Esiti del convegno “Arte, fede, memoria dei luoghi storico-religiosi. Missione tra origine e rigenerazione”

 

Il 7 e 8 giugno scorsi, nella cornice della Scuola Grande di San Marco a Venezia, si sono svolte due giornate di studio dedicate ai beni religiosi, alla loro storia travagliata ed ai possibili destini legati al loro riuso.

La vastità del tema ha dato la possibilità ai numerosi relatori che si sono succeduti di presentare spaccati di esperienze molto diverse fra loro. Il titolo, così denso di significati, avrebbe potuto rendere l’evento un gran calderone di relazioni disparate e non interconnesse, con il grave rischio di uscire fuori tema, come invece fortunatamente non è stato. Si sono infatti avvicendate, in una sequenza irregolare che ha contribuito a mantenere desta l’attenzione degli uditori convenuti, relazioni a carattere molto generale di inquadramento del fenomeno, quale per esempio quella a taglio giuridico della Soprintendente di Venezia dott.sa Emanuela Carpani, ed altre di taglio più puntuale. L’illuminante intervento del prof. Luigi Garofalo circa le res divini iuris del diritto romano ha permesso di sottolineare come anche nel mondo antico si perseguisse la “rigenerazione attraverso la perpetuazione dei valori” (Garofalo), fenomeno invocato anche per l’odierna “gestione dell’evoluzione identitaria” (Carpani) del patrimonio in esame.

Due aspetti hanno caratterizzato l’evento e ne costituiscono la particolarità ed il valore aggiunto: la multidisciplinarità, dovuta ai diversi ambiti di provenienza dei relatori (mondo accademico, ecclesiastico, religioso in senso stretto, tecnico, istituzionale a diverse scale) e l’ecumenicità, concretizzatasi nella presenza di personalità quali S.Em.za il metropolita di Bursa (Turchia) Elpidophoros Lambriniadis e di padre Andrei Yurevich del patriarcato ortodosso di Mosca. Ad arricchire il dialogo interreligioso ha contribuito invece l’apporto del rabbino capo di Venezia Scialom Bahbout.

Una panoramica non solo aperta al confronto con altre confessioni ma anche con altre realtà nazionali è stata possibile grazie alla presenza di alcuni relatori stranieri che hanno allargato la visione della questione con la descrizione di esperienze serbe, spagnole, russe, armene, turche. In particolare, fra queste, molto sentita la relazione di padre Claudio Monge, domenicano italiano residente a Istanbul, che ha descritto la sua personale esperienza di convivenza di più riti cristiani all’interno di uno stesso luogo di culto e dell’arricchimento reciproco che se ne ricava oltre le immaginabili difficoltà.

Un susseguirsi di casi-studio ha cadenzato il ritmo del convegno, con ottiche e specificazioni sempre differenti, che mons. Claudio Giuliodori ha ben saputo condensare nell’immagine del poliedro. Dai piani di gestione UNESCO ai complessi religiosi, dal mondo degli istituti secolari alle dinamiche insediative francescane e domenicane, dalla contaminazione fra spazi religiosi ed ospedalieri alla genesi dei luoghi deputati all’istruzione cattolica: un caleidoscopio di informazioni, spunti, letture a diverse scale dell’edilizia religiosa e della sua storia ha colpito gli astanti, frastornandoli un poco. Fra di essi, spicca certamente la descrizione dell’attualissima opera di restauro della chiesa di San Masseo ad Assisi ad opera dei frati della comunità monastica di Bose. Fra Michele Badino ha saputo raccontare la personale esperienza ponendo l’accento sull’importanza dell’ascolto del luogo quale effettiva guida progettuale.

Nella selva di casi singoli, alcuni interventi a carattere teorico hanno contribuito a chiarire alcuni punti che, quasi inconsciamente, come fils rouges hanno attraversato gran parte delle comunicazioni. L’ascolto del genius loci è ritornato nella lectio magistralis del prof. Andrea Longhi che, sviscerando lucidamente i vari aspetti dell’agire architettonico di una comunità religiosa, ha ben sottolineato come la sua costruzione passi necessariamente per la costruzione dei suoi spazi, con le relative implicazioni semantiche di tale operazione.

Ma è stato soprattutto il tema dell’identità dei luoghi ad interessare le considerazioni a sfondo teorico. In una vibrante descrizione della gestione veneziana del problema delle chiese dismesse, don Gianmatteo Caputo, responsabile per il patriarcato dei beni culturali ecclesiastici, ha posto la questione di fondo: sono da conservare i beni materiali o i valori immateriali? Tutti concordi che non si possano salvare gli uni senza conservare gli altri. Ma come? La domanda, rimasta ancora irrisolta nonostante le due intense giornate di studio, riguarda proprio le modalità di questa conservazione-valorizzazione dei valori immanenti connessi al patrimonio religioso. Si sono sollevate più voci di protesta all’attuale mentalità ‘musealizzatrice’, che “rischia di mummificare, di compiacersi solo sulla storicità” di questi oggetti (Agap Manoukian) senza cogliere l’opportunità costituita dalla loro presenza. In particolare è stato evidenziato come le chiese siano “uno spazio agito, nato dalla liturgia” (Caputo) e quindi come private della dimensione performativa diventino incomprensibili, motivo per cui non possono essere trattate al par di musei. Come ha suggerito padre Monge, “preservare l’identità significa forse saper perdere qualche cosa” pur di perseguire l’obiettivo che tali luoghi rimangano o ritornino ad essere “luoghi di vita, di attività, di iniziativa, dove le persone possano vivere liberamente e creare cose nuove” (Manoukian).

In ultima analisi, quanto ciascun oratore ha implicitamente o esplicitamente comunicato è che “non si può conservare solo l’aspetto materico, ma è necessario orientarsi sempre di più verso la conservazione dei valori. C’è una grande opportunità nella rigenerazione dei beni religiosi, che possono effettivamente diventare dei momenti di grande rilancio del territorio” (arch. Giovanni Dalla Costa).

Lo stesso contesto in cui si sono svolte le giornate di studio funge in fondo da esemplificazione e quasi sintesi costruita dei temi che vi si sono trattati. Le splendide sale della Scuola Grande di San Marco, infatti, costituiscono parte integrante del complesso ospedaliero di Venezia, insieme ai locali dell’adiacente ex-convento domenicano. Da plaudire quindi anche l’oculata scelta del luogo, oltre al notevole sforzo organizzativo, sostenuto in particolare dall’infaticabile prof.ssa Olimpia Niglio.

Il valore di questa esperienza risiede nell’aver permesso ai partecipanti di condividere parte del proprio bagaglio di conoscenze, di “ascoltarsi, confrontarsi e creare un network basato sulle diverse esperienze” (prof. Lorenzo Lorusso). Così si spiega la volontà, espressa da tutti i relatori in sede di conclusione, di portare avanti il discorso, di continuare il dialogo.

Flavia Radice



Le foto sono per gentile concessione di Andrea Longhi e Olimpia Niglio.



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È possibile ripercorrere l’intero evento grazie alla diretta di Aracne TV

7 giugno _sessione mattutina: https://youtu.be/ZB1X8aX-JqU

_sessione pomeridiana: https://youtu.be/oQaCkVuJHn8

8 giugno _sessione mattutina: https://youtu.be/mxApg6GzytU

_sessione pomeridiana: https://youtu.be/NoGHlzInJ2o