TERRE DI BENEDETTO. PAESAGGI FERITI “E VULNERE UBERTAS”

Praglia 24 maggio 2018, prima giornata di seminari

 

L’inizio della terza edizione dei seminari di “Armonie Composte” è stata allietata dall’accoglienza nelle magnifiche sale dell’Abbazia di Praglia da parte dell’Abate che ha illustrato ai convenuti l’architettura e la storia del complesso monastico. Nel primo pomeriggio, dopo i saluti di rito, fra cui l’inquadramento tematico offerto da una dei curatori Giordana Mariani Canova e l’introduzione da parte degli organizzatori, sono iniziati i primi interventi. Il primo contributo di Andrea De Marchi, dell’Università degli Studi di Firenze, dal titolo All’ombra della Sibilla: paesaggi artistici fra Spoleto e Camerino, ha inquadrato l’importanza storico artistica di questi luoghi attraverso l’analisi del legame inestricabile fra la produzione artistica incarnata in un paesaggio denso di una storia secolare e valori, che con queste “fratture” si rischia di perdere, derivati dalle conoscenze locali. Si deve riprogettare, prosegue il relatore, una tutela del patrimonio, uscire dal chiuso dei musei e far comprendere il radicamento nel territorio delle opere d’arte.

A Camerino, dopo il terremoto del 1997, era rinato un movimento di restauro, valutazione e rivitalizzazione delle opere salvate e riscoperte. De Marchi sottolinea l’importanza del patrimonio artistico come “molla” della rivitalizzazione del turismo, del tessuto sociale di una città che, come accade in molti luoghi feriti, si perdono, venendo meno i rapporti umani e quotidiani e la relazioni fra arte e territorio; vari esempi di opere d’arte fra cui Castelluccio di Norcia, Camerino, Castel Sant’Angelo nell’Alta valle del Nera, Visso, Campi Basso e molti altri borghi.



Il secondo intervento è stato del professor Massimo Sargolini dell’Università degli Studi di Camerino con una relazione dal titolo Un territorio, un paesaggio ferito. I caratteri del sistema insediativo, territoriale, sociale ed economico prime e dopo il sisma. L’intervento è iniziato presentando il lavoro del comitato scientifico di cui fa parte per la ricostruzione di Norcia e delle zone colpite dagli ultimi eventi tellurici; l’autore facendo parte di questo comitato e con la sua testimonianza vuole definire l’importanza del paesaggio e delle interazioni fra uomo e natura. La pianificazione della ricostruzione ha varie difficoltà fra cui i tempi estremamente lunghi che mettono a rischio una civiltà, la civiltà dell’Appennino, aumentando il rischio di allontanamento fra uomo e paesaggio e realtà costruite. La presenza antropica è fondamentale per la preservazione del territorio così come si è costituito nei secoli con terreni coltivati o spazi aperti. Fondamentale per la ricostruzione è la “preparazione al rischio”. Nella ricostruzione una domanda attuale è “per chi?”, questo perché molte popolazioni si sono spostate, non ci sono più; in tutto questo sistema la ricostruzione deve essere ancorata alle comunità. L’intervento prosegue e si snoda attraverso esempi vari fra cui il Belice, Gibellina, e molti altri borghi storici.

Le relazioni percettive sono cambiate, i luoghi di conformazione morfologica di borghi e città sono radicalmente modificati. Le aree libere potrebbero assumere un nuovo valore strategico raccogliendo un progettare una funzione utile alla società; il relatore sottolinea la necessità di “andare oltre gli slogan” del “Dov’era e Com’era” analizzando quali beni architettonici vadano effettivamente ricostruiti, quali possano mantenere, pur in forme e tecniche nuove, una valenza per la comunità. La seconda parte dell’intervento, invece, presenta le attività pratiche e le proposte sostenute da parte del Comitato Scientifico per la ricostruzione e le proposte sottoposte alla regione Marche da parte del comitato che si è costituito fra le varie università e che ha permesso la definizione di  progetti territoriali e di rete per incentivare la rivitalizzazione dei borghi e dei territori colpiti dal sisma. In conclusione dopo il sisma del 2016 si stanno introducendo due livelli della pianificazione della ricostruzione, tra loro strettamente interrelati: la visione strategica del futuro della città danneggiata, e l’azione programmata e piani attuativi.

Il terzo intervento di Antonello Alici, dell’Università Politecnica della Marche ha come titolo Vivre coi terremoti. Un piano strategico per la prevenzione del rischio sismico e per la ricostruzione nelle terre marchigiane. La relazione, partendo dall’analisi del Codice dei beni culturali e del paesaggio vuole sottolineare come questo strumento metta al centro della pianificazione  e della programmazione territoriale. Alici tratteggia in maniera lucida e contemporanea i paesaggi colpiti dal sisma dell’Italia Centrale, citando anche i visitatori che, nei secoli, hanno visitato e descritto queste zone; questa Italia minore esprime la capacità per gli stranieri di sintonia fra luoghi e popolazioni. L’aspetto normativo, in questo caso, è utile e di supporto alla ricostruzione, egli ritiene che le commissioni che si sono occupate della ricostruzione post sisma si siano approcciate in maniera interdisciplinare legando esigenze sociali e funzionali all’attenzione verso il valore artistico. Un punto di partenza di una nuova prospettiva di intervento è quella di considerare la natura sismica di queste terre come elemento identitario, non episodico; questi terremoti hanno plasmato il paesaggio, costruito e naturale, ha segnato l’evoluzione delle tecniche costruttive e definito anche i linguaggi estetici, i luoghi di culto. I fondi che giungono, non possono essere i fondi della rincorsa alla ricostruzione ma devono essere quelli che possono essere utilizzati per la ricerca e l’analisi d’archivio al fine di conoscere le opere architettoniche e approcciarsi alla ricostruzione con una coscienza profonda del loro valore, storico, emotivo e materico.  Il terremoto del 2016 ha affrettato, in quel caso, il fenomeno dello spopolamento che ha colpito già da anni questi luoghi. Alici presenta il progetto attuato con l’università di Cambridge che analizza, primo fa tutti, il caso dello spopolamento dei borghi e dei luoghi colpiti dal sisma; il comune di Amandola viene presentato come elemento di analisi per questa ricerca. In contrapposizione con l’abbandono da parte delle popolazioni locali si assiste a un ampio arrivo di stranieri (inglesi, svedesi et cetera) che acquistano abitazioni in questi luoghi e si stanziano qui per brevi o lunghi periodo rivitalizzando l’abitato. La strategia per la conservazione è stata presentata all’interno di un convegno tenutosi a Cambridge che coinvolgeva in maniera trasversale varie tematiche dall’architettura alla sociologia.

L’autore propone un intervento, basato sul piano di Amandola, per aree di ricostruzione e non per singoli interventi; si deve intervenire in maniera equilibrata che vada a toccare sia i monumenti che le architetture minori. Le normative, in questo caso, sottolineano l’importanza di considerare le impronte urbane che debbono rimanere solide essendo questi siti importanti per l’autodeterminazione delle popolazioni e la valenza sociale di questi luoghi; la normativa parla molto chiaramente dell’operazione di ricostruzione migliorando che dovrà tenere conto delle apparecchiature murarie, preferendole agli interventi in cemento armato, sostenendo l’inserimento delle catene, il corretto ammorsamento dei solai lignei con le strutture verticali. In conclusione, anche Alici, sottolinea l’importanza di partire dallo studio della documentazione d’archivio per ricostruire una città; esempio concreto, anche in questo caso, è l’archivio storico comunale di Amandola che conserva documentazione dal Quattrocento. Si ha quindi bisogno di interventi anche su piccole realtà che si relazionino sul territorio, andando a lavorare con i tecnici e le popolazioni locali.



L’ultimo intervento della giornata è quello di Adriano Ghisetti Giavarina dell’Università “G. d’Annunzio” di Chieti-Pescara; il contributo ha come titolo Montecassino, Farfa e gli insediamenti benedettini nel centro Italia. Accorgimenti costruttivi per fronteggiare il terremoto. Ghisetti Giavarina principia con l’esortazione a recuperare “l’armonia composta” che i Benedettini hanno sapientemente impostato con la riforma cistercense soprattutto dal punto di vista della relazione fra paesaggio, aree agricole e territorio antropizzato. San Liberatore a Majella, monastero in Abruzzo, si trova in un contesto incontaminato dove a pochi chilometri si sviluppò l’abitato di Serramonacesca. Ad oggi del monastero rimane solo la chiesa e pochi resti del monastero. Teobaldo, che è stato anche Abate di Montecassino, nel 1007 diventa priore di questo monastero e lo ritrova ancora in rovina dopo il sisma che lo aveva colpito dopo questa data darà il via a una serie di lavori molto importanti che caratterizzeranno in maniera indelebile questa costruzione. L’autore prosegue analizzando la struttura della chiesa di San Liberatore in relazione con l’abbazia di Montecassino; vengono anche analizzati gli espedienti attuati per proteggere le strutture dal sisma: pilastri, contrafforti et cetera. Altre chiese abruzzesi benedettine come la chiesa di Cartignano e la chiesa di Capestrano ripropongono l’impianto di San Liberatore come le tre navate, divise da pilastri a sezione rettangolare, concluse da tre absidi semicircolari. Un esempio ulteriore viene dall’abbazia di San Clemente a Casauria che ha stretta relazione con quella di Farfa. In questa struttura vennero eseguiti vari interventi di restauro con cemento armato (travi) a seguito del terremoto della Marsica. Le immagini proseguono e viene presentata l’abbazia di Sant’Eutizio e nello specifico il relatore si sofferma sulla torre campanaria che con la frana causata dal terremoto del 2016 crollò completamente; questa citazione serve a sottolineare l’elevata sismicità di questi luoghi da sempre colpiti da eventi tellurici. Un centro importante che viene presentato anche attraverso mappe storiche è Norcia con la sua piana in cui erano presenti le così dette “marcite” tecnica di coltivazione tipica degli interventi benedettini; qui viene esposta l’analisi dei dati sismici sia storici sia contemporanei anche attraverso progetti e disegni settecenteschi che presentano alcune tecniche di consolidamento messe in atto. L’intervento si conclude con l’analisi della Norcia attuale, post ricostruzione; vengono presentate le architetture “di baracca” e i nuovi centri di aggregazione analizzando con preoccupazione il consumo di suolo all’introno della città. A Castelluccio, su un’altura, infine, è presentato il progetto di un centro commerciale che verrà costruito e che, se terminato, costituirà un nuovo centro di aggregazione o nel peggiore dei casi si costituirà come una struttura bisognosa di manutenzione e nulla più; Ghisetti Giavarina vuole lasciare il pubblico con queste domande affinchè siano stimolate anche le discussioni su questi temi della ricostruzione, programmata o meno e sulla relazione fra paesaggio, comunità e nuove tecnologie. Il convegno si conclude con i tavoli tematici di discussione che analizzeranno le attività della giornata.

Federico Bulfone Gransinigh