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La scomparsa di Vittorio Gregotti, architetto e intellettuale

La scomparsa di Vittorio Gregotti, a pochi mesi da quella di Antonio Monestiroli, a pochi anni da quella di Bernardo Secchi, crea un ulteriore vuoto nel mondo dell’architettura italiana e dell’insegnamento universitario.
Anche se ormai praticamente inattivo a causa dell’età avanzata, Gregotti restava e resta un nume tutelare per gli architetti e per i docenti universitari.
E’ una delle ultime figure che hanno saputo tenere fianco a fianco un approccio teorico e un cospicuo numero di importanti realizzazioni, in Italia e nel mondo.

Dell’approccio teorico, costruito fin dalla collaborazione con lo studio BBPR (Banfi, Belgioioso, Peressutti, Rogers) e in particolare dalla relazione con Ernesto Nathan Rogers, oltre ai libri (uno per tutti “Il territorio dell’architettura”) resta impressa nella memoria la direzione di Casabella degli anni ’80, cui Gregotti insieme con gli editoriali di Secchi, affidò il compito di veicolare nuovi contenuti per la ricerca italiana, in particolare su un inedito rapporto tra architettura e paesaggio.

Delle realizzazioni, più che compilarne il lungo elenco di una carriera “trionfale”, risulta interessante da un punto di vista scientifico sceglierne alcuni, come caposaldi di un percorso che ha visto anche la partecipazione affiancata di architetti come Purini e Thermes, Cagnardi e Reginaldi.

Innanzitutto la contraddittoria realizzazione del quartiere ZEN a Palermo, con tutti i caratteri delle buone architetture ma allo stesso tempo con un totale fallimento dei modi di abitare, sia per il degrado periferico che per la presenza della criminalità e del narcotraffico. Più volte intervistato sullo “stigma” di questa opera mancata, l’autore si era detto pronto a intervenire anche gratuitamente a lavorare in situ a una rigenerazione urbana dell’intero comparto.

Poi, ancora in un Sud che necessitava di qualità architettonica, la messa in opera del grande viadotto che collega i padiglioni dell’Università della Calabria a Arcavacata di Rende: una maniera di stare nel paesaggio/sul paesaggio che rammemora esempi storici di architettura utilitaria e prime esercitazioni dello studio Gregotti a intersecare con attenzione geografica le curve di livello.

Lo studio Gregotti lavora anche sul tema dello stadio, da quello incuneato nella densità urbana di Genova (Luigi Ferraris) a quello ricavato nel catino di una arena preesistente, salvandone e riqualificando il prospetto urbano, sul colle di Montjuic per le Olimpiadi di Barcellona del 1992, a quello di Agadir, in Marocco, progettato a fine anni ’90.

Sulla residenza un ottimo risultato viene ottenuto con il comparto residenziale di Cannaregio che sostituisce un impianto industriale dismesso e ripropone il tranquillo ritmo veneziano di corti, campielli e altane sui tetti.

Molto più complessa è l’operazione milanese della sostituzione degli impianti industriali Pirelli alla Bicocca: qui vengono realizzati uffici, università, residenze e mantenuti elementi della memoria industriale come una torre di raffreddamento “inscatolata” nella nuova architettura vetrata e lo spazio di dimensioni indicibili dell’Hangar Bicocca, che alloggia i Sette Palazzi Celesti di Anselm Kiefer.

Il Centro Culturale di Belém, a Lisbona di fronte alla Torre omonima e al Tago è un centro culturale, per esposizioni e conferenze, compreso un museo del design, progettato da Gregotti con l’architetto portoghese Manuel Salgado. La caffetteria-ristorante affaccia sui giardini di ulivi che attenuano la rumorosità del traffico e da dove si possono vedere le sponde del fiume.
Salendo progressivamente di dimensione si arriva alla costruzione di una città di centomila abitanti in Cina nella smisurata area urbana di Shanghai: più che riproporre una città in stile italiano, come richiesto dai committenti, Gregotti coniuga il suo approccio razionalista a un nuovo approccio ecologico, connotato innanzitutto dai corsi d’acqua che fanno parte della trama urbana su cui sorgono gli edifici, come nella tradizione di molte città cinesi.
Vittorio Gregotti si cimenta anche sul tema dell’architettura sacra, con due interessanti realizzazioni italiane: la chiesa di S. Clemente a Baruccana di Seveso, contraddistinta da un volume a “T” rovesciata, nel quale il grande lucernario è ricavato nell’elemento alto che attraversa longitudinalmente l’edificio; S. Massimiliano Kolbe a Bergamo (vincitrice dell’edizione 1999 del concorso “Progetti Pilota” della CEI) presenta un volume prismatico a pianta centrale con sovrapposto un tamburo circolare, memore della lezione di Asplund: particolarmente efficace è la ricerca sul tema della gestione della luce naturale, in particolare per l’illuminazione dell’altare.

Carlo Pozzi

 foto in copertina © Carlo Pozzi  ” I sette palazzi celesti, installazione permanente di Anselm Kiefer nell’ Hangar Bicocca”

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