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“Ronchamp: crocevia della modernità”

Intervista a Maria Antonietta Crippa a cura di Michela Beatrice Ferri

 

Le Corbusier. Ronchamp. La Cappella di Notre-Dame du Haut

 

Maria Antonietta Crippa e Françoise Caussé sono autrici del volume “Le Corbusier. Ronchamp. La Cappella di Notre-Dame du Haut” edito da Jaca Book nell’autunno 2014.

«Il progetto di Le Corbusier per il sito di Ronchamp con la celebre cappella è stato, a metà del xx secolo, causa di grande e generale sconcerto sia rispetto alla poetica del suo autore, ritenuto fino a quel momento protagonista di un razionalismo cartesiano per molti aspetti autoritario, sia per la sua immagine complessiva nella quale la critica, d’arte e d’architettura, non ritrovò le tradizionali coordinate spaziali e figurative di luogo, a destinazione devozionale e liturgica, denominato sacro.

Le Corbusier, che ne identificò l’interno come ronde-bosse en creux, vale a dire modellato scultoreo a tutto tondo ottenuto per scavo, non diede mai le ragioni di un esito che si nutriva della lunga accumulazione di esperienze storiche, soprattutto di matrice mediterranea; di quotidiano esercizio artistico ‘segreto’, nella pratica di pittura ma anche di scultura; di una matura sintesi che preannunciava le suggestive invenzioni simboliche, come la mano aperta, la torre d’ombre, i palazzi pubblici di Chandigarh»

(p. 9)

Maria Antonietta Crippa spiega che il volume “Le Corbusier. Ronchamp. La Cappella di Notre-Dame du Haut” nasce dalla volontà di mettere in luce il ruolo che la committenza ebbe in questo progetto. Le Corbusier aveva segnalato subito il suo stretto rapporto con la committenza, vale a dire con coloro che lo stimolarono in questo compito.

«Oggi come allora, tuttavia, critici e storici trascurano identificazione e ruolo svolto dai committenti, oltre che i termini della vitalità, liturgica e devozionale, che essi ambivano a promuovere sulla collina di Ronchamp, luogo di antichi culti pagani dapprima e cristiani poi, perché parte essenziale della propria identità e cultura. Sede di cappella dedicata alla Natività della Vergine Maria nel iv secolo, poi parrocchiale per il borgo omonimo e per altri piccoli insediamenti a valle, in seguito alla costruzione nel xviii secolo di una nuova chiesa parrocchiale con la stessa dedicazione, essa, più volte rifatta, divenne infine meta di pellegrinaggio localmente molto sentito, col nome di Chapelle Notre-Dame du Haut»

(p. 9)

Maria Antonietta Crippa spiega che Ronchamp dipendeva formalmente dalla Diocesi di Besançon e furono proprio i membri della sua Commissione per l’arte sacra a proporre come progettista per la ricostruzione dell’edificio Le Corbusier. Furono d’accordo sulla scelta i padri domenicani Marie-Alain Couturier e Pie-Raymond Régamey, allora direttori della celebre rivista L’Art Sacré.

«Solo gradualmente negli ultimi decenni, in un processo interpretativo tuttora aperto, si sono messi in evidenza i tratti pensosi di una coscienza, insieme primordiale e colta, quella di Le Corbusier e, al contempo, quella dell’uomo tout court di cui si fece interprete, che scopriva il dramma al quale era esposta l’esistenza degli uomini sulla terra, nell’arco teso per ognuno tra vita e morte, e sondava la possibilità di esprimerlo attraverso l’arte»

(p. 11)

Maria Antonietta Crippa spiega che lo scopo di questo volume – con il prezioso contributo di Caussé che ha studiato a fondo gli archivi di Besançon e quelli dei padri domenicani, questi ultimi indagati anche da Crippa –  è di dare una rilettura completa della vicenda che portò alla realizzazione di Ronchamp e di fare comprendere che quest’architettura esprime una religiosità così autentica e così legata ad una profonda attenzione alla liturgia da parte di Le Corbusier  da dare luogo ad uno spazio religioso unico. Ronchamp è un luogo di pellegrinaggio e non una parrocchia: Ronchamp è un segno della cultura del Novecento.

Questo volume rintraccia «dopo i molti e preziosi studi prodotti fino a tempi recentissimi su Ronchamp e su Le Corbusier, il nocciolo originario o senso primigenio del progetto di questo sito – collina, cappella e case, per i pellegrini e per il cappellano, fusi in un unitario sistema architettonico, artistico e paesaggistico – che ha rinnovato e consolidato l’antica vocazione del luogo come meta di pellegrinaggio mariano, nell’attivo concorso del talento, d’artista e d’architetto, di Le Corbusier con le aspirazioni di un gruppo di cattolici francesi, laici e religiosi. La sfida è stimolante. Essa non può non riguardare anche, da una parte, la comprensione dell’avventura francese per l’arte sacra, di cui Ronchamp è episodio eminente con carattere di querelle tuttora aperta, dall’altra, i significati propri degli edifici a destinazione cultuale o, secondo una dizione largamente utilizzata in ambito cattolico, liturgica»

(p. 11).

In relazione al concetto di “sacro”, Ronchamp è un punto di riferimento privilegiato che consente di cogliere concretamente l’evidenza di quel fenomeno che noti antropologi del sacro da Mircea Eliade al cardinale Julien Ries, hanno indicato con il termine “ierofania”, intesa come persuasiva evidenza di un significato esistenziale, specifico per ogni cultura e al tempo stesso attestazione dell’unità spirituale dell’umanità, condizione per l’emergenza dei simboli, segni di concreta e contingente mediazione del sacro.

«Ronchamp fu una vera mina che scosse il mondo internazionale dei critici di architettura. Lo mise in evidenza la redazione di Casabella – Continuità che segnalò, con tempestività, il moltiplicarsi di saggi su di essa nelle riviste di settore di varie nazioni11. È importante ricordare anche che era in corso un non indolore passaggio generazionale di cui s’iniziava ad avvertire il peso: Stirling e De Carlo possono essere ritenuti gli architetti moderni di terza generazione, dopo quelli della seconda in cui rientrava Rogers, il quale a sua volta individuò nei quattro grandi Maestri – Gropius, Wright, Mies van der Rohe, Le Corbusier – le prime stelle»

(p. 204)

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