Se i capolavori dell’architettura sacra del ‘900 sono stati realizzati il più delle volte da architetti non dichiaratamente credenti (basti ricordare la cappella di Ronchamp e il convento de la Tourette, progettati da Le Corbusier) discorso a parte va fatto per Tadao Andō, figlio di una nazione profondamente intrisa di spiritualità, dallo shintoismo al buddismo, con presenze minoritarie ma significative di cristianesimo.
La prima edizione del premio “Frate Sole” (1996) mette immediatamente a fuoco il suo approccio all’architettura religiosa, segnalando le sue prime realizzazioni: la cappella sul monte Rokko, la cappella sull’acqua, la chiesa della luce. Le parole chiave utilizzate dalla giuria sono: semplicità, purezza di linee, armonia delle forme, rigore, intensità mistica, emozione poetica, spazio-superfici-luce, paesaggio, piante-cielo-acqua, atmosfera contemplativa, orizzonte cosmico.
In questi elementi sintetici è già condensato il senso del rapporto tra architettura e sacro nelle opere di Andō, che viene declinato e rafforzato ogni volta, zoomando su alcuni di essi. Ruolo preminente ha la croce reinterpretata come elemento simbolico e architettonico, assumendo un significato universale che va oltre la cristianità.
La Cappella sul monte Rokko a Kobe (1985-86, oggi in ristrutturazione) è situata quasi alla sommità della montagna più alta dell’area metropolitana di Osaka, in un punto da cui si può godere del panorama dell’intera baia, fino all’isola artificiale dell’aeroporto del Kansai (Renzo Piano).
La composizione dei volumi ricorda i giochi infantili con blocchetti lignei sagomati e colorati: in questo caso i pezzi in campo sono una lunga scatola orizzontale vetrata con copertura curvilinea (il porticato di accesso), il volume prismatico a doppio cubo (la cappella) e una bacchetta che fa da contrappunto verticale (il campanile).
Il porticato è scandito da una successione di “cornici” in profilati di acciaio: l’ultima, in fondo, racchiude la vista della distesa di verde e del mare lontano. La progressione proposta dal tunnel vetrato è fatta di passaggi, di modifiche del punto di vista, di aggiornamenti spirituali.
Lo spazio dell’aula sacra è contrassegnato dal rapporto tra luce e ombra, con concentrazione dello sguardo sull’altare e sulla croce appesa sul muro di fondo, scollato dalla copertura grazie a una fessura luminosa.
La parete di sinistra si smaterializza in una grande apertura vetrata, spalancata sul paesaggio collinare, la cui struttura interpreta il tema della croce.
La Cappella sull’acqua a Tomamu, prefettura di Hokkaidō (1988) è insediata su un altopiano dell’isola fredda e montuosa a nord del Giappone. La pianta della struttura religiosa è composta attraverso il gioco geometrico risultante dalla sovrapposizione di due quadrati e il rapporto con la natura spesso innevata del laghetto artificiale, su cui prospetta attraverso una vetrata totale.
L’accesso ha il ritmo di un percorso iniziatico in leggera ascesa, con l’ascolto del solo mormorio dell’acqua del ruscello da cui è formato il piccolo lago, la cui vista compare solo dall’interno dello spazio sacro completamente irrorato di luce: questa poetica immagine non è solo naturalistica, essendo segnata dalla grande croce che ritaglia la vetrata e da quella in metallo infissa nell’acqua.
Il volume della cappella è sormontato da una gabbia in vetro e profilati di acciaio che raduna un gruppo di croci in cemento armato, quasi una reinterpretazione silente del tema del campanile.
Le sedute propongono rilassamento davanti a una natura così amata dal popolo giapponese e qui vista con intensa sacralità e francescana fraternità: si definisce così lo spazio sacro come un posto dove l’anima può trovare quiete attraverso il godimento della pace proposta dalla natura.
La Chiesa della Luce a Ibaraki, nella prefettura di Osaka (1989) celebra innanzitutto una modalità caratteristica dell’opera di Andō, l’uso di un cemento armato a faccia vista distante dal brutalismo de La Tourette e divenuto quasi un tatami verticale ,punteggiato dai fori lasciati dai tiranti delle casseforme: cifra stilistica adottata con l’obiettivo di creare un’affezione popolare, malgrado le rigorose forme stereometriche estranee all’architettura giapponese storica.
Dopo l’addizione di fine anni ’90 dei volumi della canonica, il core dell’intero intervento rimane l’aula sacra, una nuda scatola di cemento armato che si apre alla luce attraverso due modalità cooperanti: il muro che attraversa in diagonale il volume principale, non toccando la copertura e facendo penetrare al’interno una lama di luce di appena 18 cm e, soprattutto, il taglio in forma di croce operato sulla parete di fondo, alle spalle dell’altare.
Questa croce di luce è senza dubbio il brand che ha caratterizzato questo spazio sacro e segnalato alla critica internazionale l’esordio dell’architetto di Osaka.
Gli arredi concorrono all’estrema semplicità dello spazio interno con la scelta anticipatrice del riciclaggio delle tavole in legno grezzo di cedro scuro usate durante la costruzione, riutilizzate per realizzare i listoni del pavimento e le sedute.
Il Tempio dell’Acqua sull’isola di Awaji, nella prefettura di Hyōgo (1991) è la celebrazione del rapporto instaurato dall’autore tra religiosità orientale e natura, in questo caso con una full immersion dello spazio sacro: il tempio buddista è insediato in un terreno a mezza collina, tra risaie, case rurali, boschetti di bambù.
La prima immagine che appare è segnata da muretti circolari in cemento armato che perimetrano una vasca d’acqua, densa di fiori di loto, un “tradizionale” e spirituale angolo d’Oriente. Lo spazio sacro è posto al di sotto e vi si accede da una scala che segue le pareti curvilinee color rosso vermiglio, come in genere i templi buddisti: dall’acqua al tempio si procede come attraversando luoghi di iniziazione.
All’interno del santuario spicca una struttura lignea che ricalca il modello tradizionale dei templi di fede Shingon con al centro la statua di Amida Buddha, bagnata dalla luce naturale che arriva all’interno attraverso una griglia e tramite la gestione del dislivello collinare.
Un recente ritorno al tema buddista è stata la realizzazione della Collina del Buddha nel cimitero di Makomanai Takino, a Sapporo (2015): il terrapieno artificiale, avvolto da filari di piante di lavanda, ingloba una grande statua preesistente e propone percorsi sotterranei di avvicinamento.
Un altro progetto che relaziona spiritualità e natura, un momento liberatorio dal caos metropolitano nipponico, che ricorda la città di “Blade Runner”. L’ex-pugile di Osaka, che ha scoperto l’architettura nelle opere di Le Corbusier, è diventato un architetto autodidatta ascetico e radicale e ha messo a punto in tutte le sue creazioni, in special modo quelle a tema sacro, una maniera filosofica del costruire in silenzio mettendo in gioco le forze spirituali che l’area emana, creando un nuovo ordine architettonico che riunisce antico e moderno in un manufatto.

Carlo Pozzi

 

 

info crediti

 mostra Tadao Andō . The Challenge negli spazi  Armani Silos   foto Giorgio Armani, Delfino Sisto Legnani e Marco Cappelletti- Courtesy of Silos/Armani

foto in copertina Courtesy of Clara Verazzo