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Maria Cristina di Savoia, la Reginella Santa

 

Uno degli angoli più suggestivi della Reggia di Caserta, in apparente contrapposizione con la magnificenza e la maestosità della Residenza Borbonica – tra le più grandi e sontuose al mondo – è un piccolo altare nascosto alla vista: è l’altarino dove pregava la Regina Maria Cristina, moglie del Re Ferdinando II delle Due Sicilie. La Regina volle per i suoi momenti di intimo raccoglimento uno spazio quasi segreto – ricavato nella parete di una delle grandi Sale dei suoi Appartamenti privati – così riservato che ancor oggi non è possibile scorgerlo lungo il percorso di visita poiché resta celato dall’anta di una porta.
L’intimità di questo angolo mistico ancora si percepisce ed è il riflesso dell’indole pia e devota di una Sovrana molto amata dal popolo napoletano che da sempre la ricorda come la Reginella Santa.
Maria Cristina di Savoia nacque a Cagliari il 14 novembre 1812 da Vittorio Emanuele I, re di Sardegna, e da Maria Teresa d’Austria, esuli in Sardegna in seguito all’annessione del Piemonte alla Francia napoleonica. La piccola, chiamata Tintina, fu subito consacrata dalla madre alla Madonna e visse l’infanzia in un periodo di ristrettezze economiche e in un’atmosfera impregnata di misticismo, abituandosi alla pratica religiosa, alla carità, all’ordine e alla disciplina. Dal 1815, col mutare del quadro politico, tornò a Torino crescendo con la guida di una madre autoritaria e risoluta e dell’olivetano napoletano G.B. Terzi che fu sua guida spirituale. Grazie a un’applicazione assidua acquisì una notevole cultura ispirata a una profonda spiritualità.

Dopo il 1824 si trasferì con la madre a Genova, dove visse sei anni intervallando il soggiorno coi viaggi presso le sorelle e nel 1825 fu a Roma per il Giubileo interessandosi alle antichità e alla pittura, visitando i luoghi sacri e incontrando più volte papa Leone XII. Già in questa fase giovanile vari furono gli episodi di devozione religiosa, di altruismo e di umiltà che crearono intorno alla giovane Maria Cristina un alone quasi leggendario (Regolo). Molte sono le testimonianze che ne attestano la bellezza notevole ma non ostentata, la semplicità nell’abbigliamento, la morigeratezza, il carattere vivace, il senso dell’umorismo, l’ironia, l’amore per il ballo ma non per il teatro e più di tutto la determinazione nell’aiutare i bisognosi.

Rifiutò le numerose proposte di matrimonio. Le nozze col re delle Due Sicilie furono caldeggiate da padre Terzi, al corrente dei piani politici del re sabaudo Carlo Alberto, favorevole al matrimonio con Ferdinando II per evitare che i Borbone si legassero eccessivamente alla Francia. Questi ultimi, come i Savoia, gradivano le nozze con Maria Cristina per controbilanciare l’influenza austriaca nella penisola. Ella accettò il matrimonio come volontà di Dio. Nel 1830 l’aristocrazia torinese organizzò in suo onore una grande festa per il suo fidanzamento. La Baronessa Olimpia Savio, che proprio in quella occasione faceva il suo debutto in società, così la ricorda nelle sue memorie: La principessa Cristina non aveva allora 20 anni: era bella, d’una bellezza seria e soave: alta di statura, bianca di carnagione, due grosse onde di ciocche brune inanellate ornavano poeticamente quel volto, pallido, illuminato da due grandi occhi espressivi. Vestiva un abito azzurro e bianco, colori del cielo a cui era destinata, e portava in fronte un gran diadema di brillanti. Non ballò, perché la rigida etichetta non lo permetteva. Attratta da quella simpatica, distinta e ad un tempo così modesta personalità, non ebbi occhi e simpatie che per lei, la sola attraente tra quelle teste coronate. Il matrimonio fu celebrato nel santuario di Maria Ss. dell’Acqua Santa, a Voltri, presso Genova, il 21 novembre 1832 e, al loro arrivo a Napoli, gli sposi furono accolti da una folla festante ed entusiasta.
Sulla vita quotidiana nella corte napoletana fiorirono aneddoti circa l’attitudine del re a canzonare la moglie per i suoi scrupoli religiosi e a farle scherzi inopportuni. Benedetto Croce invece, sulla base delle lettere inviate dalla Regina a parenti e amici e delle testimonianze di inviati di Carlo Alberto, sosteneva che Ella a Napoli fu felice, malgrado le abitudini plebee del marito al quale, a suo modo, fu legata. Spendeva tutto ciò che aveva in opere di carità e, d’accordo con il re, usò una parte del denaro destinato ai festeggiamenti nuziali per dare una dote a 240 giovani spose, per riscattare un buon numero di pegni depositati al Monte di pietà e per altre iniziative caritatevoli (fu sua l’idea di fondare presso il convento di S. Domenico Soriano un laboratorio di letti da dare alle famiglie bisognose). Improntò la vita di corte a una religiosità basata sulla lettura quotidiana di opere sacre e sulle pratiche devote. Incentivò l’arte del corallo a Torre del Greco e l’industria della seta a San Leucio, promuovendo e proteggendo l’industria napoletana di stoffe e sete. Pur senza partecipare attivamente all’attività politica, Maria Cristina ebbe sul consorte, che cercava in ogni modo di compiacere, un’incidenza benefica, rendendolo più riservato e rispettato (Croce), più mite verso i condannati a morte – tanto da ottenerne spesso la cancellazione delle condanne – e più semplice nei rapporti, sicché le si dovette riconoscere che sollevò un poco l’animo plebeo del re, lo corresse di alcuni bassi vizi (Settembrini). Fu attraverso l’impegno caritatevole, dunque, che la Sovrana svolse un’azione di significato politico.
Nella sua nuova famiglia Maria Cristina si legò moltissimo alla cognata, la principessa Maria Antonietta, di due anni minore di lei e dalla quale dovette a malincuore separarsi quando la principessa partì per Firenze in vista del suo matrimonio, celebrato il 7 giugno 1833, col granduca di Toscana Leopoldo II. Maria Cristina scrisse: Fu per me una grande afflizione il dovermi separare da mia cognata Antonietta che è tanto buona e colla quale aveva già legata un’intima amicizia. Il 16 gennaio 1836 diede alla luce l’erede al Trono, Francesco II – che sarà ricordato come Franceschiello – ultimo Re di Napoli. Poco più che ventitreenne, la Regina morì a Napoli il 31 gennaio 1836 per le complicazioni sopravvenute.
Definita dal popolo la Reginella Santa, Maria Cristina fu oggetto di culto sin dai giorni successivi alla sua morte. Nel 1859 Pio IX firmò l’avvio del processo di beatificazione e da allora le fu attribuito il titolo di «venerabile». La relativa causa è stata introdotta al Tribunale Ecclesiastico il 17 novembre 2004. Nel pomeriggio del 2 maggio 2013 papa Francesco, ricevendo in udienza privata il cardinale Angelo Amato prefetto della Congregazione per le cause dei Santi, ha autorizzato la promulgazione del decreto riguardante una guarigione miracolosa attribuita all’intercessione di Maria Cristina. La Regina è stata beatificata il 25 gennaio 2014 a Napoli, nella Basilica di Santa Chiara, dove riposa nella tomba dei Borbone.
Alla Reggia di Caserta è conservato un ritratto della Regina risalente al 1825 – realizzato da Filippo Marsigli *– in cui Maria Cristina è dipinta con un rigoroso abito nero e un velo sul capo fermato da un sottile diadema, mentre legge un messale. Probabilmente la scena è ambientata proprio in una piccola cappella del Palazzo come indica l’altarino con il crocefisso. Si scorgono anche la corona e un’iscrizione elogiativa che recita: CHRISTINA Paradisi ut ardeat cor meum/gloria amen.
Sul piccolo altare della Reggia – al quale Maria Cristina si raccoglieva in preghiera – era collocato un dipinto raffigurante una tenera Natività, oggi conservata in deposito.

Paola Viola

*Filippo Marsigli (Portici, 1790 – Napoli, 1863) fu allievo di J. B. Wicar all’Istituto di Belle Arti di Napoli. Nel 1814 vinse il pensionato borbonico a Roma nella sezione di pittura. Al periodo del pensionato, che aveva una durata di sette anni, risale una delle prime opere note – Omero cieco che canta ai pastori – dipinto a olio su tela, firmato e datato 1818 che il M. eseguì per Leopoldo di Borbone principe di Salerno. (La tela insieme al dipinto La morte del conte Ugolino venne presentate alla Biennale Borbonica del 1826 riscuotendo un immediato successo). Nel 1822 partecipò al concorso per la cattedra di pittura per succedere a Giacomo Berger. Nominato professore nel 1833, nel 1844 divenne direttore del Pensionato artistico napoletano a Roma succedendo al Camuccini, carica che ricoprì fino al 1860. Sue pitture si conservano nel soffitto del Salone da Ballo (oggi sala di lettura della Biblioteca Nazionale di Napoli) del Palazzo Reale di Napoli e nel Duomo di Salerno e di Maiori, nel Museo di Capodimonte e nella Reggia di Caserta

 

photos ©Paola Viola

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