Il fercolo, comunemente detto “Vara”, è una raffinata opera artistico-architettonica utilizzata per portare in processione simulacri e Reliquie di Santi. In generale, un fercolo è una portantina che può assumere diverse forme, ma la più diffusa è a baldacchino.

In Sicilia, ispirandosi al modello più antico di Catania, tende ad assumere l’aspetto di un tempietto costituito da una alta base poggiata su assi o fissata a corde mediante anelli atti al trasporto, colonnine (in numero di quattro o sei) e una copertura che può essere piatta o a cupoletta. Il termine si fa derivare dal latino “fero cultum”, ossia “portare per il culto” e si può trovare italianizzato in fercolo o nella sua forma arcaica di “ferculo”.

Anche nel caso della Festa di Sant’Agata a Catania, l’immagine della Santa, veniva portata in processione su di un carro la cui forma veniva cambiata ogni cinque anni, tradizione che in realtà potrebbe risalire agli anni immediatamente successivi al 1126, anno in cui avvenne la prima processione delle spoglie della santa, appena riportate da Costantinopoli.

Ma è sicuramente durante l’epoca barocca, che nascono veri e propri gioielli d’arte, atti al trasporto delle immagini dei Santi durante le processioni. Sul modello del fercolo di Sant’Agata a Catania, realizzato a partire dal 1514, in quasi tutte le città della diocesi nascono elaborate macchine barocche in argento o legno, per il trasporto dei simulacri dei Santi, dalla struttura a tempietto da quattro o sei colonne.

L’Arcidiocesi di Catania assieme alla vicina Diocesi di Acireale vantano il più ricco patrimonio di fercoli. Per muovere una “Vara”, in generale, si usa la forza umana, coordinata in modo che non vi siano incidenti. Figura molto importante legata al fercolo è, in Sicilia, il capo vara o “mastru di vara”, il quale, posizionato sul fercolo, ha il compito di dare indicazioni in merito alle manovre da effettuare durante il percorso processionale e di coordinare le fermate e le partenze. Il Fercolo può essere portato a spalla dai portatori o tirato dai “tiratori”; quest’ultima usanza è propria principalmente del catanese.

A Capizzi, paese nebroideo dell’entro terra siculo, la tradizione vuole che i fercoli in onore del patrono San Nicola di Bari nella processione del 9 maggio, giorno della “traslazione” delle Reliquie da Mira a Bari vengano portati rigorosamente a spalla, seppur le vie del centro urbano risultino strette e tortuose.

Per far ciò, la statua di pregevole fattura, opera del celebre scultore Gaggitano, Filippo Quattrocchi, necessitava di un fercolo. Si è pensato dunque ad una vara “diversa”, che potesse incarnare l’idea di “Grandezza e Potenza”, cosi come la tradizione capitina ricorda il santo taumaturgo.



GRANDE E POTENTE – PATRONUS

Lo stile di riferimento è quello prettamente classico tendente al Razionalismo Italiano; le colonne, solite dei fercoli, sono state sostituite da pesanti pilastri che rispettano, insieme alle lesene, i canoni di proporzione di Policleto. I capitelli risultano essere un ottavo dell’altezza dell’intero pilastro.

E’ eliminata qualsiasi forma di linea morbida, preferendo la linea netta e decisa con geometrie nitide e spigolose; persino le misure e le proporzioni non hanno nessuna via di mezzo, vengono prediletti numeri interi e puri che rispettano un modulo ben preciso. Il tutto è concepito come un sarcofago marmoreo di carattere classicheggiante, contenente le spoglie del Santo. Il Reliquiario è ornato da preziosi intagli, scolpiti interamente a mano, dal maestro, Giuseppe Lanzafame.

Nel prospetto principale i simboli del Santo, Mitra, Vangelo, Pastorale e Borse d’oro, rievocano il posto in cui sono conservate le Reliquie. Sul prospetto posteriore un angelo sorregge un “Ostensorio”, copia fedele di quello raffigurato nella volta della sala dell’oratorio dei Bianchi, oggi Museo Diocesano, omaggio alla Confraternita del Santissimo Sacramento. Nei prospetti laterali sono state invece rappresentate le quattro virtù cardinali ad indicare le 4 “colonne” a sostegno della Fede:

  • Prudenza: Definita come la capacità del retto governo delle nostre azioni. Sul fercolo di San Nicola viene raffigurata come una donna seminuda, coperta da una cascata di capelli, atta a simboleggiare la retta “via divina”. Una freccia simboleggia appunto la “via da intraprendere”, mentre il compasso che incide su di una tavoletta la sezione “Aurea” indica la legge che regola l’Universo e l’Armonia: la “Divina Proporzione”. Infine, un serpente, allegoria delle parole di Cristo: “Siate prudenti come i serpenti”.

 

  • Giustizia: Definita come la “Regina delle Virtù”. Indossa una corona ed è rappresentata nelle sembianze di una divinità greca; come una bilancia con le sue mani pesa le anime di un uomo e una donna, che perdono ogni tratto e divengono indefiniti.

 

  • Fortezza: E’ la capacità di moderare le passioni; è la forza di ammansire e non di sopprimere. Nel fercolo è rappresentata come una guerriera che placa il ruggito di un leone.

 

  • Temperanza: Una donna che tempera con acqua i piaceri del mondo, rappresentati da una figura femminile, simbolo del piacere carnale, una figura maschile nell’atto di strangolarsi, emblema del peccato di gola e un uomo che lascia cadere un calice, simbolo dell’ebbrezza alcolica.

I tre simboli poggiano su un orologio metafora dell’evanescenza del tempo, sorretto da 3 burattini di legno, simbolo con il quale il progettista identifica le proprie opere. Due stemmi coronano il fercolo. Nel prospetto principale lo stemma dell’Arciprete Don Antonio Cipriano, committente dell’opera e in quello posteriore lo stemma del comune di Capizzi. Il 9 Maggio 2019 per la prima volta il fercolo è viene portato solennemente in processione tra il tripudio della popolazione e dei tanti devoti che da anni speravano nel ritorno di una tradizione quasi dimenticata nella città.

Oggi l’opera è conservata all’interno della Chiesa Madre di San Nicolò in Capizzi esposta, ai tanti visitatori e devoti.



Committente: Arciprete Don Antonio Cipriano dell’Arcipretura Parrocchiale dei Santi Nicolò e Giacomo di Capizzi

Progetto a cura di Luciano Marino, studente in Architettura – Università degli Studi Mediterranea di Reggio Calabria