Segezia, costruita tra il 1938 e il 1942, si inserisce nella più ampia operazione di bonifica delle campagne, intrapresa dallo stato fascista per arginare la crisi economica in atto, che ha visto la creazione di nuovi organismi urbani, dando vita al fenomeno delle città di fondazione.

Il progetto urbanistico fu affidato all’architetto Concezio Petrucci, pugliese di San Paolo di Civitate, classe 1902, nei primi dieci a laurearsi alla Regia Scuola di Architettura: lo chiamavano l’enfant prodige.

Petrucci fece di Segezia un laboratorio di sperimentazione progettuale, coniugando le forme classiche al razionalismo, al recupero della tradizione costruttiva, dei materiali locali, delle tecniche decorative artigianali.

La città si sviluppa secondo uno schema cardo-decumanico in cui le quattro direttrici sono sfalsate tra loro, creando “continue variazioni di fondale” in ossequio alla tradizione accademica, che vuole sia il senso di meraviglia ad accompagnare la scoperta dei monumenti nell’esplorazione urbana.

All’incontro degli assi principali si apre la piazza, ai cui quattro angoli sorgono i principali edifici di rappresentanza, progettati dallo stesso Petrucci: la Casa del Fascio, la scuola, il Comune ed infine la Chiesa di Nostra Signora di Fatima, il cui campanile, completamente autonomo, fa da perno all’intera composizione planimetrica ed allo stesso tempo costituisce un landmark visibile dalle campagne circostanti.

Il campanile, a pianta quadrata, si articola in nove ordini di loggiato sovrapposti; il nucleo centrale, che accoglie la scala elicoidale, è rivestito da mattoni rossi; Petrucci vi ha costruito attorno una griglia di pilastri ed architravi rivestiti di pietra bianca di Trani.

Il coronamento è una cella campanaria con copertura a cuspide tronco-conica, rivestita a losanghe di maiolica verde ramina tipica degli embrici vietresi, un tocco di colore inaspettato, che si staglia sul bianco dominante.

Qui Petrucci si spinge al di là dei confini regionali, recuperando una tecnica utilizzata in molte chiese del salernitano e del napoletano, come ad esempio san Giovanni a Vietri o la Madonna del Carmine a Napoli.

Il connubio tra ceramiche vietresi e architettura si ripete, raggiungendo la sua più alta espressione, nella decorazione della chiesa: Petrucci ha progettato una facciata piuttosto semplice, con pochi elementi plastici, il portale strombato, le finestre.

La peculiarità della facciata è la decorazione di formelle di maiolica vietrese, che raffigurano i simboli della religione cristiana.

Il rivestimento adoperato per la facciata è articolato in moduli di lastre di pietra bianca di Trani, disposte in modo da creare una cornice in cui si inserisce una formella con decoro a rilievo di ceramica di Vietri: la ripetizione di questo modulo, ordinata, geometrica, crea una trama regolare che si adagia come una coperta sull’intera superficie della facciata.

L’uso della ceramica vietrese ed in generale il rapporto con le arti applicate è una costante nell’opera architettonica di Petrucci, che non ha mai lasciato al caso nemmeno il più piccolo dettaglio, costruendo ognuno dei suoi edifici con cura, come un’”opera d’arte totale”.

L’inserimento delle formelle di ceramica vietrese sulla facciata rientra, infatti, in un più ampio piano decorativo della chiesa di Segezia: il rivestimento a losanghe maiolicate del tronco di cono di copertura, la decorazione della facciata ed infine le stazioni della Via Crucis poste sui muri interni della chiesa, seguono lo stesso fil rouge, facendo della ceramica l’elemento decorativo protagonista dell’opera architettonica.

In questa scelta stilistica gioca un ruolo fondamentale il rapporto tra l’architetto Concezio Petrucci e l’artista Amedeo Vecchi, autore delle maioliche decorative.

I lavori dell’artista all’Esposizione Nazionale d’Arte a Roma del 1928, avevano profondamente colpito Petrucci, il quale dapprima decise di affidargli la realizzazione degli altorilievi decorativi per la chiesa di San Michele a Foggia, e poi la decorazione della chiesa della Madonna di Fatima a Segezia.

Qui, l’artista sceglie per la facciata colori pastello brillanti e caldi ed utilizza un rilievo piuttosto schiacciato, per evitare che dei rilievi troppo accentuati, realizzati su una facciata, possano generare ombre e chiaroscuri, complicandone la lettura e scurendone i colori.

Tutte le maioliche sono state realizzate presso la Manifattura Artistica Ceramica Salernitana (MACS) di Vietri sul Mare, gestita, fino all’avvento delle leggi razziali fasciste, dall’artista ed ebreo tedesco Max Melamerson.

Le formelle sono 342, di forma quadrata, 19,5 x 19,5 cm e rappresentano i simboli della religione cristiana; tra questi spicca anche la scritta “pax”, pace, con un ramoscello di ulivo, che viene però alternata alle altre, solo a partire da tre metri in su: un timido messaggio di pace che non ha il coraggio di esprimersi con più forza, in un clima politico poco favorevole.

Cambiando gli abbinamenti cromatici, Vecchi utilizza 15 motivi plastici differenti, che possono essere raggruppati per quattro temi principali: i segni della gerarchia ecclesiastica quali la tiara e il pastorale o le chiavi vaticane; i segni simbolici del Cristo come l’agnello, il calice, le iscrizioni IHS e INRI; i segni della passione come i chiodi e la corona di spine ed infine gli altri segni simbolici come il grano, l’uva, il gallo, gli Arcangeli.

Per le stazioni della Via Crucis Vecchi realizza 14 bassorilievi quadrati, di lato 80 cm, che scandiscono le pareti bianche, definendo ognuna un focus visivo cromatico, decorativo e al tempo stesso funzionale allo svolgimento della via crucis: l’impianto figurativo utilizzato è piuttosto tradizionale, ma la padronanza del linguaggio scultoreo dell’autore ha permesso di creare delle scene fortemente espressive, mai retoriche, in cui le linee corporee si scompongono e la tensione degli arti è evidenziata per comunicare la sofferenza umana di Gesù.

La ceramica vietrese dona espressività alle scene rappresentate, attraverso i colori pieni, non sfumati, che vanno dal rosso vivo dominante della veste di Cristo nella sua passione, ai colori chiari e lividi dell’epilogo.

La Chiesa di Nostra Signora di Fatima a Segezia è uno degli esempi più rappresentativi dell’uso della ceramica vietrese nell’architettura sacra del Novecento e ad oggi costituisce un unicum architettonico per l’uso della decorazione ceramica sulla facciata.

Cecilia Suracearchitetto, specializzata in smart cities, appassionata di edilizia antica e restauro





Bibliografia di riferimento:

  • Napolitano G., (2011) Nuove Identità. La Ceramica Vietrese Protagonista del Novecento. Napoli: Edizioni Fioranna
  • Cucciolla A., (2006) Vecchie città, città nuove. Concezio Petrucci 1926-1946. Bari: Edizioni Dedalo
  • Piemontese G. (2010) Urbanistica ed Architettura nel Tavoliere delle Puglie. L’esperienza dei centri rurali 1929-1942 Foggia: Centro distrettuale FG32
  • Armillotta F., (2007) Il piano urbanistico per la Capitanata di Concezio Petrucci e le Borgate rurali in “L’architettura dell’”altra” modernità. Atti del XXVI Congresso di Storia dell’Architettura” Roma, 11-13 aprile 2007 – Gangemi Editore