L’ESPERIENZA DEL SACRO TRA MODERNO E CONTEMPORANEO

Tre chiese di Mauro Galantino

Carlo Pozzi

Un progetto di architettura che tocca le corde del sacro non può che cimentarsi con il tema della luce: non basta l’insegnamento di Le Corbusier sul gioco di volumi messi a reagire sotto la luce, ma diventano centrali le modalità del come la luce penetri nell’involucro architettonico.

La scelta di Galantino si indirizza verso almeno due dispositivi: le “camere di luce” e il distacco tra solaio di copertura e muratura perimetrale. Le prime consistono nella apertura di spazi che guardano il cielo, permettendo alla luce di espandersi nell’edificio, diventando l’elemento primario per la sottolineatura degli elementi progettuali interni allo spazio liturgico.

Il secondo è un taglio longitudinale nella copertura che porta in vista la sua struttura orizzontale di appoggio sugli elementi verticali, dissimulati nella muratura: tra trave e trave si allunga un lucernario la cui luce dilava sulla parete bianca, postazione ideale per la collocazione di opere d’arte.

Quella delle opere d’arte è un’altra sfida che il progettista fa sua, attraverso il ricorso al contemporaneo, scansando la consueta paccottiglia di madonne stampate in gesso e rivolgendosi all’interpretazione complessa che l’avanguardia gioca sul difficile tema del sacro.

Un primo incrocio tra questi due temi – luce e arte – si perfeziona con la posa in opera di pannelli in vetro che rappresentano i quattro cicli dei misteri del Rosario, nella ultima nata, la chiesa di Notre Dame du Rosaire, nella periferia parigina.

Un secondo incrocio è costituito dall’uso del colore nelle pareti interne dell’aula sacra: con un ricorso secco e non pasticciato a un solo colore che entra in contrappunto con l’intonaco bianco o con il cemento a faccia vista o con una parete in mattoni, o con l’introduzione parsimoniosa ma decisa dei colori primari del maestro di La Chaux des Fonds che dalle cappelle del convento de La Tourette approdano nella cappella di Sant’Ireneo.

Ma Galantino non dimentica la lezione aldorossiana sul monumento e il suo ruolo urbano, una architettura che appartiene alla città e tenta, quando possibile, una sua rigenerazione, soprattutto se insediata in aree periferiche o di nuova urbanizzazione. L’edificio sacro svolge così un prezioso compito laico di testa di ponte della riqualificazione di una periferia difficile grazie all’inserimento di un impianto urbano di qualità: il sagrato è anche piazza, luogo pubblico di incontro, nuova centralità nelle slabbrature di una città tutta costruita e con rari spazi liberi.

E per essere monumento, un’architettura contemporanea non può giocare sempre e solo la sua eccezionalità – talvolta coniugata fino alla stravaganza -, deve proporre un linguaggio comprensibile e che entri senza strappi nell’immaginario collettivo. Galantino lo fa il più delle volte lavorando su sequenze di pieghe della struttura in cemento armato intonacato e dipinto di bianco: dalla scuola di Arcore alla recentissima galleria commerciale di City Life passando attraverso il grande complesso parrocchiale del Gesù

Redentore a Modena, nel quale tra le pieghe, in alto, rimane come incastrata la struttura metallica che regge le campane.

Questo linguaggio, che ha “il pregio della misura”, è originale e allo stesso tempo poggia su una tradizione dell’architettura moderna, costituendosi così come una sua “prosecuzione” che non disdegna la contemporaneità ma non va in cerca di brillanti novità o astruse specificità. Forse cerca solo di continuare uno “stile”.

 


Chiesa di Sant’Ireneo, Milano (2000)

Il progetto per la chiesa di Sant’Ireneo nel quartiere Tessera del comune di Cesano Boscone è risultato vincitore nel concorso “Tre chiese per il 2000”, bandito dalla Diocesi di Milano nel 1989.

Il complesso ecclesiale, cui si accede attraverso un significativo sagrato, che nel progetto originale era un vero e proprio chiostro, comprende la chiesa, i servizi, l’oratorio, la cappella feriale, il campanile. Tra la chiesa e gli spazi parrocchiali assume un ruolo determinante il “giardino degli ulivi”, che dà luce naturale alla chiesa costituendone un inconsueto fondale verde, cui il parroco ha voluto aggiungere le tre croci, forse temendo un effetto troppo artistico e interconfessionale.

Il prospetto principale è giocato sul contrappunto tra parti basamentali rivestite in mattoni, con l’innalzarsi misurato del campanile, e una lastra in cemento armato a vista che da pensilina si eleva a vela, traforata con regolarità da piccole finestre quadrate che portano luce all’interno: viene da pensare a una interessante reinterpretazione tardo razionalista della lezione pontiana, sul fronte urbano della concattedrale di Taranto.

L’aula delle celebrazioni è un ambiente unico, anch’esso definito da un contrappunto, in questo caso tra pareti in mattoni, cemento armato, vetrate, che porta a una straniante ma efficace dilazione degli spazi.

Il progettista ha voluto ricreare uno spazio sacro, la cui modernità è sottolineata dall’assenza di decorazioni, attraverso la progressione di terra (giardino degli ulivi), acqua (fontane alle spalle dell’altare) e luce (raggi che si incuneano davanti al celebrante).

Il fonte battesimale è definito da una parete con intonaco dipinto di azzurro.

Le sedute sono poste a raggiera intorno all’altare, a ricostruire una partecipazione comunitaria, come proposto dalle innovazioni conciliari e con il superamento dello schema basilicale.

Gli arredi sacri sono stati disegnati dall’architetto e comprendono la Via Crucis, la croce appesa sul presbiterio e il leggio, costruito con modeste lastre di graniglia. Le opere artistiche dell’area battesimale sono opera di Giuseppe Penone, avanguardia a suo tempo della cosiddetta “arte povera” e attualmente impegnato con elementi presi a prestito dalla natura. Il tabernacolo è un prisma verticale che ne ospita e protegge uno ligneo, sopravvissuto all’incendio della chiesa preesistente.

 



 

Chiesa di Gesù Redentore, Modena (2008)

Il progetto per il centro civico e religioso Gesù Redentore su viale Leonardo da Vinci a Modena è risultato vincitore del concorso nazionale indetto dalla Conferenza Episcopale Italiana.

Questa imponente architettura si attesta lungo il grande viale, disponendo in sequenza gli elementi che la caratterizzano, dal grande sagrato aperto verso la strada, al volume della chiesa con la torre campanaria, agli spazi della parrocchia. La sequenza è sviluppata attraverso un sistema di pieghe in cemento armato tinteggiato di bianco, a sottolineare con unità i volumi per forma e non per materiali. Fanno parte del grande complesso un auditorium, le opere parrocchiali, la Casa della Carità, due case per religiosi in comunità e il “conventino” dei tre sacerdoti: il sistema delle case è organizzato con una tipologia a patio.

L’ingresso principale dal sagrato all’aula liturgica viene sottolineato da un rivestimento in pietra grigia dentro il quale viene – quasi segretamente – dischiuso l’alto portone ligneo.

Entrando in questo scrigno geometrizzato, ci si rende conto della complessità del sistema degli spazi interni, caratterizzati dall’ingresso diffuso di luce naturale: in particolare lo spazio dell’Assemblea è cinto da una alta “corona di luce” che dilava le pareti laterali attraversando la grande vela del controsoffitto, puntando alla smaterializzazione della importante struttura di copertura.

Il complesso è caratterizzato dalla scoperta di spazi a cielo aperto, visibili solo dall’interno: l’orto degli ulivi, che come un’abside dilata lo spazio del presbiterio, la fontana, che mette in relazione – geometrica e liturgica – il fonte battesimale con il tabernacolo, la lama d’acqua collocata tra murazione verso il viale e volumi “abitati”.

Il percorso di attraversamento ha il suo compimento, anche liturgico, nella cappella feriale, accessibile anche direttamente dall’esterno.

Tutta la disposizione liturgica, compresa quella delle sedute per i fedeli è una radicale interpretazione delle indicazioni conciliari, fino alla “ricostruzione” dell’ultima cena con le persone che, sedute intorno al tavolo costituito dall’altare, si possono guardare in volto: questa scelta, che ricorda anche certi dispositivi scenici del teatro sperimentale, ha fatto intervenire a sfavore personalità con un approccio più conservatore.

Il completamento più significativo è costituito dal ciclo delle opere d’arte realizzate dall’artista olandese Bert van Zelm:

  • la Madonna con bambino e i poveri, nell’aula sulla vetrata che guarda la fontana;
  • il Crocifisso, nell’aula sulla vetrata alle spalle dell’altare;
  • la splendida Via Caritas, 14 tavole in vetro serigrafato, collocate sulla parete nord dell’”orto degli ulivi”, che rappresentano le stazioni della passione secondo il Vangelo di Giovanni;
  • la Pietà, un trittico che occupa la parete nord della cappella feriale.

 



 

Chiesa Notre Dame du Rosaire, Parigi (2014)

Il progetto nasce dalla collaborazione con lo studio parigino Enia, composto da ex-studenti del periodo in cui Galantino ha insegnato nella École di Paris-Bellleville. L’occasione muove dalla demolizione nella periferica Mairie Les Lilas di una chiesa del secolo passato che aveva conclamati problemi strutturali.

Per evitare di privare i parrocchiani del luogo di culto per troppo tempo, il cantiere è stato organizzato in due fasi: prima la costruzione della nuova chiesa, poi la demolizione dell’edificio preesistente per il completamento del centro parrocchiale.

L’impatto urbano è su una piccola strada che non avrebbe potuto concedere spazio per la realizzazione di un sagrato vero e proprio: ciononostante, il volume della chiesa e il campanile si propongono con fierezza costruendo un fronte urbano; solo la parte basamentale definisce un leggero arretramento che dischiude un piccolo sagrato e il portone di ingresso.

Si allinea a chiesa e campanile, e se ne distacca tramite un giardino su cui affaccia, il blocco degli spazi parrocchiali, realizzato con pieghe e tagli nella struttura di cemento armato intonacato e tinteggiato di bianco, con una modalità “post-razionalista” adottata da Galantino anche in altre architetture.

I parrocchiani stessi hanno identificato come tema centrale dello spazio liturgico interno quello della luce, su cui il progetto propone molteplici declinazioni con vari riferimenti all’architettura moderna: dalla sequenza delle finestre strombate con vetrate colorate, nella quale è evidente il tributo alla cappella di Notre Dame du Haut, capolavoro di Le Corbusier, realizzato sulla collina di Ronchamp, al lungo lucernario che lascia piovere una fascia di luce che attraversa i quattro pannelli vetrari appesi che rappresentano i cicli dei misteri del Rosario. Vetrate e pannelli che sono stati realizzati da Didier e Alice Sancey.

Il bassorilievo di Cristo, fatto di frammenti che quasi svaniscono nella gloria dell’alto dei cieli, è stato realizzato da Claude Abeille, mentre Dominique Kaeppelin è l’autore della statua della Madonna del Rosario e delle stazioni della Via Crucis, fatte con piccole pietre incastonate nel terreno, sono state ideate da Laurence Bernot; la croce e il coro monumentale sono una creazione di Jean-Jacques Bris

 



 

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