivai poi a Gershom Scholem, e a questo punto occorre ricordarsi che Scholem propose a Walter Benjamin di andare ad insegnare all’università ebraica di Gerusalemme. Scholem sapeva bene quel che chiedeva a Benjamin, ad un pensatore marxista, proprio perché consapevole che il marxismo di Benjamin non aveva nulla a che fare con l’ateismo militante dell’allora partito comunista della Terza Internazionale. Lessi il testo La Kabbalah e il suo simbolismo di Scholem, che riprende la teoria e la pratica della rappresentazione verbale e visiva elaborata nel Medioevo e descritta nel Convivio di Dante: a quel punto mi resi conto che quella era la mia via artistica, poiché anch’io nell’immagine effettuo il passaggio dal lato letterario, al lato morale, al lato allegorico ed a quello anagogico.

5. Quale sua riflessione sta alla base del confronto tra Atene e Gerusalemme?

Quando andai a Berlino per la prima volta, capii che la tragedia della Shoah si era avviata con la nuova fondazione di quella che sarebbe divenuta non solo capitale della Prussia, ma poi capitale dell’intero Reich di lingua tedesca. Tutta la straordinaria presenza ebraica a Berlino soprattutto quella da metà Ottocento al 1933 convive – di fatto – con una forma urbis che è quella di Roma e Atene, che ha finito con l’espellere la forma di Gerusalemme. L’antisemitismo, che ha portato alla “notte dei cristalli”, era già tutto negli scritti comparsi nella rivista “Athaeneum”. L’anno 1933 rappresenta semplicemente la conclusione di una secolare fase del pensiero germanico ed europeo rispetto al cristianesimo: è a quel punto che il cristianesimo diventa di fatto sodale con l’ebraismo.

  1. Quali sono, in questo caso, le figure di riferimento per comprendere questa fase storica?

L’architetto Rudolph Schwarz (1897-1961) e il teologo Romano Guardini (1885-1968) sono due tra le figure cattoliche di riferimento in quel periodo, come anche l’architetto Mies van der Rohe. È, dunque, a Berlino che mi rendo conto che la mia genealogia culturale è ebraica. Alfred Stieglitz (1864-1946) rappresenta New York in Berlino, ma anche Berlino in New York. Quindi io, fotografo, non potevo non andare in pellegrinaggio a Gerusalemme, all’origine della mia stessa lingua visiva. Scholem da Berlino sale a Gerusalemme; e anche Martin Buber da Berlino sale a Gerusalemme. Per spiegare la nascita berlinese ed ebraica del fotogiornalismo, non si può che leggere Buber, come indica Tim Gidal: fu così che lessi il testo Il cammino dell’uomo. Questo piccolo libro di Buber mi portò a riflettere sul fatto che il gesto del fotografare chiede l’unità della persona, e l’essere totalmente presente di fronte all’altro è solo attraverso l’essere totalmente presente all’Altro – e non vi è l’uno senza l’altro.

7.Come avvenne il suo incontro con la città di Gerusalemme?

Sono andato a Gerusalemme nel 1988 da Berlino, e rimane il solo viaggio che finora ho compiuto a Gerusalemme. Vi rimasi un mese. Prima andai a Roma, poi ad Atene e poi a Istanbul, la seconda Roma. A Istanbul lasciai l’automobile e da lì salii a Gerusalemme. Dopo quasi un mese nella città di Dio avevo finalmente ultimato il progetto Terra del ritorno, pubblicato nel 1989. Già durante il mio primo viaggio a Berlino del 1984 capii che in Berlino vive la memoria di Atene e Roma. Nella mia mente e nel mio cuore, prima di quel viaggio a Nord, vi era la colonna greca di Gela, la città della mia famiglia. E quindi, da quel punto geografico e storico, il confronto con Gerusalemme. Durante il mio viaggio americano del 1991 raccontato in Westwards io, come tutti, ero partito dall’est per arrivare all’ovest, e il mio problema fu che non riuscii a capire il senso del mio viaggio. Ero partito con la suggestione delle immagini di Walker Evans e nel mito del Far West. Arrivai infine a Miami, dove abita la stragrande maggioranza dei sopravvissuti alla Shoah: era sabato mattina e sulla Collins Avenue di Miami vidi che ero tra i pochi non ebrei.

  1. Che cosa determinarono nel suo pensiero su Jerusalem questi viaggi?

Fu al Museo della Shoah di Miami che compresi che dovevo invertire il senso del mio progetto, viaggiando da ovest verso est. New York è la Nuova Gerusalemme come Berlino lo era stata prima del 1933. Berlino, però, dopo il 1933 diviene Atene e Roma. Il pensiero occidentale è un intreccio ineludibile di Atene, Roma e Gerusalemme, di Gerusalemme, Atene e Roma. L’Occidente senza quello che accadde a Gerusalemme in quella lontana Pasqua, è vuoto e privato del suo senso più profondo. Non sono stati i cristiani luterani o i cristiani cattolici, ma fu la intellighènzia ebraica di inizio Novecento a cercare di comprendere il senso ultimo dell’Occidente. Oltre a Scholem e Benjamin, a Berlino ci sono Franz Rosenzweig, Erich Auerbach, Martin Buber. Gli italiani hanno avuto come fondamento Francesco di Assisi e Dante Alighieri. Galileo Galilei studia Dante e fa le prime lezioni in università su Dante, Brunelleschi studia Dante – non dimentichiamocelo. Si deve vedere e cercare di comprendere la Dante’s View di Richard Misrach, eseguita nel 1995. In questa immagine, la veduta di Dante di Misrach non è l’Inferno geografico della Dante’s View tra la California e il Nevada nel Death Valley National Park scattata da Edward Weston. La chiave di comprensione è nella data in cui è stata scattata la fotografia di Misrach: la data coincide con l’inizio del viaggio ultraterreno e celeste di Dante. La Divina Commedia di Dante termina nell’infinita luce del cielo di Dio e dei Santi.

  1. Vi è per lei una “nuova Gerusalemme”, oggi?

Oggi, la nuova Gerusalemme può essere New York, perché lì la genialità ebraica comprende che questa metropoli d’America può leggersi come profezia del proprio destino, escludendo la Chiesa. “Tutti i popoli della Terra verranno a te”: in questa espressione vi è la consapevolezza che tutte le culture del mondo, ovvero tutti i popoli che salgono oggi a Gerusalemme provengono dall’ebraismo, in quanto ebrei di lingua e nazione russa, polacca, tedesca, francese, americana … e anche la Chiesa proviene dall’ebraismo. Qui a Gerusalemme ho trovato il senso del “sacro” nel compiersi del “santo”.

  1. Quali i luoghi in cui abitano queste “figure della promessa”?

Ho conosciuto e fotografato Gerusalemme nel periodo in cui si festeggiava il 40° anniversario della nascita della Repubblica di Israele. “Festa della Repubblica”: palazzi, gru e un aquilone. “Veduta dal Monte degli Ulivi”: un’ombra cammina verso ovest. “Porta del Giudizio”: aspettavo che un colombo bianco arrivasse. Arrivò, ma non scattai la fotografia. Lo aspettai per diversi minuti, e quando arrivò lo guardai ma non scattai. “Pensando a Elia”. Un corvo nero, passò proprio in quell’istante. “Cieco”: un cieco nell’atto di attraversare la strada. Lo fotografai. Non avrei potuto prevederlo. “Genealogia della promessa”. Un bambino su un triciclo. “Davanti al Muro del Pianto”: ancora un corvo, nel cielo, verso est. “Via Dolorosa”: perché la luce disegna quella figura sul pavimento? “Dopo l’ultima cena”: il tavolo in marmo pare essere un tutt’uno con la pavimentazione. “Bacio al Getzemani”: una coppia di turisti si sta per baciare. Chi è Giuda ? Lui o lei ? “Sinagoga Hurvah”: una coppia di soldati, una coppia di turisti. Un’immagine perfetta. “Arco”: un corvo ancora, colto nell’arco. Questo è per me l’invisibile che si fa visibile.

 

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