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Santa Maria Josefa del Cuore di Gesù – Ponte di Nona, Roma Garofalo Miura Architetti

 

Percorrendo la Prenestina in uscita da Roma, si attraversano tristi periferie fatte di case rurali riadattate all’urbano, di palazzine senza qualità, di borgate un tempo abusive e poi diventate insiemi di edifici condonati ma non governati da alcun senso urbano.

In questo contesto, descritto al suo nascere dai film di Pasolini e in fase più contemporanea dai documentari di Gianfranco Rosi, è possibile che emerga una architettura che ne ha tentato il riscatto venti anni fa.

La chiesa di Santa Maria Josefa del Cuore di Gesù, il cui cantiere è stato chiuso nel 2000, è stata consacrata nel gennaio 2001.

Il complesso parrocchiale si propone come nuova centralità urbana, connotata da una costruzione artistica di volumi che si incastrano con eleganza l’uno nell’altro, caratterizzati dalla verticalità del campanile, dall’orizzontalità delle opere parrocchiali, dal corpo solido della chiesa traforato sulla facciata principale da una griglia di pannelli di calcestruzzo posti con leggeri disassamenti gli uni sugli altri: un’immagine che ricorda l’operazione svolta da Rafael Moneo per la realizzazione del Municipio di Murcia, in Spagna. L’ingresso all’aula sacra avviene da questa facciata attraverso un portale in legno, protetto da una pensilina.

Oltre la facciata si spinge il volume della cappella feriale, trattato con le stesse modalità delle opere parrocchiali e colorato di rosso come queste, a sottolineare una unità degli elementi orizzontali: qualche anno fa questi volumi basamentali sono stati ritinteggiati in bianco, alterando il senso del progetto; si auspica un possibile ripristino del colore originario.

Il campanile è rivestito in travertino tagliato in falda, come le pareti laterali della chiesa.

Queste presentano immediatamente – con il disegno curvilineo del solaio – la caratteristica dello spazio interno dell’aula sacra, fortemente direzionato verso il presbiterio dal discendere verso di esso della copertura rivestita da lunghe doghe in legno di ciliegio.

Il presbiterio si allunga come un fondale scenico, trattato con una sequenza di pannelli rivestiti di marmo verde, lo stesso del pavimento, che appare risalire prima sui gradini e poi sulle quinte; tra di esse sono gli elementi sacri: l’ambone, l’altare, i seggi dei concelebranti, costruiti in acciaio e marmo bianco con venature, in contrappunto alla pietra del fondale, così come il fonte battesimale, anch’esso in acciaio e marmo bianco.

Il Crocifisso è come sospeso tra le quinte alle spalle dell’altare.

Dal solaio curvilineo piovono sul lungo presbiterio semplici lampadari; di giorno la luce che arriva dalla vetrata di facciata si congiunge a quella del singolare “canon a lumière”, di matrice lecorbusiana, che aggetta in fuori dalla parete laterale e fa da termine a una giocosa sequenza di tagli finestrati di diversa giacitura che disegnano la parte basamentale della parete, all’interno rivestita in legno a doghe verticali.

La presenza del legno nelle parti basamentali e nella parte superiore dell’accesso alla cappella feriale non ha solo motivazione formale, grazie alle relazioni che intrattiene con marmi e acciai, ma concorre all’ottima acustica dell’aula, dovuta alla superficie curva della volta chescendendo si “appoggia” alle spalle dei marmi del presbiterio.

La cappella feriale, nella quale è conservata l’Eucarestia, presenta un numero limitato di sedute, per piccoli gruppi in preghiera: è rivestita in legno nella parte basamentale, tranne nel fondale vetrato dietro l’altare, la cui luce dialoga con quella che piove dal taglio sottile in copertura.

Carlo Pozzi

Foto esterni di Alberto Muciaccia          

Foto interni di Piero De Grossi

 

 

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