Le notizie sono almeno due: la prima è che la Santa Sede parteciperà alla Biennale di Venezia con un padiglione alla Mostra Internazionale di Architettura, cosa mai avvenuta. La seconda, la spiega il Cardinale Ravasi, Presidente del Pontificio Consiglio per la Cultura, e ha ben altra portata: dopo oltre un secolo di “divorzio lacerante tra arte e fede”, oggi vi sarebbe un’inversione rispetto al passato. O almeno è in questo senso che va la presenza della Santa Sede alla Mostra internazionale di Architettura, con dieci cappelle affidate a noti architetti provenienti da luoghi e culture diverse.

La frattura del passato si è consumata nel momento in cui l’arte ha smesso di intingere il “pennello in quell’alfabeto colorato che era la bibbia”, come diceva Marc Chagall, e, d’altro canto, chiarisce ancora il Cardinale, la teologia ha pensato di potersi rivolgere quasi esclusivamente a una “speculazione sistematica che crede di non aver bisogno di segni o metafore”. Presentando il padiglione, Monsignor Ravasi si è soffermato sul difficile rapporto intercorso tra architettura e fede nel secolo scorso e ha riportato un’espressione di David Maria Turoldo, che definiva certe chiese moderne “garage sacrali”, ha poi messo in parallelo la frattura avvenuta nell’arte e nell’architettura con quella che si è consumata con la musica.

La partecipazione alla Biennale arriva al termine di un lungo itinerario, necessario a ricucire questo tessuto strappato. Paolo VI aveva convocato gli artisti nella Cappella Sistina nel 1964, il Concilio Vaticano II ha previsto per loro una dichiarazione, a essi Giovanni Paolo II ha indirizzato una lettera nel 1999, nel 2009 si è poi tenuto un incontro nella Sistina con trecento artisti.

La partecipazione alla Biennale avviene sotto il Pontificato di Papa Francesco, nella cui esortazione programmatica Evangelii Gaudium è esaltato “l’uso delle arti nella stessa opera evangelizzatrice, in continuità con la ricchezza del passato, ma anche nella vastità delle sue molteplici espressioni attuali, al fine di trasmettere la fede in un nuovo linguaggio parabolico”. Francesco ha ribadito l’importanza della via puchritudinis, cioè della bellezza come strada religiosa, perché , diceva Sant’Agostino nel De Musica, “noi non amiamo se non ciò che è bello”.



Il padiglione della Santa Sede è in realtà una grande area dell’Isola di San Giorgio, nella Laguna. Un’oasi misurabile in ettari, in cui è stato creato questo percorso attraverso dieci cappelle, veri e propri templi sacri in cui non possono mancare l’ambone e l’altare. Alla base di tutto c’è l’esperienza della “Cappella del bosco” (1920), costruita nel cimitero di Stoccolma dall’architetto svedese Gennar Asplund. A quest’opera dell’architetto è dedicato uno spazio espositivo – affidato al MAP Studio di Francesco Magnani e Traudy Pelzel– che, come spiega il curatore Francesco Dal Co, è una sorta di “primo episodio” per il visitatore che si inoltri nell’isola. Le dieci cappelle, simbolo di un decalogo “incastonato nello spazio”, sono state curate dall’americano Andrew D. Berman, dall’italiano Francesco Cellini, dal paraguayano Javier Corvalán Espínola, dallo studio Flores & Prats di Barcellona, dal britannico Norman Foster, dal giapponese Terunobu Fujimori, dall’australiano Sean Godsell, dal brasiliano Carla Juaçaba, dal cileno Smiljan Radic Clarke e dal portoghese Eduardo Souto de Moura. Chiarisce Dal Co: “Nel bosco dove il Padiglione Asplund e le cappelle verranno collocati non vi sono mete e l’ambiente è soltanto una metafora del peregrinare della vita”.



La sfida per gli architetti è consistita nel creare cappelle che non sono parte di contesti più ampi – cattedrali, ambienti di culto o chiese–, ma entità autonome e isolate. Come ben si comprende dalle restituzioni grafiche, esse rispecchiano, nella loro diversità, le anime e le formazioni variegate di chi le ha progettate. L’originalità e la ricerca caratteristiche di queste opere vanno incontro a quella richiesta di rinnovamento, a quel nuovo dialogo necessario tra arte e fede.

Il Cardinal Ravasi individua due problemi fondamentali del recente passato: spesso alcuni architetti, spinti dalla committenza, hanno voluto ricalcare gli stili precedenti, inoltre la divaricazione ha fatto sì che nella stessa formazione ecclesiale si siano abbandonate l’educazione estetica e artistica e si è pensato di inseguire il moderno semplicemente orecchiandolo. La partecipazione alla Biennale e l’energia che vi è stata messa sono il segno concreto della volontà di superare questa frattura del passato.

Da un punto di vista economico non ci sono ancora cifre precise, ma saranno fornite in futuro. Importante è stato l’apporto di mecenati. Molti hanno fornito materiali per la costruzione delle cappelle e questo contributo è stato consistente e determinante. Incalcolabile è poi il lavoro degli studi di architettura che hanno progettato le opere. Una ditta di autoveicoli offrirà i mezzi per spostarsi all’interno dell’isola.

La Sedicesima Mostra Internazionale di Architettura si svolgerà dal 26 maggio al 25 novembre 2018, ancora non è certo quale sarà il destino delle cappelle alla fine della manifestazione, ma la Santa Sede sta già ricevendo alcune richieste e proposte per la loro ricollocazione.

Eugenio Murrali