TERRE DI BENEDETTO. PAESAGGI FERITI “E VULNERE UBERTAS”

Praglia 26 maggio 2018, terza e ultima giornata di seminari

La terza giornata di studi inizia con l’introduzione di uno dei moderatori che dà immediatamente la parola al primo relatore Benedetto Nivakoff osb, Priore della Comunità benedettina di Norcia; il Priore tiene un intervento-testimonianza dal titolo Una testimonianza dalla Terra di Benedetto. Egli descrive come sia la vita in monastero e come i 15 monaci abbiano affrontato il trauma del sisma. Persero tutto e si ritrovarono a dormire in tenda e questa esperienza li ha condotti a comprendere cosa sia la povertà, la vera miseria descritta dalle Regole e dai testi antichi. Proprio attraverso le cose semplici si sono resi conto di condividere in un modo singolare e vivo, la stessa vocazione e la stessa esistenza di San Benedetto; i monaci vennero aiutati dalla comunità sia a dissodare dei terreni sia portando loro del cibo. Una domanda che si sono posti in questo frangente di eventi è stata: la Regola ci conduce a comprendere la situazione attuale e ci aiuta a vivere o risulta difficile mettere in pratica queste regole? Il relatore mette in luce varie tematiche estrapolate dalla Regola di Benedetto, fra cui la convivenza e il dormire assieme, il tempo inteso come impegno nel fare e molte altre prove a cui sono stati sottoposti i monaci colpiti dal sisma.

La questione del tempo per un monaco è legata a Dio. Benedetto Nivakoff osb si pone, quindi, vari quesiti sulla Regola applicata all’emergenza causata dal sisma e narra le scelte effettuate dalla sua comunità e del rapporto con la quotidianità e la comunità circostante. Il secondo intervento della giornata, dal titolo Politiche di intervento per il recupero e la tutela dei beni culturali delle terre colpite dal sisma, è tenuto da Marica Mercalli della Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio dell’Umbria.

La relatrice presenta le attività del MiBACT e descrive come, l’organizzazione delle squadre e degli uffici abbia permesso di individuare immediatamente gli edifici con maggiori necessità di messa in sicurezza e intervento. Una collaborazione fondamentale è giunta sia dalla protezione civile sia dall’Università, questo ha permesso anche una conoscenza diretta delle tecniche e dei materiali. La relatrice prosegue sottolineando l’importanza dello studio storico-costruttivo delle murature il quale, a Norcia, ha rilevato come le strutture civiche avessero degli accorgimenti costruttivi, attuati anche nella seconda metà dell’Ottocento, che permisero il mantenimento delle masse murarie soggette al sisma, a differenza degli edifici religiosi.

Un ulteriore intervento della Soprintendenza fu quello di catalogare le macerie in “A”, “B”, “C”, in base alla provenienza e quindi: da monumenti, da edifici storici e da edifici privi di valore architettonico. La chiesa di San Francesco, per esempio, è stata un cantiere particolare in cui si sono sperimentate resine che permettessero la messa in sicurezza dei resti senza intaccare la struttura, essendo quindi reversibili come assicurato dai ricercatori universitari occupatisi del cantiere. Con i crolli di varie architetture, inoltre, sono venuti alla luce affreschi e altri elementi decorativi; nell’abside della chiesa di San Benedetto è stato ritrovato un affresco del XV secolo raffigurante il Santo. Qui la ricostruzione è possibile, conclude la relatrice, pur con i pesanti crolli avvenuti che hanno raso al suolo varie architetture; la tutela e la ricostruzione assieme garantiranno a questi territori un futuro di maggiore resistenza a prossimi eventi.

Il successivo intervento ha per titolo: Una conservazione su questioni di catalogazione, gestione e pratiche di conservazione dei beni culturali e dei beni ecclesiastici. Le esperienze del Deposito per i beni culturali di Santo Chiodo e del Museo civico di Carpi. La relazione è a cura di Anna Maria Spiazzi e Tiziana Biganti, Responsabili dell’unità di crisi del MiBACT per la messa in sicurezza del patrimonio artistico e Manuela Rossi, Direttrice dei Musei di Palazzo pio a Carpi, Modena. Il tema che le relatrici si sono proposte è quello di partire dalla catalogazione che è la conoscenza e l’ossatura del patrimonio che rimane sempre, prima e dopo gli eventi catastrofici. Ritorna la parola conoscenza come elemento fondamentale per l’approccio alle architetture colpite. Anna Mara Spiazzi porta la sua testimonianza in merito all’opera di catalogazione avvenuta in Veneto e soprattutto a Padova e Venezia (nell’anno dell’alluvione chiamata “acqua granda”). Interviene, di seguito, Manuela Rossi, la quale porta l’esperienza del sisma emiliano-romagnolo descrivendo ciò che il terremoto aveva fatto in queste zone.



Dopo il sisma del 1996 il Comune istituisce un settore specifico di restauro e conservazione del patrimonio storico-archiettonico e artistico e vengono destinate nuove risorse e competenze specifiche che determinano nuove pratiche di intervento. Lo stesso palazzo dei Pio viene interessato da un progetto di riqualificazione che include restauri, destinazione d’uso e gestione. Questa “buona pratica” si basa sulla manutenzione continua e costante, fattore che come si è visto in altre circostanze presentate in queste giornate di seminario, è fondamentale per prevenire danni irreparabili causati da eventi sismici. In tutto questo, il terremoto, come avvenuto in altre situazioni territoriali colpite, è stato un evento che ha determinato anche dei lati positivi, l’attuazione di scelte mirate e progettate. L’intervento finale è tenuto da Tiziana Biganti che porta la sua esperienza nel Centro operativo del Santo Chiodo, in Umbria.

A seguito del terremoto del 2016 il centro operativo per la conservazione, realizzato fra il 2007 e il 2008 mediante una convenzione tra Regione Umbria e Segretariato Regionale, si è dimostrato utilissimo. La relatrice descrive la collaborazione fra le varie associazioni e la Soprintendenza per la salvaguardia e tutela dei beni mobili, tutti trasportati al centro operativo di Santo Chiodo. La giornata, dopo la pausa, si è concentrata sulle tematiche sollevate durante le tavole rotonde portando all’attenzione varie domande specifiche che hanno permesso, successivamente, di dare delle risposte il più delle volte propositive per il futuro di questi territori colpiti. A seguito di questo dibattito stimolante si è inserito l’intervento del sindaco di Norcia Nicola Alemanno; egli sottolinea l’importanza della narrazione per il coinvolgimento della popolazione, al fine di non dimenticare e allo stesso tempo operare in una visione di futuro e volontà di rinascita. Senza passato non avremo futuro e i beni, le pietre smosse dal sisma, parlano della storia di una comunità, di un popolo; per questo egli sottolinea la difficoltà nell’allontanare le opere d’arte dai luoghi in cui sono state conservate per secoli. Prosegue sottolineando l’importanza della politica, con la “P” maiuscola, politica illuminata che abbia le capacità di gestire l’emergenza anche con decisioni difficili ma giuste, sempre coadiuvata da specialisti e da Enti come la Soprintendenza. Un’altra problematica nei giorni successivi al sisma, prosegue il sindaco, fu la difficoltà di bloccare l’esodo verso le coste, fermare lo spopolamento e la perdita di quella comunità che è alla base della rinascita di una città. La comunità, la città, può rinascere dando una speranza, una visione propositiva a breve termine e delle tappe progettate e definite.

Il pomeriggio della terza giornata, dopo la consegna dei diplomi ai corsisti, è proseguito con un intervento riassuntivo di Michelangelo Savino, curatore delle giornate e docente presso l’Università degli Studi di Padova. Prende, quindi, la parola Giuseppe Zaccaria che introduce le relazioni del pomeriggio. Primo intervento è quello di Francesca Da Porto dell’Università degli Studi di Padova; il titolo del suo intervento è Dalla genesi dell’emergenza sismica alla definizione di approcci sostenibili per la mitigazione del rischio. La relazione inizia con l’indicazione, tramite numeri e grafici, dei costi degli eventi tellurici e delle dimensioni in termini di popolazione ed edifici da gestire. Sottolinea con forza la sismicità del nostro territorio e ripropone la problematica delle architetture storiche che racchiudono in esse stesse i problemi statici e di coesione muraria; allo stesso tempo, continua la relatrice, si devono considerare le opere d’arte che sono racchiuse all’interno di questi edifici e che, a maggior ragione, sono coinvolte nei crolli. Francesca Da Porto ripropone l’importanza di eseguire dei sopralluoghi in maniera abbastanza guidata attraverso una modulistica che può essere compilata e restituire immediatamente un quadro sintetico della condivisione dell’architettura oggetto del sopralluogo; vengono presentati successivamente vari esempi di danni sugli edifici sia civili che religiosi. Quel’è l’intervento dell’ateneo di Padova in questi siti? Volendo descrivere in maniera sintetica l’approccio si può dire che l’Ateneo ha voluto intervenire con progetti, anche minimi, ma che permettano una vita quotidiana che sia migliore rispetto a prima, giorno dopo giorno. In questo è fondamentale la scelta della tecnica e del materiale che fanno riferimento a un contesto di sicurezza strutturale attento al valore storico artistico dell’edificio o del luogo; la relatrice sottolinea l’importanza della conoscenza della storia della fabbrica, dei terremoti che si sono susseguiti negli anni e che hanno potato l’edificio alla conformazione attuale.

Altro strumento, riprendendo anche l’intervento della Valluzzi, è quello del monitoraggio costante delle strutture che consente di avere uno strumento sostenuto da tecnologia innovativa con il quale avere una capillare conoscenza del bene. Ci si chiede quindi: è giusto intervenire sempre e comunque? In certi casi basta definire una rete di monitoraggio costante. Intervengono ora Elena Svalduz e Giamario Guidarelli, dell’Università degli Studi di Padova, presentando cos’è il progetto “Armonie Composte” che organizza ogni anno questo ciclo di seminari. Segue la presentazione del libro Restituire la città alla città. La sfida dell’urbanizzazione nel XXI secolo di Antoni Vives i Tomàs, curato da Stefano Zaggia e Benedetta Castiglioni; la pubblicazione tratta di tematiche molto attuali riguardanti il “paesaggio costruito”. E’ un libriccino agile e immediato nei concetti che fornisce un quadro diretto della situazione attuale.



A concludere la tre giorni di convegno si apre la tavola di discussione a cui prendono parte Francesca Merloni, Fondazione Aristide Merloni, Ambasciatrice per le Città Creative Unesco, Giuseppe Capocchin, Presidente Consiglio Nazionale degli architetti, Francesco Giovanni Brugnaro, Vescovo di Camerino e Alessandro Delpriori Sindaco di Matelica; i relatori sono introdotti da Giuseppe Zaccaria, Università degli Studi di Padova. Interviene per prima Francesca Merloni che con forza ribadisce che i luoghi feriti sono in realtà le persone e sono le persone che con il loro passaggio costituiscono e plasmano i luoghi. Con la commissione Unesco, tramite eventi culturali, si è cercato di definire la città in cui “noi” vogliamo vivere: la città creativa, la città produttiva, arcipelago, intraprendete et cetera. Questo documento è divenuto una carta per la ricostruzione applicata all’interno della città di Sanginesio assurta a laboratorio dove porre in pratica questa sperimentazione; da qui è nato un progetto sostenuto dalla fondazione Merloni, dal Censis e da interazioni pubblico-privato che si sono spesi in questo progetto che si è chiamato Rinasco. Questo progetto pone molti quesiti a cui la comunità deve darsi, per crescere, delle risposte. Segue l’intervento di Giuseppe Capocchin il quale inizia citando il congresso nazionale degli architetti che si svolgerà a luglio e che avrà come tema principale “la persone” come centro del progetto. Il convengo nasce da una serie di sopralluoghi, soprattutto nelle città colpite dal sisma ma anche su tutto il territorio nazionale, per definire e conoscere le problematiche delle popolazioni, analizzando anche i territori non colpiti ma creando un andare e venire di analisi che, affiancate, hanno restituito un quadro socio-economico e culturale della Penisola. L’uomo come elemento centrale ridefinisce la progettazione dell’urbanistica e dei servizi fra cui i trasporti che non possono essere più singoli (mezzi privati) ma devono essere collettivi; la qualità dell’architettura, quindi, è fondamentale per la qualità della vita.

A questo punto la tavola rotonda si anima con testimonianze dirette; il primo è Alessandro Delpriori Sindaco di Matelica. Una tematica che risulta spinosa e viene presentata con riscontri reali da parte del sindaco è la difficoltà di sensibilizzare i cittadini sulla necessita della prevenzione sismica. La difficoltà nasce dal fatto che alle popolazioni -prosegue il sindaco- interessano più azioni tangibili e immediate che studi preventivi che possano assicurare una sicurezza durante un eventuale evento traumatico come il sisma. Il sindaco ribadisce, come già fatto negli interventi precedenti, l’importanza della conoscenza e dello studio ai fini conservativi e di preservazione di un’opera; “nascondere” un’opera depositandola in un museo o decontestualizzandola dai luoghi per cui è nata porta alla perdita dei valori dell’arte e del senso di comunità. Interviene ora l’Arcivescovo di Camerino Francesco Giovanni Brugnaro che inizia citando i 39 comuni della sua arcidiocesi segnati come zona rossa, impenetrabili e chiusi all’ingresso. Egli sottolinea che la gente aveva bisogno di avere i riferimenti quotidiani, le proprie opere d’arte che contribuiscono a definire vari punti di riconoscimento comunitario. La domanda che si pone l’Arcivescovo è: da dove si può ripartire per la ricostruzione o per i restauri? Ribadisce, inoltre, che il campanilismo delle piccole città è nocivo in queste località colpite perché non permette delle azioni comuni di rinascita. La gente, sottolinea l’Arcivescovo, ha necessità di simboli, di memoria della comunità e quindi in certi casi è necessario scegliere cosa ricostruire in maniera selettiva. Un punto importante dell’intervento si pone anche la necessità di definire una nuova e più forte solidarietà che tenga conto delle persone, tutte, senza dimenticare le necessità primarie. Si comprende quindi, da quest’ultima tavola rotonda, che le tematiche toccate in questi giorni sono pressoché le stesse, espresse da soggetti e ricercatori con formazioni e interessi diversi ma coinvolti dall’umanità, dalle necessità quotidiane che il terremoto eleva a problemi importanti e giornalieri. Il senso di comunità e, allo stesso tempo, la prevenzione, sono le due tematiche fra le più importanti assieme alla condivisione, intesa come co-partecipazione delle popolazione nei processi di progettazione e definizione tenendo sempre a mente l’importanza dei segni identificativi presenti sul territorio. Una tre giorni, quella di Armonie Composte, che ha lasciato, quindi, i congressisti con molte risposte e visioni positive, strumenti concreti per la prevenzione e la ricostruzione e anche, parallelamente, numerose domande che certamente si definiranno come ulteriori spunti per nuove ricerche e innovativi approcci a queste tematiche complesse e sfaccettate.

Federico Bulfone Gransinigh