Visito un museo insieme ad alcuni studenti. Sono ragazzi ventenni, frequentano l’università, viaggiano e accedono facilmente a molte informazioni attraverso l’uso delle tecnologie con accettabile dose di discernimento. Si soffermano davanti ad alcune opere, apprezzano elementi dell’allestimento, leggono alcune didascalie, pongono domande e azzardano anche qualche interpretazione. Al termine della visita l’argomento museo è incasellato nella cartella delle cose che era bene fare, sono state fatte, ora si vada oltre.
Dopo un paio di giorni, di quanto visto si ricordano una esperienza positiva e una manciata di dettagli: il capolavoro che già si era studiato nei manuali di storia dell’arte, il particolare curioso di qualche iconografia, magari qualche elemento notevole dell’allestimento.

È un fatto, non un caso; chi si occupa di musei ben lo sa: un conto è l’arte contemporanea, l’evento specifico, la mostra che pone le opere in una narrazione complessiva, altro sono i musei di arte antica e il loro potere di attrazione verso i pubblici, in particolare quello dei giovani.

Le concause sono differenti, ben indagate negli studi che si interessano di pubblici museali, tra esse una non trascurabile è la presenza in tutte le collezioni museali di beni che sono profondamente legati all’ambito religioso: dalle opere di arte per le chiese, a quelle destinate alla devozione privata, dall’arte per la liturgia a quella per le pratiche religiose, in una somma di iconografie, simboli, funzioni che richiedono uno sforzo interpretativo non certo basilare.

Il tutto è naturalmente più radicato nei musei occidentali per quello che riguarda il patrimonio culturale religioso cristiano che, dall’inizio dell’avventura del museo moderno, ha formato un nucleo fondamentale delle collezioni, investito della sua rilevanza come prodotto artistico, deprivato delle sue valenze religiose, mentre altri aspetti come quelli iconografici sono stati considerati scontati in una società dove la cultura cristiana faceva parte della vita di tutti. Oggi non è più così e la grandezza dell’arte non è sufficiente a superare la fatica di ritrovarsi di fronte a folle di santi, oggetti con nomi per iniziati, dalla mitra alla pace, appartenenti perlopiù a un passato di riti e devozioni assai differenti dalla vita religiosa di oggigiorno.
Questo ci induce a riflettere sull’esigenza di un ripensamento degli allestimenti museali dove si tenti di superare questo tipo di criticità. Qualcosa si sta muovendo.

Alcuni studiosi, tra i quali si segnala l’impulso fondamentale delle ricerche del britannico Crispin Paine, hanno dedicato al tema approfondite riflessioni e anche nella pratica museale si rilevano alcune significative esperienze. Di queste ultime, particolare attenzione merita il caso del Victoria and Albert Museum, con il riallestimento delle Medieval and Renaissance Galleries; quando vi fu l’inaugurazione nel 2009, venne sottolineato come il progetto riallestitivo non avesse preso avvio da uno studio di collezioni e spazi, bensì da una approfondita indagine sui pubblici del museo, condotta dal dipartimento di interpretazione.

I risultati dell’indagine avevano evidenziato come la collezione non fosse tra le predilette dai visitatori perché la maggior parte degli oggetti esposti era di interesse religioso e, oltre alla difficoltà del riconoscimento di iconografie e di nomi percepiti come esotici, anche l’uso di alcuni di questi oggetti risultava incomprensibile. Una pianeta, una mitra, un bastone pastorale, uno stendardo processionale, per la maggior parte dei visitatori, immersi nella enormità delle collezioni del museo, non erano che oggetti sui quali si poteva tranquillamente sorvolare per concentrarsi su altro. Lo sforzo riallestitivo, che fu ripreso in seguito anche nei lavori delle gallerie dedicate al Settecento europeo, si concentrò quindi sulla creazione di narrazioni tese a ricreare l’idea di contesto e, in questo modo, restituire significato agli oggetti della collezione. C’è da dire che se da un punto di vista accademico questo passaggio segna il cambio di rotta della museologia nei confronti delle collezioni di interesse religioso cristiano, gli esiti pratici risultano interessanti ma certamente non straordinari; penso sarà necessario un ulteriore sforzo per rendere completa giustizia alla collezione e agli elementi che la compongono; senza dilungarmi su dettagli, cito solo a titolo di esempio un notevole stendardo processionale di Barnaba da Modena, commissionato da una confraternita genovese, e utilizzato come contorno di contesto in una teca che spiega come avviene una processione.

Questo allestimento rende un’idea compiuta di come si svolga una processione e quali siano gli usi di diversi oggetti, ma certamente ne diluisce le specifiche caratteristiche: che cosa hanno in comune un bastone pastorale eburneo veneto del XIV secolo con una statua processionale lignea tedesca del XVI secolo raffigurante Cristo in groppa a un asinello, oppure, più banalmente, una pianeta nera con una statua processionale realizzata per la Domenica delle Palme? Detto ciò, esiste una ricetta perfetta per risolvere queste contraddizioni? Decisamente no, quindi ogni esperimento museologicamente fondato serve a progredire nella direzione di creare nel museo la condizione virtuosa di incontro tra la collezione e il pubblico.

In quasi dieci anni diverse proposte hanno portato esempi notevoli e differenti per aggiornare gli strumenti di allestimento di collezioni di interesse religioso, con linguaggi diversi e con una loro specifica efficacia: si passa così da diversi esempi nel Regno Unito dove sono molti i casi di musei che approfondiscono gli apparati didascalici per compensare tutto quanto non si può più dare per scontato, al seguitissimo caso del museo diocesano di Colonia, il Kolumba, che abbandona totalmente gli aspetti didascalici per affidare l’esperienza museale all’impatto emotivo dato da una sapiente dimensione museale dove dialogano antico e moderno ed essi con gli spazi interni del museo e finestre che mostrano scorci della città.

In questi dieci anni si cominciano a vedere anche alcuni cambiamenti nei musei ecclesiastici italiani che, per essere strumenti vivi in cui obiettivi culturali e di pastorale possano esprimersi compiutamente, non possono che concentrare gli sforzi affinché le loro collezioni abbiano significato per tutti. Le esperienze dei musei raccontate in queste pagine parlano anche di questo. E sono solo gli inizi.

Rita Capurro


Le immagini riportate nell’articolo sono state pubblicate nel corso degli anni negli articoli della sezione MUSEI del portale THEMA Magazine

 

Rita Capurro è ricercatrice nell’ambito della storia dell’arte moderna e museologia. Laureata e specializzata in storia dell’arte presso l’Università degli Studi di Genova, si è perfezionata in Gestione e comunicazione dei beni culturali ecclesiastici presso l’Università Cattolica di Milano e ha quindi conseguito il dottorato in Design per i beni culturali presso il Politecnico di Milano.
Ha partecipato a diversi progetti di ricerca nazionali e internazionali tra i quali progetto europeo MeLa*-European Museums in an age of migrations e collabora ad attività didattiche presso l’Università Milano-Bicocca, l’Università Cattolica di Milano e il Politecnico di Milano. È vicedirettore della rivista Arte Cristiana.
I suoi interessi di ricerca sono focalizzati principalmente su arte religiosa, museologia e turismo religioso. Tra le sue pubblicazioni: Musei e oggetti religiosi (Vita &Pensiero, 2013), San Carlo Borromeo, arte e fede a Genova (EAI, 2014), Designing multivocal museums. Intercultural practices at Museo Diocesano, Milano (curato con E. Lupo, MeLa* Books, 2016).

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