Claudio Varagnoli*

 

Tutto ciò che è bello e prezioso per la nostra cultura è fragile ed è sempre in pericolo: questo è il monito che ci viene dall’incendio che ha devastato Notre-Dame a Parigi la sera dello scorso 15 aprile. A qualche giorno dal rogo che ha fatto crollare la celebre flèche e la copertura della cattedrale, si è acceso con prevedibile veemenza il dibattito attorno alla ricostruzione.

L’incendio di Notre Dame ci ricorda che la nostra storia non si ferma e che sempre avremo prove da superare”. Nel discorso del presidente Macron, pronunciato in televisione poche ore dopo la tragedia, la catastrofe diventa l’occasione di un miglioramento collettivo e l’avvio di un ritrovato progetto nazionale. Parole solenni e colme di dignità, che pongono già la ricostruzione – Macron non parla di restauration – in una prospettiva che deve rendere la cattedrale “plus belle encore”.

Alla fragilità delle cose si accompagna la fragilità delle idee. Una catastrofe come quella di Notre-Dame, nata dalla “banalità” dell’errore umano – molto probabilmente un corto circuito – ha mostrato da subito la labilità di molte delle concezioni su cui si regge la nostra idea di patrimonio. Ad esempio, si è riproposto il dissidio tra il valore religioso della cattedrale, densa di significati spirituali e religiosi in senso proprio, e il valore storico e culturale che attiene all’edificio simbolo della storia della Francia, al quale sono legati eventi e personaggi fondamentali della nazione.

La Francia, stato laico per eccellenza, ha sempre perseguito la separazione tra Chiesa e Stato: ma separazione non significa conflitto, soprattutto di fronte ad un monumento autentico come la cattedrale di Parigi, in cui è illusorio distinguere i valori e i significati. Questione che oggi assume un risalto diverso di fronte alla problematica religiosa in Francia, nazione che sempre più sente la necessità di proiettarsi in una dimensione mondiale e multi religiosa. Eppure come è stato rilevato, i lavori da cui è partito l’incendio erano a carattere di urgenza, dopo una lunga latitanza delle istituzioni statali che hanno in carico il monumento. Questa deriva ideologica può forse aiutare a comprendere le parole del presidente francese, per il quale la “ricostruzione” è una sfida da risolvere nel minor tempo possibile – cinque anni, in tempo per le Olimpiadi del 2024– e di carattere essenzialmente tecnico.

Ed è ancora una forma di strumentalizzazione il profluvio di donazioni che sono arrivate per la cattedrale, ormai verso il miliardo di euro, che anziché attestare un ritorno alla fede mostrano semmai l’ansia tutta consumistica di sfruttare l’evento per altre finalità.

Una simile deriva ideologica impedisce di guardare al monumento nella sua unità strutturale e formale. Non ha senso sottolineare la datazione “recente” della guglia o della decorazione interna o di altre parti dell’edificio, come ha fatto Sgarbi in Italia, insieme a molti suoi imitatori. Quello che va rispettato, quello che è veramente “monumentale” è il processo che ha portato al risultato finale, la continuità di interventi che in tempi diversi hanno saputo guidare, commentare e interpretare l’identità dell’edificio. Spetta a Viollet-le-Duc il merito di aver capito e fatto proprio questo processo secolare, portandolo a compimento, con un lavoro durato decenni e condotto in un clima di partecipazione collettiva, al termine di un concorso vinto insieme a Jean-Baptiste Lassus, architetto restauratore colto e raffinato nell’approccio al Medioevo. Si trattò di un processo molto lungo, in cui convergevano gli studi condotti da Viollet sul sistema strutturale gotico e su altre cattedrali di Francia e d’Europa.

Per questo, oggi più che di ricostruzione bisogna parlare di restauro. La cattedrale è stata colpita in alcuni punti fondamentali, ma non è stata annullata. Abbiamo perso la struttura lignea della copertura – detta la “foresta” per la sua complessità – che ancora resisteva validamente, seppure largamente integrata e manomessa come è naturale, mentre a Chartres andò distrutta nell’Ottocento e a Reims nel primo conflitto mondiale; perduta del tutto la flèche, costruita da Viollet-le-Duc; ma ancor più grave è lo sfondamento della crociera e di parte del sistema voltato, comunque danneggiato dal calore delle fiamme e dal carico della copertura durante il crollo. Ma la cattedrale resiste: la sua struttura regge e non autorizza a pensare all’incendio come ad una cancellazione che produca una lacuna del centro di Parigi. Per questo l’idea di un inserto progettuale autonomo e contemporaneo non sembra praticabile. Chi scrive ha difeso pubblicamente il progetto del gruppo Labics per una addizione al palazzo dei Diamanti a Ferrara, destinato ad un’area adiacente all’edificio e concepito non a spese della costruzione esistente. Il progetto contemporaneo è infatti legittimo ed efficace nei casi in cui si richiede una interpretazione nuova per un contesto lacerato e reso illeggibile, laddove sia necessario restituire un senso a frammenti indecifrabili. Ma non è questo il caso della cattedrale parigina, il cui valore figurativo è ampiamente restaurabile con i metodi tradizionali, affinati all’estremo livello se necessario. Né sarà una questione di scelta di materiali, perché non nella loro ostentazione risiede la natura del monumento.



Il  concorso annunciato dal primo ministro francese ÉdouardPhilippe per decidere come ricostruire la guglia progettata da Viollet-le-Duc non appare quindi lo strumento più idoneo, in questo come in molti altri casi di restauro. Una competizione di questo tipo, estesa ad una dimensione globale, ben diversa da quella da cui uscirono vincitori Viollet e Lassus, premierebbe l’impatto visivo e la soluzione più accattivante, lasciando sullo sfondo le esigenze del monumento. E’ forse opportuno, come ha indicato un progettista del calibro di Jean Nouvel, prendere tempo e aspettare lo sviluppo delle indagini e degli studi: è necessario soprattutto il tempo adatto per riflettere, malgrado l’urgenza della devozione e del turismo.

Una cattedrale non è un mucchio di pietre, ha ricordato nella sua omelia a Saint-Sulpice l’arcivescovo Aupetit poche ore dopo l’incendio, ma come in una persona umana, obbedisce ad un principio di organizzazione, di unità, ad una intelligenza creatrice. Chiediamo che sia dato il tempo per ritrovare questo principio, evitando il rumore delle ideologie e la fretta del consumo.

 

 

*Curriculum breve

Claudio Varagnoli (Roma 1957), laureato all’Università degli Studi “La Sapienza” di Roma e dottore di ricerca presso lo stesso Ateneo, è professore ordinario, dal 2001, di “Restauro architettonico” nell’Università degli Studi di Chieti e Pescara: in questa sede, ha diretto il master in“Conservazione e recupero dell’edilizia storica” e coordinato il corso di dottorato in “Conservazione dei beni architettonici”. Dal 2013, è docente presso la Scuola Archeologica di Atene e dal 2015 è membro del Comitato Scientifico della rivista THEMA. Ha pubblicato saggi su progettisti, edifici, cantieri, interventi urbanistici, con particolare attenzione al Settecento e al dibattito architettonico contemporaneo. Fra le ricerche pubblicate, si segnalano: Conservare il passato (Gangemi, 2005); La costruzione tradizionale in Abruzzo. Fonti materiali e tecniche costruttive dalla fine del Medioevo all’Ottocento (Gangemi, 2008); gli atti del convegno Muri parlanti. Prospettive per l’analisi e la conservazione dell’edilizia tradizionale (Alinea, 2009); Terre murate. Ricerche sul patrimonio architettonico in Abruzzo e Molise (Gangemi, 2008); Pescara senza rughe (2010, in collaborazione)“Alla moderna”. Antiche chiese e rifacimenti barocchi: una prospettiva europea (Artemide 2015, con A. Roca De Amicis).

Le immagini dell’articolo sono tratte dal quotidiano Le Figaro.