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L’impegno della diocesi per le nuove chiese a Milano, da Montini ad oggi

di Michela Beatrice Ferri e Leonardo Servadio

Lunedì 4 novembre, giorno in cui la Diocesi di Milano celebra San Carlo Borromeo, il Palazzo della Curia Arcivescovile di Milano ha ospitato il convegno dedicato ad esplorare l’impegno della Chiesa di Milano dagli anni dell’episcopato di Giovanni Battista Montini a oggi per le nuove chiese in città e nelle aree limitrofe.

Organizzato dal Vicariato per la Cultura e dall’Ufficio Beni Culturali e Arte Sacra, il simposio ha visto la partecipazione, in mattinata, di relatori quali monsignor Luca Bressan – che ha introdotto e moderato la prima parte della giornata, sottolineando che “l’operazione per la costruzione di nuove chiese è l’azione che esprime in maniera sempre forte e sempre lucida il legame tra arte e fede” –, monsignor Piero Marini, l’architetto e storico dell’architettura Maria Antonietta Crippa (Politecnico di Milano) e il docente di storia dell’arte contemporanea Francesco Tedeschi (Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano).

Introducendo il suo intervento dal titolo “Uno sguardo all’architettura nel periodo del cardinal Montini” Maria Antonietta Crippa ha illustrato ai presenti il tema della ricerca che sta conducendo, incentrata su uno studio storico che riguarda la costruzione di nuove chiese durante l’episcopato di Montini. La professoressa Crippa sottolinea la fecondità del periodo degli episcopati di Schuster e del suo successore Montini negli anni in cui il secondo conflitto mondiale lascia il posto a una lenta ma promettente ripresa e nel momento in cui la seconda metà degli anni Cinquanta e l’avvio degli anni Sessanta daranno vita ad un risveglio culturale senza precedenti. Nella città di Milano si pubblicano le riviste di architettura più importanti, ed in questa stessa città la Chiesa nel dopoguerra vuole fare sentire la propria presenza fisica con nuove costruzioni.

La Crippa sostiene che il tema della presenza della Chiesa in città come “casa tra le case” sollevi una questione importante di matrice agostiniana: quale è il rapporto tra la Città di Dio e la Città degli Uomini? È fondamentale, a questo proposito, sottolineare che Montini ebbe sempre a cuore non solo il centro religioso ma anche il centro civile di Milano. In una Milano in preda all’espansione frenetica, il sogno di Montini era che ci fosse una Chiesa in ogni quartiere, e occorre sottolineare che questa sua idea non era altro che la prosecuzione di un progetto già avviato da Schuster. La metropoli per Montini doveva avere edifici religiosi in grado di porsi non solo come centri per la preghiera e per le Sante Messe ma anche come luoghi di ritrovo. Fu così che si pensò che la parrocchia dovesse accogliere un certo numero di parrocchiani – diecimila circa – e fu così che a Milano vennero create chiese dentro i condomini, o chiese in magazzini, o chiese tra i cortili di una Milano che cambiava volto. Non è un caso che tutti ricordano le 123 chiese di Montini. L’appello lanciato durante il suo episcopato ad industriali, imprenditori, alle parrocchie e ai fedeli milanesi diede uno slancio alla costruzione di nuove chiese, un motivo di “salute pubblica”. Avvicinare il fedele alla Chiesa ponendo una Chiesa che fosse alla portata di mano del fedele significava che, per esempio, la casalinga avrebbe dovuto impiegare a piedi pochi minuti per recarsi in Chiesa, e che l’operaio con i suoi orari di lavoro avrebbe potuto trovare una Chiesa a sua disposizione e con orari delle Sante Messe che potessero permettergli di seguire le celebrazioni liturgiche. Per la prima volta nella storia architettonica della Chiesa di Milano nel Novecento vi fu una fortissima attenzione alla persona. Chiese provvisorie e cappelle domestiche: le nuove chiese rispecchiavano la semplicità formale della fine degli anni Cinquanta e dei primissimi anni Sessanta. Spesso la chiesa, come nel caso della chiesa del QT8, viene prima dell’edificato così come noi lo vediamo oggi poiché si inserisce perfettamente nello spazio che le viene assegnato. Nel suo volto Milano ricorda il “Piano Montini” per le nuove chiese, laddove una struttura moderna e funzionale che parla di anni Cinquanta e di anni Sessanta richiama a quella fase storica che avrebbe avuto una sua prosecuzione, poi, negli anni Ottanta e Novanta.

Il pomeriggio l’incontro si è incentrato sul rapporto tra la Chiesa e gli architetti: com’è noto un rapporto che ha visto diverse scollature in passato. A certificare la nuova sintonia che sta più recentemente maturando, Valeria Bottelli, Presidente dell’Ordine Architetti di Milano, introdotta da Carlo Capponi, responsabile per i Beni Culturali della Diocesi, ha annunciato la prossima uscita di un volume sulle nuove chiese milanesi pubblicato dall’Ordine, e curato dall’architetto Marco Borsotti. Mentre l’architetto Brambilla ha illustrato un’iniziativa recentemente lanciata dall’Ordine Architetti di Milano: una serie di percorsi guidati per visitare i luoghi architettonici più significativi della città. Alcuni di tali percorsi sono relativi alle chiese, storiche e contemporanee.

Ma i cuore dell’evento pomeridiano è stata la tavola rotonda presieduta dal liturgista e monaco di Bose Goffredo Boselli, con la partecipazione degli architetti Michele Reginaldi, Mauro Galantino, Marco Contini e Giulio Barazzetta. I primi tre autori di chiese di recente edificazione molto significative, l’ultimo responsabile per i restauri della nota chiesa costruita a Baranzate di Bollate a metà degli anni ’50 su progetto di Mangiarotti e Morassutti, formata da uno zoccolo e da una copertura piana in cemento, con le pareti totalmente vetrate.

Il tema del rapporto col committente ha incardinato la discussione: Boselli ha notato come i progettisti oggi godano di una libertà molto ampia, infatti le Note pastorali emesse dalla CEI sulla costruzione di nuove chiese (nel 1993) e sull’adeguamento delle chiese esistenti (nel 1996) costituiscono indirizzi, non sono vincolanti a differenza delle Instructiones del Borromeo scritte dopo il Concilio di Trento nel 1577. “C’è chi auspica che la Chiesa stabilisca nuovi canoni” ha notato Boselli sollecitando l’opinione dei progettisti. Reginaldi ha messo in rilievo che nel lungo tempo che intercorre tra la commissione di un incarico e la realizzazione dell’opera – e il riferimento era ai progetti vincitori di concorsi quali quelli nazionali indetti dalla CEI – il dialogo con le tanti figure che compongono la “galassia” del committente porta suggerimenti e sollecitazioni di fronte alle quali il progettista deve mantenersi disponibile. Se c’è un problema – ha notato Reginaldi – è che la committenza non parla con voce univoca: “ho avuto l’esperienza di realizzare tre chiese, due come partner dello studio Gregotti Associati International e una col mio proprio studio, e ho notato che vi sono atteggiamenti molto diversi tra i parroci” c’è chi insiste su linee progettuali tradizionali e chi desidera seguire approcci innovativi. Galanino ha portato l’esempio della chiesa da lui realizzata a Modena dopo aver vinto il concorso Progetti Pilota: qui i committenti hanno imposto una radicale trasformazione del progetto liturgico, che hanno voluto essere incentrato sull’assetto a “Communio Raum” con i due poli di altare e ambone fronteggiantisi e le sedute disposte ai lati dell’asse mediano. “Questa impostazione liturgica nuova, ha portato a una revisione di tutto il progetto perché l’asseto liturgico è primario nella chiesa e attorno a questo ruota tutto il complesso edificato. Ma preferisco che vi siano limiti e indicazioni chiare – ha concluso – proprio lavorando su questi il progettista sa individuare soluzioni creative”. Contini ha posto l’accento su quel che ha imparato nella dialettica col committente, nel realizzare la chiesa nuova di Varedo “una chiesa pensata come casa della comunità e discussa con tutta la comunità. Barazzetta ha notato come la comunità di Baranzate di Bollate abbia avuto difficoltà ad accettare l’architettura moderna della chiesa di Mangiarotti e Morassutti, ma pian piano l’abbia compresa e ne sia divenuta partecipe.

“VI sono tante occasioni di confronto – ha concluso Goffredo Boselli – non solo moltissimi convegni, ma soprattutto tanti progetti ampiamente discussi soprattutto nell’ambito dei concorsi Progetti Pilota della CEI. Tutto questo porta a definire quel che all’estero è percepito come il “caso Italia”: il fatto che da oltre dieci anni qui si nota come la Chiesa si sia impegnata in un dialogo fecondo coi progettisti” volto a rinnovare l’antica tradizione di produttiva collaborazione.

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