Un centro polivalente fra chiesa e quartiere

Il luogo è inteso quale snodo “di servizio” che si rivolge alla cultura, a scopi ricreativi, e all’incontro a carattere religioso. Una risposta alle necessità di un quartiere periferico, nell’epoca segnata dalla ricerca di un dialogo aperto, in cui proposte esclusivamente laiche sanno aprirsi alle celebrazioni eucaristiche.

di Giorgio Gualdrini

Il complesso edilizio, ancora in corso di ultimazione, è collocato all’estrema periferia della città di Faenza in direzione del casello autostradale. Per mitigare la monofunzionalità che caratterizza anche le aree di espansione faentine, all’interno del lotto sono state previste destinazioni d’uso di tipo misto: alloggi, uffici, negozi, laboratori artigianali e un piccolo centro polivalente. L’impianto urbanistico evoca la forma di un hortus conclusus, memoria perduta della città antica modellata per “recinti”. I bordi dell’insula non sono tuttavia plasmati da volumi compatti e impermeabili. Essi sono infatti interrotti da tagli cielo-terra che permettono alla corte interna di connettersi anche visivamente con le aree circostanti. La grande corte è il cuore del complesso. Concepita come “piazza verde”, essa è solcata da percorsi pedonali disegnati con mano geometrica a sottolineare una precisa ratio compositiva che non si perde nemmeno quando la sagoma dei fili edilizi si flette generando lievi concavità e convessità che addolciscono i contorni esterni dell’isolato.

Essendo il quartiere di espansione privo di luoghi di incontro e risultando la chiesa e gli edifici delle opere parrocchiali molto distanti dall’area di intervento, l’Istituto diocesano per il sostentamento del Clero ha condiviso la scelta di realizzare nel “cuore verde” del nuovo complesso una struttura di servizio aperta a una fruizione pubblica: una sala polivalente finalizzata ad incontri di tipo spirituale, culturale e ricreativo. Arredi leggeri in legno possono permettere un agevole passaggio dalla funzione civile a quella religiosa: basta poco per aggiungere al tavolo-mensa l’ambone, la sede della presidenza e una croce astile.

Il corpo di fabbrica è collocato nel punto di intersezione fra il limite settentrionale dell’area e il percorso pedonale centrale che attraversa tutta la corte interna: una linea volta a sottolineare un principio di ordine volutamente difforme rispetto alla perdita della forma urbis che caratterizza anche questo lembo di periferia. Il piccolo edificio si lascia penetrare da questo percorso pedonale che divide il volume edilizio in due settori: a sinistra la sala per gli incontri pubblici e le celebrazioni liturgiche e, a destra, il basso edificio di servizio.

Qual é tuttavia il “segno” che – come si chiedeva Henri Focillon scrutando le opere d’arte – dà forma al nostro oggetto? L’impianto planimetrico della sala è impostato sull’elementare sagoma di una “mandorla”, memoria di tante iconografie della tradizione cristiana. Il suo involucro, alto sette metri, è solcato da fenditure azzurrate composte con vetri soffiati a bocca. Di particolare suggestione risulta la vetrata astratta che, ritagliata nella porzione inferiore della parete curva aperta sulla corte, abbraccia la predella sulla quale, a raggiera, convergono le sedute. Un controsoffitto in legno fonoassorbente, staccato dalle pareti di contorno, assume la forma di un fuso tracciato seguendo l’ortogonalità degli assi cartesiani che definiscono il principio ordinatore dell’intero isolato. L’edificio secondario è invece una piccola scatola a pianta quadrata la cui copertura si innesta nel corpo di fabbrica della sala principale: la forma composita dell’edificio, modulata per scarti altimetrici, svela le diverse funzioni delle sue due parti. Un piccolo giardino, che alterna moduli pavimentali in pietra e porzioni a prato, è contornato da una siepe che identifica un geometrico sotto-recinto ritagliato all’interno della grande corte quadrata.

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