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Parole, immagini, sogni. Intervista a Franco Rinaldi

Brescia, classe 1954. Dipinge da cinquant’anni. Appartato. Lavoratore instancabile. Di lui hanno scritto, tra gli altri, Arturo Schwartz, Riccardo Barletta, Alda Merini, Roberto Sanesi. Di lui, di recente, il giornalista Nicola Baroni ha osservato che è capace di “scorgere nel Mistero le impalcature del reale”.[1] Scusate se è poco.

Una produzione sterminata e complessa, dalle prime rappresentazioni figurative della fine degli anni Settanta alle sperimentazioni dechirichianamente surrealiste, oniriche e psicoanalitiche attraverso gli anni Ottanta, Novanta e oltre, fino ai dipinti su carta degli anni più recenti, scevri delle ultime sovrastrutture decorative, dove tutto è sempre più brevis, essenziale.[2] Attraverso i cicli e i decenni il pittore racconta quello che non si vede, il desiderio che permea il tutto. Alla ricerca di un macrosenso oltre singoli saperi, fonti, iconografie, per raggiungere una purezza archetipica e metafisica. Premitica.

Incontro Franco Rinaldi in una giornata piovosa di novembre, nella sua casa accogliente appena fuori Brescia. Dentro, siamo attorniati da carte, tele, ceramiche, collage, grafiche, sculture, libri d’artista. Appese alle pareti, impilate in ordine nell’archivio, appoggiate ai muri dello studio, riposte nelle cassettiere tra fogli di velina protettiva, appoggiate sugli scaffali, le opere ci accerchiano. L’artista si racconta e ci conosciamo così.

Franco Rinaldi, Oracoli

Il tema del sacro permea il tuo lavoro. Da dove scaturisce questo interesse?

Dal mistero che lo permea, dalla possibilità data agli artisti “creando” di addentrarsi in una ricerca che guarda l’anima. Mi sono posto la domanda del perché dalla sua comparsa sulla terra l’uomo abbia cercato di guardare oltre e, per fare ciò, abbia trovato nell’arte la possibilità di mostrare il non visibile. Di portare alla luce gli aspetti del mistero che da sempre permeano la vita dell’uomo. Sin dalla prima volta che ho messo un colore sulla tela, questo pensiero mi ha sempre accompagnato.

Come hai affermato in precedenti interviste,[3] riferendoti a Giovanni Paolo II e Paolo VI, dire il Mistero con il mistero è il modo più autentico di accostarsi al sacro. Quanto l’artista deve svelare e in che misura dev’essere reticente?

Quando rileggo le lettere agli artisti di Paolo VI e dei suoi successori, si rafforza in me la convinzione che l’arte abbia il dovere non di guardare indietro, ma di osare la ricerca del mistero. Non di dare risposte, ma di porre domande. Deve raggiungere il centro dell’anima facendone vibrare le corde. Allora, come avviene negli strumenti musicali, queste vibrano in assonanza. Non si deve banalizzare il Mistero con immagini che non ci appartengono. E il fruitore deve diventare parte della ricerca, una goccia che si unisce al fiume.

Franco Rinaldi, L’angelo di Duchamp

Hai prodotto numerosi lavori dedicati agli angeli. Nella tradizione sono creature annuncianti e protettrici, ma nello stesso tempo evanescenti. Tu degli angeli che cosa hai voluto rappresentare?

I miei angeli sono creature che non appartengono a questo mondo, ma a chi li fa vivere nel proprio animo. Sono ciò che non sono stati mai, che non possiamo vedere, ma sentire. Sono iconografie che qualcuno ha definito spiazzanti. Ne riguardo alcuni e li immagino forse davvero spiazzanti, ma a proprio agio nella Divina Commedia.

 

Franco Rinaldi, Le cime del poeta sognatore

Ami camminare, ami la montagna. Ami “ritornare”. Il tema del cammino è diventato quasi un’esigenza prepotente, anche e soprattutto dopo la pandemia.[4] Come “ritorna” questo tema nel tuo lavoro?

Il mio cammino è parte del viaggio e la pandemia mi ha mostrato che noi esistiamo solo se abbiamo la possibilità di assorbire la vita e la morte. La montagna è il luogo dove sento la bellezza di Dio e questo non può che riflettersi nel mio lavoro. C’è molta arte nel camminare in montagna. È come una metafora. Si fatica a raggiungere la meta, dove possiamo solo alzare lo sguardo per poi ritornare ai suoi piedi. E ancora si sente la voglia di ripartire.

 

Nel 2013 la tua mostra personale al Museo Diocesano di Brescia fu intitolata “Oltre lo sguardo”. Nelle tue opere ci sono tanti occhi aperti. Cosa guardano questi occhi? Con chi dialogano?

La parte che più mi interessa guardare, per assurdo, sono le lettere a Teo di Vincent van Gogh, il tormento di Franz Kafka (a cui ho dedicato un ciclo di lavori), la sofferenza e la leggerezza di Alda Merini (con cui ho collaborato). È il mondo di Alberto Martini, il pensiero di Alberto Savinio, e certamente Man Ray. Con questi e altri ancora dialoga il mio lavoro, che cerca di guardare oltre con occhi come porta dell’anima. Nessuna parte del corpo ci parla come gli occhi e con loro e in loro vediamo la verità.

 

Franco Rinaldi, Ed ecco il poeta

In che rapporto sono la parola e l’immagine? E il silenzio e l’immagine?

La poesia genera immagini e le immagini generano poesia. Senza i poeti il mio lavoro sarebbe stato monco. Cerco di dare alla parola ciò che da sola non può avere e cerco di aprire mondi che sono altro. Il silenzio è la parte essenziale per il rapporto tra l’immagine e la sua fruizione, un rapporto intimo, profondo, che va oltre l’aspetto fisico dell’opera. Le opere non si possono spiegare, si possono descrivere, contestualizzare, ma la spiegazione vera sta in chi guarda.

 

Nella tua produzione, che lo stesso Schwarz descrive come antiduale,.[5] c’è una sìncrasi di diverse tradizioni, religioni e cosmogonie. Fai uso di materiali eterogenei. Da quali fonti attingi per creare?

Dal mio io e dal tutto, dall’universo che mi circonda e ci permea. Da un dialogo continuo con la superficie, con i materiali e con lo stupore che guida la mente a tracciare i segni. I materiali che inserisco hanno la funzione di portare dentro e fuori la superficie la percezione di chi guarda.

Anni fa, in tempi non sospetti, hai dedicato una serie di dipinti alle donne afgane. Com’è nata l’idea?

Ho cominciato a lavorarci nell’ultimo decennio del secolo scorso. Mi affascinava la possibilità di realizzare immagini dove l’anima velata, nascosta facesse trasparire la vita che conteneva, come un manto, come una donna che ci guarda, con tutte le domande che pone e le emozioni che traspaiono. Queste opere mi hanno sorpreso con la loro anticipazione. E credo l’arte debba cogliere nell’aria ogni piccolo segnale che poi si mostrerà.

 

Franco Rinaldi, Nel mio cielo

Che progetti hai in serbo, legati al futuro? Cosa auspichi?

Di riuscire a realizzare alcune esposizioni a cui tengo molto, incluso il ciclo “Le cime di Dio” che ho concluso dopo anni di lavoro e una mostra sui libri d’arte che sto producendo. Auspico un ritorno alla fruizione diretta dell’arte, perché questa torni ad essere una componente essenziale della vita dell’uomo. La bellezza salva il mondo o comunque lo rende migliore. Nella logica che un mondo migliore è anche più giusto.

 

 

Franco Rinaldi, I guardiani dei sogni

 

In copertina un’opera di Franco Rinaldi

 

Intervista  a cura  di Margherita Zanoletti

[1] Nicola Baroni, “Scorgere nel Mistero le impalcature del reale”. In: Franco Rinaldi, Oltre lo sguardo. Opere su carta. Brescia 2013, p. 16-17.

[2] Alberto Albertini, Franco Rinaldi, Fuochi fatui. Brescia, 1997, p. 6.

[3] Cfr. Alberto Albertini, “Un cavalletto al limitar del pozzo”. In: Maurizio Bernardelli Curuz, a cura di, Franco Rinaldi. Nei giardini del sogno. Brescia, 2009, p. 10-13 e Agostino Mantovani, “Oltre lo sguardo”. In: Franco Rinaldi, Oltre lo sguardo. Opere su carta. Brescia 2013, p. 10-14.

[4] Cfr. Riccardo Barletta, Franco Rinaldi. Viaggio alchemico nel mondo del di dentro. San Zeno Naviglio (BS), 2005, pp. 98-108.

[5] “Oltre il velario del sogno. Commento di Arturo Schwarz”. In: Franco Rinaldi. Viaggio alchemico nel mondo del di dentro, cit., 132-138.

 

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