TERRE DI BENEDETTO. PAESAGGI FERITI “E VULNERE UBERTAS”

Praglia 25 maggio 2018, seconda giornata di seminari

La mattinata è iniziata con l’intervento di Michelangelo Savino, uno dei curatori delle tre giornate, il quale ha introdotto gli argomenti della giornata. Il primo intervento è quello di Manuel Vaquero Pineiro dell’Università degli Studi di Perugia che interviene con un tema molto attuale dal titolo Resilienze appenniniche. Uomini ed economie in bilico. Inizia il suo contributo con una riflessione legata all’etimologia e l’origine del popolo umbro; sull’origine della parola Umbria c’è ancora un capitolo aperto. Umbri, secondo l’autore, significa “unico popolo sopravvissuto al diluvio universale”; questo vuol dire che con questa spiegazione ci si trova davanti ad un popolo e una terra che quasi, è nata ed è sempre stata obbligata a confrontarsi quotidianamente con questo rischio.

Qual è il problema di questi territori e di queste comunità? Il problema è che questi territori sono gestiti da tecnici e queste popolazioni non hanno più qualcuno che racconti la loro identità; che serve ricostruire edifici se poi non si possono riformare le comunità? Gli edifici perfetti rimarranno vuoti perché non ci saranno comunità, le comunità non avranno racconti “un albero dove aggrapparsi nei momenti di difficoltà”. Queste persone sono orfane di racconti storici. Da questo punto emergono i temi quotidiani, la sfiducia nelle amministrazioni; la mitologia, in questo caso, aiuta a costruire comunità, a dare un senso alla propria vita. Il relatore, soffermandosi sulla figura della Sibilla, propone l’immagine di una nuvola che “fa ombra” su un monte vicino all’epicentro del sisma accaduto in Italia Centrale; questa nube proietta una forma che ricorda il volto di una donna urlante. Oggi diremmo che questa è una nube ma nel medioevo si sarebbero create storie, leggendo che avrebbero sostenuto la comunità, dato speranza al popolo colpito dal sisma. Il mito della Sibilla si tramanda nel tempo e nello spazio (si ritrova nella mitologia e nella cultura di molte aree europee).

La Sibilla appenninica, in questo caso, ha un profilo positivo, tramandando alle popolazioni un luogo sacro, un luogo di preghiera e il contatto diretto tra il mondo degli uomini e della divinità. Vaquero Pineiro tratteggia un legame e una diretta relazione fra questi culti classici e mitologici con la spiritualità monastica, francescana. I valori della comunità, quindi, sono importanti; i territori dell’Appennino, per secoli, sono stati centrali per la costruzione dell’Italia, del Mediterraneo. Tutte le rotte commerciali, di pellegrinaggio e di transumanza si sono distese e sviluppate su questi percorsi andando a creare una serie di emergenze d’arte e d’architettura che oggi si ritrovano e che sono stati colpiti dal sisma. L’Appennino può, secondo l’autore, porsi come laboratorio di una cultura appenninica, un mondo appenninico che ha lasciato profonde tracce e che ha plasmato questi territori. Il relatore, quindi, deputa la decadenza del territorio appenninico a fattori multipli che si sono scatenati già dall’unità d’Italia; il problema non è solo il terremoto, il fattore di decadenza è dato dalla mancanza di una politica di gestione.

Per assurdo nel medioevo queste popolazioni erano consce di quello che avevano e di costa stessero costruendo; oggi queste popolazioni hanno una mancanza di futuro. Chi deve oggi definire e progettare lo sviluppo di questi territori? L’autore non crede che il futuro dell’Appennino sia il divenire un territorio bucolico; egli ritiene che da questo tema sorgano varie domande della civiltà contemporanea che non può attendere tempi lunghi e dilatati gestiti da persone esterne a questi luoghi. Il secondo intervento è tenuto da Luigi Tiana osb, della Curia Generalizia della Congregazione Sublacense Cassinese e da Bruno Marin osb, dell’Abbazia di Praglia. L’intervento ha come titolo “E vulnere ubertas”. Ricostruzione e rinascita delle comunità benedettine nel corso dei secoli alla luce della Regola di San Benedetto. Lo spopolamento il tema con cui inizia questo intervento che riporta l’esperienza del relatore presso l’Abbazia di Sant’Eutizio, circondata da settanta centri di culto colpiti dal sisma, moltissimi borghi e realtà urbane completamente distrutte.



 

Con questo suo contributo Luigi Tiana osb vuole porre delle domande e delle questioni. Parte dall’analisi del cartiglio e “motto” delle giornate di studio E vulnere ubertas. Vulnus può essere letto etimologicamente con sventura, calamità, taglio […] tutte espressioni che definiscono malessere, ferite. La parola Ubertas in vece ha come principale significato quello di fertilità. Con questo motto che si trova intagliato nell’Abbazia di Praglia, si comprende quindi il dinamismo di un concetto che, dopo la rottura, la distruzione si riprende la vita, si protende verso la rinascita. Un motto che rappresenta ottimamente l’idea di queste giornate di studio. Il relatore vuole sottolineare la dinamicità e l’importanza della parola cristiana che con queste frasi viene rappresentata: la vita non può essere mai fermata dalla morte. Questi motti si sviluppano su un concetto di speranza che si ritrova nella storia e sulla storia. Nella regola di Benedetto si ha una regola della vita non solo legata al tempo ma anche allo spazio, il capitolo IV dopo aver indicato le attitudini del monaco va a definire il claustra, il luogo fisico in cui il monaco deve svolgere le sue attività e attitudini. I chiostri e le comunità sono indissolubilmente legati da un reciproco ridefinirsi per favorire la vita simbolicamente presentata dalle varie azioni della comunità monastica. La visone di Benedetto quindi, riesce a definire il tempo e lo spazio, un nesso fra vita monastica e disegno concreto degli edifici ad essa funzionali. La parola e il concetto Ubertas, quindi, vuole spronare alla rinascita dopo eventi traumatici -Vulnus- che possono essere superati con questa energia, con questa volontà di rinascita e crescita tipiche della parola di Benedetto; concretizzazione di una regola e di una volontà calata nella contemporaneità e nelle necessità quotidiane. Il terzo intervento della giornata è stato tenuto da Francesca Pazzaglia dell’Università degli Studi di Padova con un contributo dal tema Trauma e resilienza. L’impatto psicologico del sisma sugli individui e le comunità.

L’autrice definisce il suo campo di ricerca in psicologa ambientale e propone un intervento che va ad analizzare le influenze sullo stato d’animo e i comportamenti delle popolazioni e delle persone in base agli ambienti costruiti, al paesaggio e nello specifico le reazioni seguite a catastrofi naturali fra cui il sisma. L’intervento principia con l’analisi del concetto di caos-cosmos citando un passo della Genesi e l’approccio costruttivista di Gorge Kelly il quale definisce tutti gli uomini come persone bisognose di portare un ordine nella quotidianità e del caos della vita. Questo porta all’analisi delle esperienze traumatiche date dall’incapacità da parte delle persone di controllare e conoscere parti della propria esistenza. Il problema, nelle catastrofi naturali, è che questa ferita a più livelli coinvolge sia il stati individuali, sia famigliari, sociali, comunitari, trasposti anche nelle ferite ambientali. Quest’ultimo punto è emblematico perché nell’ambiente ferito, le persone ritrovano alcuni segni forti della propria psiche. Un altro elemento importante in queste circostanze è l’attaccamento al luogo, che partendo dall’analisi della Teoria dell’attaccamento creatosi fra figlio e genitori, per esempio, si riverbera in varie altre relazioni future fra cui anche, l’attaccamento ai luoghi o ai piccoli oggetti della vita quotidiana. Francesca Pazzaglia prosegue analizzando l’identità dei luoghi potando ad esempio e rapportando l’esperienza friulana in cui si ricostruirono prima le fabbriche, poi le case e in fine le chiese in contrapposizione con l’approccio diverso attuato nelle zone dell’Italia Centrale che vide, da parte della popolazione, la richiesta di ricostruzione prima delle chiese e poi degli altri edifici; questo per definire vari valori e approcci alla ricostruzione che variano in base alle popolazioni, ai luoghi e alle epoche.

L’intervento analizza ed elenca i vari traumi da eventi catastrofici che possono condizionare la vita quotidiana e le relazioni sociali delle persone colpite; presentando i vari approcci, negativi e positivi, attuati dalle persone in queste circostanze. La relatrice conclude presentando una raccolta di “atteggiamenti positivi” utili a superare queste circostanze traumatiche, fra queste il sostegno sociale, l’ottimismo, la spiritualità il coping attivo e il coping religioso, cioè la volontà di voler cambiare le cose facendo parte di una comunità all’interno della quale si strutturano varie relazioni propositive. L’approccio propositivo, la sensazione di “autoefficacia” permette alle persone di superare nel migliore dei modi questi eventi, ciò può avvenire attraverso l’educazione e la prevenzione che in Italia, a differenza di altri paesi, non viene attuata in maniera sistematica. Tramite l’analisi psicologica di queste popolazioni emergono gli stessi temi trattati in altri interventi che sottolineano anche l’importanza di creare luoghi di comunità (piazze, luoghi d’incontro) che vengono a mancare in certi casi proprio a causa della disposizione senza un’analisi urbana. Il quarto intervento viene proposto da Martino Siciliani osb, dell’Osservatorio sismico “Andrea Bina” di Perugia e ha per titolo Ruolo dell’Osservatorio Sismico Andrea Bina, nell’ultimo ventennio, nel settore del monitoraggio, della prevenzione e della didattica. L’intervento inizia con una precisazione: è fondamentale la prevenzione dal sisma molto meno la previsione dell’evento che se gestito in maniera ottimale causerà comunque meno danni.

L’intervento inizia presentando l’attività dell’Osservatorio in cui è stato inventato il primo sismografo ad opera di Andrea Bina il quale realizzò un pendolo che, muovendosi sull’onda delle scosse, tracciava dei solchi sulla sabbia. Dopo una descrizione degli eventi sismici accaduti in Umbria viene presentata l’attività di Bernardo Paoloni che ha strutturato il centro sismico a San Pietro di Perugia. Questo centro, oltre a registrare tutti i terremoti, gestisce la rete regionale della sismicità umbra. Il relatore spiega i metodi di rilevamento delle onde sismiche utilizzate presso il loro centro. La registrazione e il monitoraggio sono utili ma la prevenzione effettuata dal centro permette di analizzare tramite la micro zonizzazione le caratteristiche dei luoghi come la città di Norcia, portata ad esempio. Si comprende quindi anche l’impegno dei benedettini in questo campo del monitoraggio e dell’analisi dei terremoti. Il quinto intervento presentato ha per titolo Vulnerabilità sismica del costruito esistente e strategie di miglioramento e adeguamento, tenuto da Carmelo Maiorana e da Carlo Pellegrino dell’Università degli Studi di Padova. Il contributo presenta le azioni intraprese per la messa in sicurezza di beni architettonici. Prima di iniziare vengono presentati gli elementi fondamentali per l’approccio che per gli ingegneri sono rappresentati dalla vulnerabilità dell’edificio. Il relatore prosegue presentando i terremoti che si sono susseguiti negli ultimi anni e analizzando molteplici casi (28) di meccanismo di danno. Interviene ora, per la seconda parte, Carmelo Maiorana che presenta altri meccanismi di rottura degli edifici e propone un’analisi delle azioni da attuare per la messa in sicurezza degli edifici analizzando nello specifico, l’aspetto di isolamento sismico alla base, sia attivo che passivo. Questo contributo, interviene il curatore Michelangelo Savino, si inserisce in un macro insieme di interventi multidisciplinari che fanno comprendere come queste tematiche siano trasversali e tutte mirino allo stesso fine di miglioramento della gestione di un evento traumatico qual è il terremoto.

L’ultimo intervento della mattinata, tenuto da Giovanni Corazzol della Corvallis S.p.A. implementa ulteriormente l’insieme degli argomenti presentati avendo per titolo Sistemi di fotogrammetria automatica on-line per valutazioni su restauro conservativo e monitoraggio. Il conferenziere presenta l’attività dell’azienda che è uno fra i sostenitori di queste tre giornate di seminari. Presenta anche il sistema di ricerca che si chiama Dpicto, progetto informatico che permette di realizzare oggetti 3D partendo da rilievi fotogrammetrici. Questo strumento può essere utilizzato sia in campo architettonico sia in campo manifatturiero e delle strutture pubbliche e private. Il relatore elencle tecniche di elaborazione definendole per passaggi successivi di acquisizione delle immagini ed elaborazione delle stesse. Nel pomeriggio, Giuseppe Zaccaria dell’Università degli Studi di Padova introduce le argomentazioni e gli interventi della seconda parte della giornata. L’intervento di Zaccaria tratteggia tematiche e approcci al paesaggio colpito e ai valori essenziali dinnanzi ai “guasti” causati sia dagli eventi calamitosi sia da interventi sbagliati. Egli sottolinea anche la valenza dei beni architettonici come valore comune che è stato custodito nei secoli da varie generazioni che si sono rapportate con questi beni. Dopo l’erudita introduzione di Zaccaria, il primo intervento del pomeriggio è tenuto da Giulio Cainelli dell’Università degli Studi di Padova e da Silvano Bertini della Regione Emilia-Romagna, l’intervento ha per titolo Ricostruzione e rilancio di un ecosistema innovativo nella esperienza post-sisma in Emilia-Romagna. Questo intervento presenta le azione svolte nel territorio della regione Emilia-Romagna che dal secolo scorso è stata identificata come modello di integrazione fra medie e piccole imprese e comunità sociali, nel concetto di distretto industriale. La domanda che si pongono i relatori riguarda l’effetto e il comportamento delle imprese localizzate su questi luoghi, distinguendo fra imprese distrettuali e non distrettuali. L’analisi procede ricercando se vi sia bibliografia specifica sull’impatto di un disastro naturale sulle performance delle imprese; molti di questi studi sono giapponesi e analizzano l’impatto economico che si è avuto, per esempio, a Kobe nel 1995. Un altro tema importante che ha analizzato gli effetti economici di un terremoto è quello sviluppato on l’analisi riportata da Todo et altri del 2013 che ha analizzato il terremoto del 2011 dove si è verificato uno shock lungo la catena verticale ma, in contemporanea, i partners facilitano la ripresa. In conclusone il terremoto dell’Emilia-Romagna non ha influito enormemente sulle aziende e imprese territoriali; si è avuto comunque un danno economico causato dall’indebitamento delle imprese per sistemare e mettere in sicurezza le strutture. L’effetto negativo legato alle relazioni di rete fra le aziende è stato, comunque, maggiore rispetto agli effetti positivi, questo perché quando un’azienda era sottoposta a stress economico a causa di danni o blocchi di impianti produttivi, con effetto domino, trascinava in parte le aziende ad essa legate sia per interessi economici sia di rete.



La seconda parte dell’intervento, a cura di Silvano Bertini, serve a restituire un quadro generale sullo stato delle imprese presenti sul territorio e del rapporto fra popolazione, ricostruzione economica e industriale e beni culturali, tematiche già trattate e che sono alla base di approcci al territorio che siano coscienti delle necessità sociali e dei processi di ricostruzione. Il relatore ha quindi presentato gli interventi programmati che hanno permesso di convogliare risorse per il sostegno delle aziende colpite dal sisma; questi temi si sono sviluppati sia con progetti di finanziamento sia con l’istituzione di ricercatori all’interno delle aziende che facessero capo ad un centro di ricerca nel tecnologo di Mantova. Da questo intervento emerge un fattore fondamentale: la ricerca che porta innovazione ma che allo stesso tempo permette di comprendere dinamiche e tematiche fondamentali per la ricostruzione e la riattivazione del tessuto economico, sociale e culturale. L’intervento successivo di Lina Maria Clandra dell’università degli Studi de L’Aquila ha come titolo Esperienze di ricerca-azione partecipativa in situazione di post-emergenza: dall’Aquila dopo il sisma del 2009 ai terremoti del 2016-1017 in Centro Italia.

L’intervento inizia con una considerazione importante che sottolinea l’importanza del fattore umano e di partecipazione all’evento catastrofico quel’è stato il sisma de L’Aquila, evento che la relatrice ha vissuto in prima persona. Prosegue con l’indicazione della partecipazione fondamentale della popolazione nella definizione di un territorio; sottolinea l’importanza della progettazione e analisi partecipata. Il territorio viene visto, in questo caso, da vari punti di vista quotidiani, emozionali, attraverso luoghi della quotidianità che non sono necessariamente monumenti o luoghi simbolo ma sono luoghi “del cuore”. Il disastro è sempre un evento sociale, politico, umano e non è un evento naturale, esso non determina dei danni se non vi sono strutture urbane e agglomerati sui quali questo evento naturale ha causato danni. Bastano pochi secondi e si perdono, come si è visto, tutti i luoghi, quelli strategici come la prefettura, la questura, l’università, ma anche quelli dei servizi primari e quotidiani come il medico di base, la pizzeria e altro. Chi è il responsabile della qualità dei luoghi? Chi deve occuparsi che un luogo sia confacente alla necessità del singolo? Queste sono le domande che la relatrice pone alla platea. L’intervento, prosegue, volendo motivare una discussione serrata e una serie di questioni che si pongono in maniera trasversale. Il contesto aquilano si struttura quindi con una frammentazione degli abitati (progetto CASE) che sottolineano una problematica legatao all’individualismo e alla dispersione; le persone vennero de-localizzate e ricollocate in “quartieri antisismici”. Dall’analisi della percezione dei ragazzi e dei bambini, per esempio, si comprende l’ossessività di una vita senza punti di riferimento, di strade che si intersecano e che conducono alle case distanti da tutto. La percezione del territorio ormai avviene attraverso il finestrino di una macchina e questo, lentamente, porta i bambini a leggere il territorio in maniera sempre più frammentata; nel 2011 i bambini disegnavano il loro territorio non più attraverso le strade e i luoghi della quotidianità ma attraverso una serie di punti, non più collegati da strade ma avulsi da ogni contesto. Per comprendere il territorio mutato a causa dell’evento del 2009, la ricerca si è affiancata alla conoscenza partecipativa, andando casa per casa a cercare le persone da intervistare per comprendere come loro identificano il territorio.

L’intervento successivo a cura di Elisabetta Francescutti della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio del Friuli Venezia Giulia ha come titolo La ricostruzione in Friuli dopo il terremoto del 1976. Oltre quarant’anni di interventi e di gestione in continua evoluzione critica. Pur non avendo vissuto professionalmente il terremoto del 1976, la relatrice riporta l’esperienza avuta dai cantieri e dalle ricognizioni sul campo. Descrive come il territorio friulano sia sempre stato soggetto ai terremoti portando gli esempi del Tempietto Longobardo di Cividale del Friuli o altri beni architettonici che recano ancora i segni di sismi avvenuti dal XIII secolo in poi. L’intervento, poi, si sofferma e tratteggia la situazione che il Friuli si trovò a fronteggiare dopo il terremoto del 1976. Condizioni antropologiche e sociali, ora irripetibili, determinarono un’azione immediata in questi territori. Queste condizioni e la partecipazione costante della popolazione nelle scelte determinò la nascita del così detto “modello Friuli”. L’amministrazione regionale e i sindaci, con precisi incarichi diretti, poterono svolgere un ruolo primario per la ricostruzione. Vari furono gli interventi e i dibattiti che si vennero a comporre attorno ai monumenti danneggiati e da ricomporre. Venzone e Gemona furono esempi di queste forti volontà ricostruttive e di riappropriazione dei linguaggi architettonici e sociali. Nel giorni critici che seguirono questi eventi, le varie attività di protezione soprattutto dai beni mobili vennero messe in atto sia da professionisti, storici dell’arte sia da appassionati che si misero a disposizione per recuperare e depositare nei locali messi a disposizione dai comuni e dalla curia di Udine dove questi beni vennero catalogati e avviati al restauro. In tutti questi anni, vennero anche prodotte numerose mostre, cataloghi e studi sui beni conservati; vennero poi create le strutture (archivi, catalogazioni e campagne fotografiche) per la documentazione dei beni e il loro restauro. Nacque nel 1977 il centro di Catalogazione di Villa Manin e l’anno dopo nacque anche la facoltà di Conservazione dei Beni Culturali dell’Università degli Studi di Udine. A concludere l’intervento, la relatrice, propone le varie “buone pratiche” necessarie sia per la gestione dei beni mobili a seguito di eventi catastrofici sia per l’educazione dei volontari e delle associazioni che sono preposti alla salvaguardia dei beni mobili dopo gli eventi sismici. L’ultimo intervento della giornata di Maria Rosa Valluzzi dal titolo Il ruolo della conoscenza per la protezione e la conservazione degli edifici storici nei territori a rischio sismico inizia tratteggiando varie problematiche inerenti i sistemi strutturali degli edifici in muratura, lo stato di conservazione, la qualità muraria e gli interventi storicamente eseguiti sulle strutture, tutti elementi che concorrono in concomitanza al sisma al danno sull’edificio. La relatrice procede analizzando i terremoti avvenuti dal 1976 in poi e definendo la magnitudo delle scosse. Questi terremoti, confrontati con i vari eventi tellurici accaduti in altri contesti territoriali al di fuori dell’Italia. «Se vogliamo ridurre il rischio sismico dobbiamo ridurre la vulnerabilità degli edifici»; si deve considerare che gli edifici già costruiti saranno quelli che subiranno più danno. Valluzzi si sofferma e sottolinea l’importanza della conoscenza dello storico delle scosse, del territorio ma anche delle strutture costruttive delle abitazioni. Altro elemento fondamentale è quello di mantenere monitorati questi edifici per poter intervenire prontamente ai primi segni di degrado e di decadimento delle strutture affinché essi siano sempre efficienti e possano rispondere ottimamente in previsione di una scossa sismica. Gli interventi devono essere mirati e basati sulla conoscenza delle strutture; in passato queste azioni venivano organizzate a tavolino e si astraevano rispetto alle strutture murarie specifiche. Oggi si deve intervenire analizzando nello specifico le murature, riconoscere le categorie di appartenenza e, assegnando un coefficiente, analizzare la geometria di una muratura e determinarne i criteri di conservazione e messa in sicurezza. Queste analisi permettono di prevedere i danni che si avranno sugli edifici. Un’altra domanda fondamentale è quella che la relatrice pone in merito agli interventi da fare, ad oggi, su edifici che sono già stati “migliorati” con elementi in cemento armato o altre tecniche che comportano una problematica di interventi non indifferente. Tutto questo sottolinea l’importanza delle analisi dirette sugli edifici colpiti dal sisma al fine di avere una rispondenza immediata delle prove sulle murature; diverse in questo caso rispetto a quelle che possono essere effettuate in laboratorio. Così si conclude la seconda giornata di seminario con domande e quesiti ma anche molte risposte che, se attuate in varie emergenze, potrebbero certamente fare la differenza nella gestione e prevenzione trattando l’elemento umano e sociale alla stessa stregua dell’opera d’arte.

Federico Bulfone Gransinigh