A margine del Convegno Liturgico Internazionale del monastero di Bose,  le interviste a Bert Daelemans, Universidad Pontificia Comillas, Madrid e a Gilles Drouin, Institut Supérieur de Liturgie, Paris

 

a cura di  Stefano Agresti

 

Posso chiedervi un breve commento sui lavori di questo convegno?

Gert Daelmans: Quest’anno abbiamo trattato il tema dell’altare, inteso non solo come elemento significante, ma anche in rapporto ai celebranti e all’assemblea; un punto di vista, dunque, non limitato all’altare in sé, ma riguardante l’intera comunità. A circa cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, è importante esplorare nuove possibilità e approfondire determinate tematiche; è importante andare oltre quella che è divenuta una sorta di “inerzia” nella liturgia. Lo spazio sacro è il luogo in cui l’assemblea si focalizza sul mistero della fede, e attraverso cui si inizia al mistero. Ciò che abbiamo discusso in questa sede nei giorni scorsi può funzionare come punto di riferimento; in più, il caso stesso della comunità di Bose offre un paradigma di grande interesse, capace di illuminarci sul modo di interpretare e di dare forma alla liturgia.

 

Gilles Drouin: L’interesse di questo convegno è mettere in relazione architetti e teologi. Io sono francese, un paese laico, e non abbiamo molti legami di questo tipo o discussioni del genere; tutto ciò è interessante e sarebbe bello anche per noi. Avevamo un “soggetto” prioritario nei nostri colloqui, una cosa che viene dalla tradizione cristiana e cattolica. In particolare, è interessante vedere come a cinquanta anni dal Concilio Vaticano II e a quindici anni dal primo convegno le cose siano evolute. La difficoltà, a mio avviso, è cogliere i dettagli. L’altare, come veniva inteso nel passato, ovvero senza legami diretti con l’assemblea, non ha senso; l’altare senza il battistero non ha senso; l’altare non ha senso senza il legame con la Parola. Penso che abbiamo molto lavoro da fare per pensare organicamente lo spazio liturgico e, parlando da francese, un altro punto che trovo sempre interessante è vedere se probabilmente è migliore la tradizione italiana perché è più sviluppata la dimensione architettonica e artistica rispetto alla Francia.

C’è una tradizione artistica in Italia, in questo bel paese, una grande tradizione artistica. In Francia c’è la tradizione non iconica, senza immagini nelle nuove chiese, mentre in Italia si è conservata l’iconografia, la tradizione iconica nelle chiese contemporanee; tuttavia, la tradizione non iconica è molto interessante in Francia, perché si vede bene che c’è un dialogo tra artisti e architetti, a partire dalla grande epoca di Matisse.

Io penso che sia estremamente stimolante il pensiero organico dello spazio, e infatti mi interesso a questa questione da una decina d’anni.


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